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Catania, di nuovo la città senza mafia

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auto polizia su strada a Catania

La visita della Commissione regionale antimafia a Catania e le parole del suo presidente, Antonello Cracolici, hanno avuto il merito di incrinare, almeno per un giorno, il racconto offerto per mesi dalla Prefettura, dalla Questura, dalle istituzioni locali e dal principale quotidiano cittadino.

Un racconto rimasto sostanzialmente invariato e condensato in una formula: «fibrillazioni interne» al mondo criminale. “Fibrillazione” è una parola dai confini indistinti, può contenere tutto: dallo schiaffo alla sparatoria, dalla lite alla spedizione punitiva, dall’attentato all’omicidio. E consente, nello stesso tempo, di trasformare ogni episodio in una faccenda interna ai clan.

È la versione sterilizzata del vecchio «regolamento di conti», una modulazione più raffinata del brutale: “finché si ammazzano tra loro”.La cronaca mafiosa viene così separata dalla città, le responsabilità pubbliche, come per magia, scompaiono.

Uno scontro a fuoco in una piazza di San Giovanni Galermo, con tre minorenni feriti, può essere ricondotto a una formula neutra e asettica: una «fibrillazione interna». Almeno per un momento, nel dibattito pubblico cittadino sono comparse parole diverse: meno rassicuranti, più responsabili e più vere. Cracolici ha parlato di gruppi armati in competizione per il controllo della droga, di aspiranti mafiosi, di enormi profitti da riciclare nell’economia legale, del reclutamento delle nuove generazioni, del degrado sociale, della scuola e delle responsabilità dei Comuni. Mentre Cracolici ha ricomposto armi, droga, denaro e condizioni sociali, per mesi istituzioni e cronaca giornalistica hanno fatto l’opposto: hanno separato gli episodi, confinandoli nei singoli quartieri e nelle singole piste investigative.

La formula più chiara di quella rappresentazione arrivò il 3 settembre 2025: «Catania era sotto controllo». Dopo un’estate attraversata dalle sparatorie, il prefetto Pietro Signoriello dichiarò che Catania presentava condizioni di sicurezza «eccellenti». La città, assicurò, era «tenuta sotto controllo» e il sistema di prevenzione era «più che efficace». A dimostrarlo sarebbe stata una diminuzione complessiva del 27 per cento degli indici di criminalità. Alle spalle di quelle parole c’erano già le armi. C’era stata la spedizione punitiva di viale Bummacaro nell’agosto 2024: una lite trasformata in sparatoria, un’automobile crivellata, uomini collegati ad ambienti dei Mazzei e dei Cappello, vecchi mafiosi costretti a intervenire per evitare che la vicenda degenerasse in una faida. C’erano poi gli episodi moltiplicatisi nel luglio e nell’agosto 2025. Fatti diversi, non necessariamente riconducibili a un’unica regia, ma tenuti insieme da elementi già riconoscibili: armi facilmente disponibili, piazze di spaccio, spedizioni punitive, capacità di controllare e intimidire porzioni della città. Il prefetto vedeva invece una città sotto controllo.

A dicembre arrivò il bilancio annuale del questore Giuseppe Bellassai: «risultati lusinghieri», quasi trecentomila persone identificate, oltre centoventottomila veicoli controllati e più di undicimila contravvenzioni. Nello stesso quadro, però, comparivano più di quaranta piazze di spaccio, 254 armi e 4.221 munizioni sequestrate. Lo stesso questore definiva lo spaccio «il problema dei problemi». Anche allora prevalse il racconto dell’efficienza.

Un racconto che ha retto finché gli spari potevano essere isolati, affidati ciascuno alla propria pista investigativa, al proprio faldone e archiviati come liti, vendette o regolamenti di conti. Ma quando gli episodi sono diventati troppi, troppo ravvicinati e troppo visibili per continuare a essere trattati come una somma di fatti privati, quel racconto si è inceppato.

A quel punto La Sicilia, alla vigilia dell’arrivo della Commissione antimafia, ha moltiplicato gli interventi, i racconti e le proposte. Davanti al fallimento del racconto precedente non ha cambiato analisi: ha raddoppiato la stessa ricetta. Capire meno quello che stava accadendo e controllare di più la città. Controllarla con lo stesso armamentario già dispiegato: zone rosse, daspo urbani, pattugliamenti, operazioni ad «alto impatto», chiusure di chioschi ritenuti equivoci, multe e sequestri di scooter. Strumenti che non avevano impedito il moltiplicarsi degli spari venivano riproposti come soluzione. Qualche giro di vite, soprattutto nei quartieri più difficili, per poter continuare a parlare di città sotto controllo.

Il giornale ha compiuto questa operazione in tre modi che dicono molto della sua idea di mafia e di giornalismo. Laura Distefano ha continuato a guardare dall’interno dei clan: correnti, reggenti, soprannomi, gerarchie, fibrillazioni e diplomazie mafiose. Nel recente articolo sul presunto «complesso di superiorità degli Ercolano», i quartieri «portano il vessillo» delle diverse fazioni e sono «a marchio Ercolano» o Santapaola. Gli Ercolano rappresenterebbero il «volto imprenditoriale» di Cosa Nostra, i Santapaola «l’ala militare, la più violenta». La competizione riguarderebbe il ruolo di «governance» della famiglia, dentro uno «scacchiere criminale» nel quale i vecchi boss «riprendono il timone» e all’ostentazione delle armi preferiscono la «diplomazia mafiosa». È il modo in cui i clan amano rappresentare se stessi, trasformato in chiave giornalistica.

