Il Vangelo secondo Gesù Cristo

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Nel 1997 José Saramago, “nella sua potente riscrittura della storia evangelica narra di un Gesù Cristo in tutto e per tutto umano” che incarna i dubbi e le sofferenze propri della condizione universale dell’uomo. Nel 2008, Claudio Magris ci ricorda che “in quella stalla c’è una famiglia che è veramente sacra perché è l’opposto della famigliuola egoista e perbene, indifferente al destino altrui e chiusa al mondo”. Una famiglia anomala che deve confrontarsi con le contraddizioni del suo presente. Contraddizioni che, in gran parte, sono le stesse della nostra realtà attuale, evidenziate da Magris nell’articolo apparso sul Corriere della Sera del 24 dicembre 2008, che trovate di seguito.

Anche qualche settimana fa, alcuni monaci di diverse confessioni religiose, a Beltlemme, si sono azzuffati come altre volte nei pressi di quella grotta o stalla in cui la tradizione vuole sia nato quel bambino che – come soprattutto essi dovrebbero sapere – è ventuo a salvare il mondo. E’ curioso che, proprio in vicinanza di quella mangiatoia in cui è stato deposto il neonato redentore, coloro che sono preposti al suo culto incorrano nella più stupida bestemmia, la violenza nata da invidiose rivalità, e si affannno a smentire la promessa di pace agli uomini di buona volontà annunciata in quella notte – promessa sempre smentita, e in forme ben più gravi delle baruffe tra frati, ma senza che sia cessata l’attesa, la necessità del suo adempimento.

In quella stalla c’è una famiglia che è veramente sacra, come dice la formula, perché è l’opposto della famigliuola egoista e perbene, indifferente al destino altrui e chiusa al mondo nel suo lindo e orrido “far casetta” (come si dice in Veneto, per sferzare la sua sdolcinata e fasulla intimità); una famigliuola che ama richiamarsi al modello di quella grotta, mentre ne è spesso la negazione.

Anzitutto in quel presepe c’è una famiglia irregolare e anomala. La madre ha accettato una maternità sconcertante e scandalosa: quando l’angelo gliela annuncia, Maria non sa quale sarà la reazione di Giuseppe ed è pronta con assoluto coraggio a tutte le difficoltà, sofferenze ed oltraggi di una ragazza madre sola, di una donna disonorata. Gianfranco Ravasi – in un articolo sul Sole 24 Ore – la paragona alle partorienti clandestine “cui nessuno è disposto a portare un catino per il sangue” come scrive il poeta cristiano cinese Ai Qing da lui citato.

Se quel figlio non sarà riconosciuto dal padre legale, sarà marchiato dalla vergogna, come accadeva fino a pochi anni fa e come accade ancora in diversi Paesi e contesti sociali; si pensi che, fino a un’epoca recente, per la Chiesa cattolica un illegittimo che avesse la vocazione al sacerdozio poteva diventare sacerdote solo con il permesso speciale del vescovo – permesso concesso quasi sempre, il che non cancella quella vile violazione ecclesiatica dello spito evangelico.

Giuseppe ha accettato con altrettanto coraggio quella paternità, forse perché ha capito che ogni creatura, prima di essere figlia nostra, è figlia di Dio e per questo anche nostra; e che la paternità (e maternità) di sangue, talora casuale, è misera cosa rispetto a quella d’amore.

Il terzo o meglio il primo dei tre, il neonato, fa semplicemente il neonato, come deve essere; non compie certo eclatanti miracoli prematuri, come quelli vantati in molti vangeli apocrifi, ma verosimilmente si attacca al seno, piange, si addormenta.

Accanto a quei tre, per loro fortuna, ci sono solo un bue e un asino – quasi a ricordare la nostra parentela col mondo animale così votato a soffrire – e persone estranee: pastori sconosciuti, più tardi saggi uomini di studio e di preghiera.

Non c’è nessuna asfissiante tribù familiare di prozii, cognati, cugini di suocere; quei clan che talora è un mondo di festosa e rassicurante accoglienza, ma spesso un groviglio di invadenze, livori repressi, piccoli giochi di dominio e di rivalsa, rituali imperiosi e oppressivi, un’endogamia viscosa, come un letto anche caldo ma non rifatto.

Natali di una volta, incanto dell’abete illuminato, ma anche interminabili pranzi grevi e pesanti, sazietà e mortalità della carne, cicatrici d’infanzia nel cuore. La grande parentela può essere pure un tribunale, come sapeva Kafka che trasse l’ispirazione dl Processo anche dai due angosciosi incontri plenari di famiglie all’hotel Askanischer Hof di Berlino in occasione del fidanzamento e poi del suo scioglimento.

Il neonato di quella grotta, cresciuto, sarà duro con l’istituzione familiare: chiderà bruscamente persino a sua madre cosa ci sia tra loro due, dirà di essere venuto ad annunciare un messaggio che porrà il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; chiamerà fratelli e sorelle solo i suoi amici e seguaci. Userà pochissimo la parola “fratello”, chiamerà piuttosto le persoine a lui care “amici”, parola che dice molto di più di un mero legame di sangue, che può essere pure quello tra Caino e Abele, tra Giacobbe ed Esaù.

Per il cristianesimo la fraternità è quella tra gli uomini in quanto figli di Dio, non di una coppia particolare. Quel messaggio, quel comandamento è radicale; troppo radicale per noi mediocri dal cuore troppo piccolo per accogliere il mondo con i suoi conflitti, e si capisce che la Chiesa abbia dovuto ammorbidirlo, anche se, a furia di smorzarlo, ha rischiato spesso di alterarlo, rendendo i suoi fedeli simili a quei religiosi che a Betlemme si accapigliano, trasformando in rissa la preghiera.

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