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Ceuta, la barbarie che avanza

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posizione della città di Ceuta sulla carta geografica

E’ pieno di errori il discorso di Meloni su Ceuta e sull’invasione di africani da fermare fuori dai confini dell’Europa. Errori materiali, da scolaro impreparato. Perché Ceuta è in Africa, anche se vi sventola la bandiera spagnola e quindi chi vi arriva non sbarca in Europa, continua a guardarla da lontano. Escludere la Spagna dallo spazio Schengen (l’area europea di libera circolazione delle persone) è inutile e anche un poco ridicolo perché chi arriva a Ceuta (che non fa parte dello spazio Schengen) è comunque sottoposto alla trafila per essere ammesso in Europa, senza nessun automatismo.

Eppure Meloni ha saputo cogliere la palla al balzo, quel numero altissimo di giovani arrivati in massa a Ceuta era la rappresentazione plastica di una “invasione”, anche se si trattava di ragazzi giovani e spesso festanti. Da “buon” capo di governo che deve proteggere l’integrità del paese e la sicurezza dei suoi abitanti, Meloni ha alzato la voce per dimostrare di saper fronteggiare un pericolo che non c’è, ma che lei stessa e i suoi hanno contribuito a creare. Dalla paura nasce il bisogno di sicurezza, quindi la paura va alimentata e la sicurezza continuamente promessa, in modo da avere sempre il consenso e continuare a vincere le elezioni.

Pazienza se mettendo al centro la paura del migrante invasore, non risolveremo mai i problemi veri del paese. Perderemo abitanti perché diminuiscono le nascite e i giovani vanno all’estero, non avremo chi pagherà le nostre pensioni e ci ritroveremo sempre più poveri. Quanto ai salari, non cresceranno anche perché continueremo a pagare quasi niente i “clandestini” che ci fanno comodo perché lavorano da schiavi e alimentano il racconto dello straniero sporco e incivile, inevitabilmente tale in assenza di un minino di servizi, acqua compresa.

E Sanchez che, in Spagna, ha soltanto regolarizzato gli irregolari già presenti nel paese, dando loro dignità e assicurando ordine e legalità a tutti i cittadini, è diventato il nemico che apre le frontiere della fortezza Europa.

Quante bugie, quanti racconti stravolti, quante strumentalizzazioni da parte di chi governa, a tutti i livelli! Quanta passività, quanta inerzia e mancanza di senso critico da parte di chi viene governato!

E, in tutto questo, si è persa l’umanità, la con-passione. Nessuna parola per i quasi cento morti. Non dal governo e poco dall’opposizione. C’è sempre lo spettro di perdere voti. La solidarietà non paga.

A dire qualcosa di diverso sono rimasti in pochi. Circola sui social una lettera aperta a Meloni, attribuita a Zagrebelsky, in cui le viene ricordato di essersi detta orgogliosamente italiana, madre e cristiana, sebbene oggi tradisca la Costituzione e il Vangelo e ignori i “figli morti a Tarajal”. Non a caso la si accusa di “sciacallaggio politico” e di subordinazione a Trump, che sarebbe il vero responsabile di avere “strofinato il fiammifero”.

C’è Lucio Caracciolo che descrive, anche lui, i nostri governanti come sciacalli, “sovreccitati dalle immagini dell’umanità derelitta che annaspava fra marosi e scogli di una frontiera proibita”. E nota come questa politica, che urla all’invasione dei migranti, non sappia misurarsi con i problemi veri del paese: l’incombente catastrofe ambientale generata dal cambiamento climatico e il problema demografico, risolvibile solo con un’immigrazione regolare e relativa integrazione delle persone.

C’è l’analisi di Fulvio Vassallo Paleologo che individua “una strategia con una pluralità di attori coinvolti a livello internazionale, che utilizza i corpi dei migranti come armi per raggiungere obiettivi politici che non si potrebbero perseguire in altro modo”, perché è impensabile che decine di migliaia di persone si siano mosse insieme, in uno spazio tanto ristretto sulla base di scelte di vita individuali o di una singola organizzazione di trafficanti.

C’è poi la Chiesa. La Chiesa di Papa Leone, che – pur essendo lontano dal tratto confidenziale di Francesco – dice parole nette e forti. La Chiesa di Matteo Zuppi, presidente della CEI, che ha parlato della solidarietà “necessaria” e ha ricordato quegli 84 morti di cui nessuno parla.

