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Scecco, cavallo e re al Teatro Coppola

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attori e cavallo in scena, la morte di Laocoonte

Lo scecco è quello “nto linzolu”, ricordato anche da Giuseppe Pitrè, che pur vedendo finge di non vedere, pur sapendo finge di non sapere. Il cavallo è quello di Troia, il simbolo dell’inganno, raccontato nel secondo libro dell’Eneide. Il re è la testa coronata protagonista della fiaba di Andersen, I vestiti dell’imperatore.

Non sono solo questi i riferimenti colti nello spettacolo “Scecco, cavallo e re”, ideato da Monia Alfieri, prodotto dalla sua compagnia, Il castello di Sancio, e da lei stessa interpretato insieme a Gabriella Cacia, Massimo Camarata, Alice Camardella, Gerri Cucinotta, Simone Di Blasi, Elvira Ghirlanda e Sergio Runci.

Ci sono anche Elio Vittorini e i suoi astratti furori “per il genere umano perduto”, c’è Cecco Angiolieri con il suo “S’i fosse foco”, il XXVI canto dell’Inferno di Dante, e persino il profeta Ezechiele. Ci sono personaggi classici come Laocoonte e Cassandra, ma anche i contadini che devono ridere perché il loro piangere «fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam», come canta Jannacci nel testo composto da Dario Fo.

Parliamo di uno spettacolo burlesco, ironico, costruito in buona parte sulla gestualità, con spazi verbali su eventi di attualità, che mescola sapientemente colto e popolare, passato e presente.

Uno spettacolo impegnato, costruito attorno ad un potente inganno dei nostri giorni, il Ponte sullo Stretto, presentato come l’opera grandiosa che darà opulenza e benessere a regioni arretrate di cui vengono ignorati i veri problemi, a partire dal dissesto del territorio.

Ricorre, nella messa in scena, il tema della destinazione dei 15 miliardi di euro (ammesso che bastino…, aggiungiamo noi) che proprio sulla salvaguardia del territorio andrebbero spesi piuttosto che su un’opera faraonica e irrealizzabile (come abbiamo scritto può volte) la cui preparazione, con scavi e sventramenti, sconvolgerà ulteriormente un territorio già fragile.

A realizzare questo spettacolo – portato in giro in teatri e piazze, anche del Continente – una compagnia particolare, composta da attori in parte professionisti e in parte amatoriali, legati tra loro da precedenti occasioni di lavoro e adesso uniti attorno a questo progetto di impegno civile per il No al Ponte.

Realizzata con mezzi poveri, giochi di luce, candele che rompono il buio, oggetti del quotidiano, costumi ridotti all’essenziale, la rappresentazione mette al centro i microfoni, a significare che si sta parlando di informazione, di come la comunicazione possa essere costruita sul falso, sull’inganno.

Un inganno intorno a cui ruotano profitti e privilegi che impediscono alle persone interessate di riconoscere la verità. Come la ministra dell’imperatore, che vede bene come non ci sia nessun abito e nessun telaio a tessere fili inesistenti, vede come ci sia solo un inganno, di cui – tuttavia – non può svelare l’esistenza senza perdere i vantaggi legati al proprio ruolo. Sceglie, quindi, di stare al gioco, di inforcare gli occhiali che fanno vedere quello che per lei è conveniente vedere.

E, come lei, tanti altri che accettano l’inganno anche solo per raccogliere le briciole del banchetto, rinunciando a vedere gli espropriati (“se ne devono andare” ripetono ossessivamente gli attori) o i materiali pericolosi accatastati ai margini degli scavi già effettuati, senza alcuna protezione.

Non si vuole vedere quello che è scomodo per non sentirsi responsabili, e non solo nell’affare del Ponte, ma in molte altre vicende che segnano il nostro momento storico. Gli interpreti li citano, i migranti che muoiono in mare o vengono reclusi in Cpr invivibili, la repressione del dissenso bollato sempre come “antagonista” e distruttivo, anche quando è legittimo e pacifico. E, soprattutto, Gaza con l’inganno di una finta pace che serva a costruire resort di lusso sulle macerie dei corpi che non saranno mai recuperati.

Il mondo attorno non vuole vedere “i massacri sui manifesti dei giornali”, sceglie – perlopiù – di stare “con il capo chino”, “nella quiete della non speranza”, denunciano gli artisti dal palco.

Ecco perché la compagnia ha ringraziato non solo il teatro Coppola, “luogo di resistenza”, per aver ospitato lo spettacolo, ma tutti coloro che continuano a resistere, compreso il collettivo catanese di Antudo che sta nascendo sul modello degli altri collettivi regionali e che ha guidato lo scambio di idee che si è svolto a conclusione dello spettacolo.

attori in scena per l'applauso finale

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