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Per non morire a scuola, progetti educativi o metal detector?

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Youssef Abanoub, lo studente accoltellato a scuola a La Spezia

Un terribile episodio di violenza in una scuola, a cui il governo vuole rispondere con un nuovo decreto sicurezza, pur essendo ormai chiaro che si tratta di provvedimenti non efficaci, come inefficaci sono stati i decreti precedenti. Il ministro Valditara ha proposto anche i metal detector nelle scuole, ottenendo persino qualche consenso.

Eppure è chiaro che la violenza sempre più presente tra i giovani è espressione di un disagio profondo a cui non si può rispondere con la repressione, vale a dire con un’altra forma di violenza. Anche perché la violenza dei giovani è il riflesso di un clima di aggressività diffusa in tutta la società, di un ‘diritto’ alla sopraffazione rivendicato dai più forti, di un bisogno di affermazione contro gli altri, che viene esibito come l’unico modo per distinguersi.

Degli episodi di violenza giovanile, dovremmo – quindi – non solo preoccuparci, ma sentirci anche responsabili. E, soprattutto quando accadono nelle scuole, chiedere conto al governo, ai decisori politici, su quanto abbiano investito nella scuola.

Investito nella formazione dei docenti, per metterli in grado di affrontare le nuove sfide pedagogiche ed educative, investito nelle strutture per renderle più accoglienti e dotarle di spazi per laboratori, attività creative, sport, investito per trasformare le scuole in luoghi di aggregazione, di dialogo con genitori sempre più disarmati davanti alla complessità dei problemi.

Anche perché oggi, soprattutto nelle aree più disagiate, la scuola è spesso l’unica presenza attiva. dello Stato. E, a giovani studenti che cercano, ascolto, fiducia, inclusione, stimoli costruttivi, a volte supporto psicologico, lo Stato non può rispondere solo con il pugno duro. Dovrebbe anzi supportare la nascita – attraverso le amministrazioni locali – di patti educativi di collaborazione tra scuola e quelle realtà del territorio che operano “con” i giovani. Nessuno ce la può fare da solo.

Assistiamo, invece, spesso ad una distorsione dei fatti, operata dai partiti di governo e dai mezzi di comunicazione. Accade quando nella narrazione degli eventi si sottolinea, come nel caso di La Spezia, l’origine dei giovani colpevoli. Parlare di “studenti di origine …” significa spostare il cuore del problema dal disagio giovanile al comportamento dei giovani migranti, alcuni già di seconda generazione. Dimenticando le risse e le aggressioni che hanno come autori “giovani italiani”, si sottintende o si afferma in modo esplicito che il male viene da chi appartiene a culture diverse e che i giovani stranieri sono comunque potenziali delinquenti.

Di “una certa dose di razzismo” parla Nino De Cristofaro sul blog Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, e prosegue ricordando quanto affermato dal sindaco di La Spezia, “l’uso del coltello è prevalente in certe etnie”, “dimenticando le 75 coltellate italiane inflitte a Giulia Cecchettin”.

I problemi sono altri. Sul disagio dei giovani, di tutti i giovani, italiani e stranieri, riportiamo quello che scrive Graziella Priulla su Striscia Rossa: “La rabbia è un’emozione naturale: il salto di qualità degli esseri umani è saperla gestire e per questo sono indispensabili le parole e i modelli. L’educazione non distrugge i mostri interiori ma addestra a conoscerli e a controllarli. Chi seleziona il campo simbolico delle relazioni entro repertori di aggressività, di lotta, di possesso, chi è imprigionato nella cultura della prestazione ha bisogno di un lungo percorso di conoscenza e di presa di coscienza.

Ditemi se ci sono luoghi aperti al dialogo in cui i ragazzi possano parlare dei modelli di genere prestabiliti, della difficoltà di gestire le relazioni, e poi delle paure della perdita e dell’abbandono, o del legame come ossessione fobica, o dell’incapacità di elaborare i lutti, o delle modalità per sostenere una traballante autostima, o della capacità di leggersi dentro ed esprimere le proprie emozioni, insomma della mascolinità tossica che perde e rovina le vite …”.

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