Negli ultimi anni prosegue la tendenza al riscaldamento del nostro pianeta. Secondo diverse proiezioni, ci sono fortissime probabilità (75%) che la media quinquennale 2026-2030 superi di 1,5°C i livelli preindustriali. Di fronte a tutto ciò da circa 20 anni l’Unione Europea prova a rendere più convenienti le tecnologie meno inquinanti per ridurre le emissioni di CO₂. Ma sarebbe più corretto dire provava.
Nel 2005, infatti, era stato introdotto il sistema ETS (Emissions Trading System), come scrive Aurelio Angelini “con un obiettivo preciso: ridurre progressivamente l’inquinamento e spingere le imprese a investire nelle tecnologie pulite. Il sistema si basa su un principio molto semplice: chi inquina paga. L’Unione europea stabilisce un limite massimo alle emissioni complessive di alcuni settori industriali. Questo limite viene suddiviso in quote. Ogni quota autorizza l’emissione di una tonnellata di anidride carbonica”.
In sostanza, con questo sistema investire nella riduzione delle emissioni diventa più conveniente che continuare a inquinare. Tutto bene dunque? No perché lo scorso 17 luglio è stata proposta la revisione dell’ETS, con l’obiettivo di rallentare le riduzioni per mantenere la competitività delle nostre imprese sul mercato.
Come se la crisi industriale europea, per esempio nel settore automobilistico, dipendesse da una eccessiva attenzione all’ambiente e non, come sottolinea Angelini, “dal ritardo negli investimenti tecnologici e industriali. I produttori cinesi hanno raggiunto economie di scala, integrazione nella filiera delle batterie e prezzi che molte case europee non replicano”.
Ancora Angelini: “Indebolire il segnale del carbonio toglie pressione competitiva proprio quando servirebbero regole stabili, ricerca, infrastrutture e domanda pubblica capaci di orientare i capitali verso le tecnologie pulite. Il risultato non sarà un’industria più forte, ma un’industria mantenuta artificialmente nelle tecnologie del passato, mentre il mercato si riempie di pannelli, batterie e veicoli progettati e prodotti altrove”.
L’Italia, in particolare il ministro Pichetto Fratin, ha addirittura anticipato questa proposta chiedendo (in nome di una supposta difesa dell’occupazione) maggiore flessibilità e battendosi per un Ets ancora più accomodante, che inevitabilmente coincide con la difesa degli impianti esistenti, rimandando a un futuro indefinito ogni innovazione.
Non tutto, però, è perduto, infatti la proposta del 17 luglio deve essere approvata dal Parlamento e dal Consiglio Europeo. Occorre, perciò, in Europa e in Italia, fare scelte conseguenti rispetto alla crisi manifatturiera.
Conclude Angelini “la vera alternativa non è tra occupazione e clima, ma tra una politica industriale che anticipa il cambiamento e una politica dei sussidi che amministra il declino. Servono scelte immediate e misurabili:energia rinnovabile a costo stabile, reti e accumuli, fondi Ets vincolati alla trasformazione degli impianti, condizionalità occupazionali, tempi certi e verifica pubblica dei risultati.
“Un Ets annacquato non compra tempo. Vende a prezzo scontato il futuro industriale che dice di proteggere, mentre il caldo record presenta già il conto del rinvio”.

