Incendi, una “normalità” estiva

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bosco in fiamme, sicilia 2026

Incendi devastanti in buona parte dell’Europa, in particolare Francia e Spagna, ma anche in Sicilia. Eppure, la rabbia e l’indignazione iniziali, non si traducono quasi mai in una ricerca profonda delle cause e dei conseguenti rimedi, perché spesso si cerca un colpevole immediato e, paradossalmente, rassicurante.

Affrontare il dramma degli incendi richiede, invece, un ragionamento complesso, che deve tenere conto delle vulnerabilità dei territori, dei cambiamenti climatici, degli appetiti economici, compresi quelli delle ecomafie. È un problema che viene affrontato, in genere, solo al momento dell’emergenza, quando cioè la devastazione è in atto e i mezzi per intervenire possono solo ridurre il danno, sempre che siano efficienti.

Con questo primo intervento vogliamo provare a riflettere insieme per capire come sviluppare una vera cultura della prevenzione, che deve necessariamente passare da una nuova visione del territorio. Ci piacerebbe ospitare interventi sul tema, sia di carattere generale sia di denuncia di casi particolari, per capire meglio, proporre risposte concrete ed evitare di ripetere sempre gli stessi errori.

Iniziamo questo percorso di approfondimento partendo da un contributo di Aurelio Angelini, già ordinario di Sociologia dell’Ambiente e Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista, che, su italia libera – Giornale digitale di informazione e partecipazione attiva – prova a connettere insieme la crisi climatica globale con le inadempienze dei governi regionali siciliani.

Angelini ci ricorda, innanzi tutto, che nel solo 2023 gli incendi hanno devastato oltre 100.000 ettari di territorio siciliano e che “negli ultimi vent’anni la Sicilia ha registrato una riduzione significativa delle precipitazioni medie annuali, mentre le temperature sono aumentate di circa 2 °C rispetto all’epoca preindustriale, con punte estive che superano ormai frequentemente i 45-48 °C”.

Se l’Italia è tra i paesi più colpiti dagli incendi boschivi, con la Sicilia ai primissimi posti di questa classifica dell’emergenza, questo avviene non soltanto perché nel bacino del Mediterraneo (dati Ipcc, Intergovernmental Panel on Climate Change) il riscaldamento procede più rapidamente della media globale.

E’ determinante che il nostro territorio sia stato “reso più vulnerabile da decenni di cattiva pianificazione, ritardi amministrativi, gestione emergenziale delle risorse e, in molti casi, dalla pressione di interessi economici e criminali”.

A questo punto, “il cambiamento climatico rappresenta il moltiplicatore del rischio; la debolezza della governance ne amplifica gli effetti. È questa combinazione a trasformare ogni estate in una tragedia largamente prevedibile […] Si innesca così un circolo vizioso nel quale incendi, perdita di fertilità, dissesto idrogeologico e desertificazione si alimentano reciprocamente, riducendo anno dopo anno la resilienza del territorio”.

La scarsità delle precipitazioni in Sicilia costituisce sicuramente un fattore determinante, ma Angelini ci ricorda che “le reti acquedottistiche dell’isola disperdono mediamente oltre la metà dell’acqua immessa, con punte superiori al 60% in diversi comuni. In altre parole, più di un litro d’acqua su due viene perso prima di raggiungere cittadini, imprese e aziende agricole. A questo si aggiunge il progressivo interramento di numerosi invasi artificiali, che negli anni hanno visto ridursi sensibilmente la loro capacità di accumulo a causa del mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione”.

Inoltre, il fatto che la Sicilia continui a perdere superfici agricole e naturali riduce la capacità del territorio di assorbire l’acqua piovana, immagazzinare carbonio, mitigare le temperature estreme e conservare la biodiversità. Sempre secondo Angelini, “Particolarmente delicata è la diffusione di grandi impianti fotovoltaici realizzati direttamente su terreni agricoli fertili. La decarbonizzazione rappresenta una priorità assoluta, ma non può essere perseguita sacrificando una risorsa non rinnovabile come il suolo. Una vera transizione ecologica richiede coerenza tra gli obiettivi climatici e la tutela del territorio. La disponibilità di aree industriali dismesse, cave abbandonate, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici già artificializzate offre alternative ampiamente sufficienti per una significativa espansione delle energie rinnovabili senza compromettere ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico dell’isola”.

Infine, in Sicilia non può essere ignorata la connessione fra la criminalità organizzata (le cosiddette ecomafie) e la devastazione del territorio. Gli incendi possono avere finalità diverse, ma è certa la centralità dei reati ambientali all’interno delle economie criminali.

“In uno stato efficiente – conclude Angelini – gli incendi si combattono soprattutto nei mesi invernali, quando si pianificano gli interventi di manutenzione forestale, si realizzano fasce tagliafuoco, si ripristina la viabilità forestale, si rimuove il materiale combustibile accumulato, si monitorano le aree più vulnerabili e si rafforzano gli organici destinati alla prevenzione”. Si combattono costruendo un territorio meno vulnerabile.

Proviamo a discutere insieme di come questo possa concretamente avvenire.

Leggi il contributo di Aurelio Angelini a questi due link: 1/Sicilia in fiamme: mafia, politica, “sgovernance”. Un’isola che brucia due volte.

E ancora: 2/Sicilia in fiamme e assetata. I dati scientifici smentiscono la propoganda di Schifani

1 Comment

  1. Gli organici degli Operatori forestali, all’attualità, sono sottovalutati e comunque meno di quelli previsti, per non parlare delle retribuzioni inferiori a quelle de corpi militari di riferimento.

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