“Il percorso di immissione in ruolo dei giovani laureati nel mondo della scuola appare sempre più come una corsa a ostacoli, dove è sempre più difficile e selettivo accedere alla carriera dell’insegnamento”, non a caso, circa il 25% di coloro che lavorano nella scuola italiana (docenti e ATA) sono precari.
Troviamo queste parole di Francesco Cori, che denunciano una delle più gravi contraddizioni, nel libro: La controriforma permanente. La scuola italiana tra mercato e guerra (MarxVentuno), presentato a Catania il mese scorso, presso la Camera del lavoro.
Un volume, curato e introdotto da Luca Cangemi, che contiene sette interventi, di altrettanti docenti, che spaziano dalle riflessioni pedagogiche a quelle di genere, dall’autonomia differenziata alla militarizzazione dei processi e degli spazi educativi.
Siamo di fronte a una rinnovata attenzione verso il mondo dell’istruzione; del resto, docenti e alunni sono stati fra i protagonisti delle mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, partecipando in massa agli ultimi due scioperi generali.
Chi pensava che la scuola fosse stata “silenziata”, si è dovuto ricredere. Nonostante questi segnali importanti, è giusto essere ottimisti sul futuro della scuola italiana? una domanda che attraversa tutti gli interventi presenti nel volume. A discutere, con un folto pubblico (tanti gli interventi e le domande), il curatore, Pina La Villa (Una storia sotto accusa) e Antonio Mazzeo (Il militarismo nella scuola italiana).

Nell’introduzione, Cangemi, che ragiona su: La controriforma di lunga durata della scuola e i venti di guerra, riassume, con puntualità e dovizia di particolari, il percorso della nostra scuola, a partire dalla cosiddetta “autonomia scolastica”, mettendo innanzitutto in luce il fatto che sull’istruzione i governi che si sono succeduti (da Berlusconi a Prodi…) hanno garantito una sostanziale continuità politica, tagliando le risorse, non investendo sull’edilizia scolastica, dando una svolta manageriale e, conseguentemente, gerarchizzando la struttura.
Emergono, in questa ricostruzione personaggi conosciuti (da Berlinguer a De Mauro, da Moratti a Gelmini), ma anche ministri come Patrizio Bianchi, meno noto al grande pubblico, che, anche grazie ai fondi del PNRR (che, peraltro, non ha ridotto i divari territoriali), ha tentato, come scrive il curatore, di “trasformare una scuola ritenuta responsabile della scarsa crescita economica del Paese”, subordinandola alle esigenze del mercato.
Non a caso si parla di offerta formativa e della necessità di soddisfare gli utenti, come fossero semplici clienti.
Non mancano, ovviamente, i riferimenti all’impianto organicamente neoliberale della “buona scuola” di Renzi. Caratterizzata, quest’ultima, dalla “gerarchizzazione autoritaria (con il ruolo del dirigente e dello staff); dal rapporto con il sistema delle imprese (attraverso l’alternanza scuola-lavoro); dalla centralità dell’INVALSI”, un sistema binario di valutazione, che esclude, utilizzando esclusivamente la logica del vero-falso, il ragionamento divergente.
Presenti, anche, riflessioni su Valditara. L’attuale ministro dell’Istruzione si caratterizza per avere confermato il ruolo fondamentale svolto dalla digitalizzazione, con l’obiettivo di completare, si pensi agli istituti tecnici del cosiddetto 4 + 2 (una nuova articolazione della secondaria di secondo grado), la subordinazione del sistema dell’istruzione a quello delle imprese in ogni sua parte: programmi, didattica, reclutamento del personale. Il tutto all’interno di un quadro generale, le Nuove Indicazioni Nazionali, che esprime: “un’architettura esplicitamente permeata dall’ideologia di un ‘campo occidentale’ contrapposto al resto del mondo, a cui il nostro Paese sembra giurare fedeltà eterna”.
Pina La Villa ha sottolineato che, data la retorica bellicista che prevale oggi in Europa, è più difficile educare al rispetto delle diversità. Ancora, “parlare di uguaglianza fra uomo e donna viene visto come qualcosa che va contro l’ordine del creato […] Da qui un unico modello di uomo, un unico modello di donna, un unico modello di sessualità”.
Bisogna, perciò, lavorare per rimettere in discussione il peso degli stereotipi che ci portiamo dentro e ricadono su bambine e ragazze, come su bambini e ragazzi. Occorre, perciò, decostruirli perché non diventino gabbie, “intanto difendendo l’educazione di genere”, a partire dallo studio della storia “non solo perché ci sono anche le donne, ma perché con loro la storia ha arricchito la sua dimensione sociale”.
Antonio Mazzeo si è soffermato sulla militarizzazione dell’istruzione, che sempre più, in Italia, ha assunto come punto di riferimento il modello israeliano. Diversi protocolli di intesa permettono agli esponenti dei vari corpi militari di presentarsi nelle scuole di ogni ordine e grado nella qualità di esperti sui problemi più disparati.
Viene così sottratto tempo prezioso alla didattica e, soprattutto, si utilizzano linguaggi e strumenti pedagogici che non appartengono al mondo della scuola. Ancora, “non c’è giornata in cui intere scolaresche non effettuino gite in caserme […] Gli studenti assistono a cerimonie e parate militari”. Così come, in tanti casi, la ex alternanza scuola-lavoro si svolge all’interno delle basi militari.
Si tratta di un intervento avviato dalla fine degli anni Novanta, con l’obiettivo di implementare la cultura della difesa, ovvero “estendere a tutte le fasce sociali l’incondizionato consenso per le forze armate, le missioni di guerra internazionali, il sempre più asfissiante intervento dei reparti in attività di controllo dell’ordine pubblico”. Un progetto che ha tra gli altri obiettivi quello della cosiddetta guerra cognitiva, “una guerra contro i cittadini considerati come territori contesi da conquistare […] ipotetici nemici nel momento in cui non aderiscono al progetto bellico”.
Altrettanto densi gli altri contributi, che arricchiscono riflessioni e proposte, nella consapevolezza della centralità della scuola e dell’istruzione.