Distefano inforca occhiali potentissimi sui dettagli e miopi sul fenomeno. Vede vessilli, gerarchie, soprannomi, rivalità e stili di comando. Non vede la città, gli affari, le collusioni e il legame tra violenza ed economia. Il rischio è rappresentare la mafia come una macchina perfetta: ordinata, razionale, dotata di classi dirigenti, strategie e diplomazie. Una potenza autonoma, separata dalla società che attraversa e dai rapporti che la rendono possibile. La criminalità si fa mito. La città resta fuori campo.

Francesca Aglieri Rinella ha tradotto l’escalation in una risposta operativa: più controlli, più repressione e più operazioni ad «alto impatto». Mentre in città si susseguivano sparatorie di ogni tipo, la cronista scriveva che «la risposta dello Stato è stata ancora una volta immediata e incisiva». A dimostrarlo sarebbero state l’ultima operazione di polizia condotta poche ore prima dell’arrivo del Commissione: duecento persone identificate, multe, scooter sequestrati, un cittadino accompagnato al centro per il rimpatrio, piccole quantità di droga, apparecchi da gioco e quattrocento chili di prodotti ortofrutticoli sequestrati.

Nello steso articolo, dopo i kalashnikov e gli ortaggi, vi è spazio per un riferimento, tanto retorico quanto immotivato ad una imprecisata «agorà» cittadina e alle voci della «polis»: la percezione di entrambe le entità, scrive solennemente Aglieri Rinella, sarebbe quella di una tensione crescente. La conclusione è già pronta: «maggiore controllo del territorio».

Concetto Mannisi ha compiuto il passaggio più grave.

La firma del quotidiano e presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia ha riconosciuto l’esistenza di una violenza «colpevolmente ignorata da tutti noi». Ma quel «tutti noi» non individua le responsabilità: le allarga fino a renderle indistinte. Prefettura, Questura, amministrazione, giornale e opinione pubblica finiscono nella stessa responsabilità collettiva, nella quale nessuno è chiamato davvero a rispondere. Più che un’ammissione di responsabilità un alibi. Un alibi che si è allargato fino ad affermare: «Ci siamo fatti distrarre dalla caccia ai colletti bianchi collusi — pure loro da perseguire, sia chiaro — lasciando che le frange militari di questo o di quel clan tornassero a organizzarsi».

L’errore, dunque, non sarebbe avere raccontato troppo a lungo una città sotto controllo, Non sarebbe avere continuato a spezzettare i fatti, confinando gli spari nelle liti private e nelle fibrillazioni interne. L’errore consiste nell’ essersi occupati troppo dei colletti bianchi.

È il ritorno a una mafia ridotta alle pistole, ai clan e alle loro faide. Una mafia senza relazioni, affari, professioni, protezioni, politica e amministrazione. Ma una mafia privata delle proprie relazioni non è più mafia.

Il paradosso è che, quasi dalla pagina accanto, l’avvocato Enzo Guarnera pone le domande che il giornale non ha posto: dove finiscono i soldi della droga e delle estorsioni? In quali attività legali vengono investiti? Quali rapporti uniscono economia, professioni, amministrazione e politica?

Guarnera ricompone ciò che Mannisi separa: le pistole e i colletti bianchi, le piazze di spaccio e gli investimenti, la violenza e il sistema di potere.

Ma la presenza di Guarnera resta un’ospitata di parata. Il giornale affida a una voce esterna le domande che la sua cronaca e i suoi editoriali hanno evitato.

La Commissione ha mostrato ciò che il racconto della città sotto controllo aveva lasciato fuori: armi, droga, denaro, reivestimento nell’economia legale, reclutamento e povertà sociale sono parti dello stesso sistema.

La città sotto controllo è una città rappresentata come se fosse senza mafia. Una mafia ridotta alle cosche, alle pistole e alle loro faide: una congrega criminale, un mondo di sotto, separato dalla società.

Scompaiono così le relazioni, gli affari, le protezioni, le complicità e le alleanze tra potere mafioso, economia, professioni, politica e amministrazione. Scompare dalla scena pubblica quel sistema di rapporti e relazioni che chiamiamo mafia.

La repressione è necessaria contro chi spara. Ma zone rosse, allontanamenti, controlli ai chioschi e operazioni ad alto impatto erano già in campo mentre le armi continuavano a circolare e le sparatorie si moltiplicavano.

Riproporre gli stessi strumenti come unica risposta significa raddoppiare una ricetta che ha già fallito.

Senza scuola, servizi sociali, casa e lavoro legale, lo Stato arriva sempre dopo. Il clan arriva prima: con il denaro, la protezione, l’appartenenza e la promessa di un futuro.

2 Comments

  1. Le armi in giro certo non le comprano al mercatino specialmente se si tratta di kalashnikov

  2. Mentre a noi dicono che ” si ammazzano tra loro” gli altri in silenzio modificano il piano regolatore per creare la capitale del riciclaggio del sud. Rivoglio la Pam Car

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