La Chiesa che, qualche mese fa, ha preso posizione contro i Cpr per bocca del vescovo di Napoli, il cardinale Battaglia, e adesso – su Ceuta – interviene con la voce di Corrado Lorefice, vescovo di Palermo e presidente della Commissione sulle Migrazioni della Conferenza episcopale italiana.

Ecco le sue parole.

“A Ceuta un’Europa sempre più disumana conclama il declino della sua civiltà”

Quel che è accaduto nell’enclave spagnola in Marocco, a Ceuta, è certamente una trappola dei mercanti di morte e un evento scientemente organizzato e manovrato. Tuttavia, il suo valore simbolico è difficilmente sottovalutabile.

È la dimostrazione lampante di un desiderio di libertà e di vita che giunge fino a noi dal Sud del mondo e che non può essere trattato solo come un problema di pubblica sicurezza. Lasciare la propria terra, il proprio paese, non è cosa che nessuna donna e nessun uomo fa a cuor leggero. Partire significa andare verso l’ignoto, lasciare le sicurezze, abbandonare usi, costumi e tradizioni che hanno segnato la propria vita, rischiare l’incolumità di sé stessi e dei propri cari. Quante persone sono morte nel tentativo di attraversare il mare? Le stiamo contando con freddezza, senza renderci conto che sono vite umane, volti, sogni e desideri annegati per la speranza di una nuova patria.

Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica.

Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti. Si ripetono così senza fine fatti tragici, nei quali le speranze, i sorrisi, i corpi di tanti, in un attimo, vengono distrutti per decisioni di altri uomini, che si arrogano il diritto di togliere la vita altrui, cancellando come inutili i tanti amori che li hanno messi al mondo.

Il rischio è proprio l’anestesia della coscienza, che rende banale il male. Creare torpore, creare coscienze assopite è il progetto occulto dell’Occidente. Prova ne è il modo in cui Ceuta viene raccontata dai governi e dai media del Vecchio Continente (con la solita indefinibile propaggine americana). Una modalità, ai miei e ai nostri occhi, assolutamente terribile.

Nessun rispetto, nessuna partecipazione, nessun dolore, nessun senso di umanità, nessuna spiegazione delle ragioni profonde. Solo l’allarme, del tutto infondato dal punto di vista giuridico, di una invasione di fatto impossibile (c’è il mare, c’è Gibilterra tra Ceuta e l’Europa); solo la squalifica, assurda e in verità controintuitiva, di ogni politica di accoglienza e di inclusione.

Sta qui il peccato originale dell’Europa odierna di fronte ai migranti: non voler ammettere che si tratta di un fenomeno mondiale, irreversibile, da affrontare e gestire con la politica e non con gli eserciti; che siamo di fronte a un esodo a cui non si può rispondere con accordi ignobili con i paesi terzi, come la Libia di Almasri.

Prima di cadere nel sonno che – come la Storia ci ha insegnato – non fa percepire la violenza, il suo scandalo, fino a farla accettare come normale o addirittura necessaria. A Ceuta l’Europa dimostra in maniera lampante la crisi profonda della sua civiltà e dei suoi valori. Rinnega sé stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera.

Non si rende conto che le soluzioni tipo ‘pannolini caldi’ tolgono il fastidio di un giorno ma preparano la tragedia di domani. E soprattutto, rifiutandosi di pensare e di agire secondo i propri principi e le proprie capacità, l’Europa rischia di condannarsi a morte.

La storia ci insegna che i cosiddetti barbari, entrati nel territorio romano, hanno fondato, insieme ai cittadini dell’Impero, una nuova civiltà. Non precipitiamo nella notte della ragione, del cuore e della coscienza.

1 Comment

  1. “Non precipitiamo nella notte della ragione, del cuore e della coscienza.”
    Purtroppo credo che siamo già entrati in quella notte.
    Io ho davanti agli occhi quei ragazzi festanti quando hanno toccato riva, forse credevano che finalmente si potesse realizzare il loro sogno.
    Poveri ragazzi manipolati, ingannati e usati dai “maga” del mondo. Come tutti noi lo stiamo diventando.
    E poi sentire I nostri governanti così inani, così ridicoli, straparlare su come risolvere un problema grande come l’emigrazione.
    Loro che fino ad ora hanno governato con molta infamia e poca lode su tutto ciò che riguarda i grandi, e anche i piccoli, temi pubblici.
    Comunque, senza farla lunga , mi sento in accordo con il senso dell’articolo, in pieno

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