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Catania, supermercati a iosa. Vecchia e nuova rendita ai tempi di Trantino (seconda parte)

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insegna del nuovo supermercato a San Giuseppe l'Arena

Prosegue e si amplia l’analisi di Antonio Fisichella, iniziata ieri, sulla trasformazione urbana di Catania. Emerge la continuità della grammmatica del potere, dai cambiamenti degli anni Ottanta alla nuova alleanza tra rendita locale e grande finanza.

1982-2026: la stessa grammatica del potere

La celebrazione del “miracolo Arena” appartiene profondamente alla grammatica del potere cittadino, al modo in cui gli interessi imprenditoriali sono stati rappresentati come incarnazione dell’interesse collettivo. Per riconoscere questa grammatica bisogna guardare alla storia politica e urbana della città. Il ritorno al passato serve a mostrare come il presente si appoggi su pratiche, linguaggi e rappresentazioni sedimentati nel tempo.

Gli esempi possibili sarebbero molti. Uno dei più eloquenti risale a oltre quarant’anni fa. Il 29 ottobre 1982 la Rai trasmise Effetto Dalla Chiesa, un reportage di Joe Marrazzo che dedicava ampio spazio alle circostanziate accuse dell’urbanista Giuseppe D’Urso sulla costruzione della nuova Pretura di via Crispi. Non si trattava di obiezioni marginali. D’Urso, allora direttore del Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Catania, aveva raccolto le proprie contestazioni in un dossier. L’appalto era stato duramente criticato anche da architetti, giornalisti e in Consiglio comunale. Si discutevano la scelta di costruire un nuovo edificio nonostante la disponibilità di immobili comunali, l’abbattimento di fabbricati liberty, l’impatto urbanistico dell’opera e il superamento dei limiti volumetrici del comparto.

La Sicilia non dedicò alla trasmissione neppure una riga, né richiamò il dossier firmato da D’Urso. Il giorno successivo annunciò invece l’inaugurazione dell’edificio, celebrando «un’altra importante opera pubblica» realizzata dall’impresa del Cavaliere del lavoro Francesco Finocchiaro «in tempo di vero record». Il 31 ottobre arrivò un’intera pagina: «La nuova pretura consegnata alla città». Il costruttore dominava la scena come artefice di una «moderna opera architettonica», consegnata con quattro mesi di anticipo: «un altro passo in avanti verso una città moderna e funzionale».

Le contestazioni non vennero discusse né confutate. Finirono sepolte sotto un diluvio di record, elogi e plausi. Naturalmente, un palazzo giudiziario e un centro commerciale sono opere diverse, nate in epoche e circostanze differenti. Non stiamo equiparando gli interventi, né i protagonisti e le loro responsabilità.

Il confronto riguarda esclusivamente il dispositivo con cui queste opere vengono presentate alla città: la rapidità dell’esecuzione elevata a valore assoluto, l’imprenditore trasformato in benefattore, l’investimento rappresentato come dono alla collettività, le contestazioni espulse dal racconto pubblico. Proprio la distanza tra le due vicende rende più significativa la continuità della rappresentazione. È la stessa grammatica del potere.

È cambiato soprattutto il linguaggio. Negli anni Ottanta bastavano il cemento, la velocità, la modernità e la funzionalità. Negli anni Novanta e Duemila furono i grandi centri commerciali a diventare la via maestra dello sviluppo catanese, rinnovando l’eterno ciclo del cemento. Promettevano consumi, investimenti, posti di lavoro, nuove strade, modernità. Intorno a essi si costruì una vasta coalizione di proprietari, imprenditori, tecnici, amministratori e mediatori politici. Le varianti urbanistiche trasformavano i terreni e ne moltiplicavano il valore. La decisione pubblica produceva rendita privata.

Molti anni dopo, chiamato a testimoniare nel processo Ciancio, il senatore Mimmo Sudano mise in scena una deposizione piuttosto singolare e, a suo modo, estremamente significativa. Uno dei maggiori esponenti della politica catanese, già vicesindaco e assessore all’Urbanistica nella stagione in cui venne approvata la variante che rese possibile Porte di Catania, uno dei più gradi centri commerciali della città, si dichiarò pentito di quelle scelte e arrivò a scagliarsi contro i centri commerciali, colpevoli di avere «avvilito la vita della città». Si definì persino «offeso dalla scomparsa di via Etnea». E, con uno scarso senso del ridicolo, sostenne di non ricordare il ruolo svolto nel percorso politico-amministrativo che portò alla realizzazione del centro commerciale targato Mario Ciancio Sanfilippo.

È anche questa la grammatica del potere catanese. L’esaurimento di un ciclo — quello dei centri commerciali, che dagli anni Novanta in poi ha portato Catania ai vertici nazionali ed europei per concentrazione di grandi strutture commerciali — non ha prodotto una riflessione sul modello, né tantomeno una sua revisione. Oggi la grande distribuzione torna sul palco con parole nuove. Non promette più soltanto modernità e consumo. Promette rigenerazione, sostenibilità, verde, resilienza e mobilità dolce.

La novità dentro la continuità

Sarebbe tuttavia sbagliato leggere quanto sta avvenendo come una semplice ripetizione del passato. La rendita continua a dominare lo sviluppo della città, ma sono cambiati il campo di gioco, la dimensione delle operazioni e i soggetti che vi partecipano. Per lungo tempo il ciclo urbano catanese è stato governato soprattutto da proprietari fondiari, costruttori, professionisti, gruppi imprenditoriali e mediatori politici locali. Il loro potere consisteva nella capacità di trasformare un terreno agricolo, o destinato ad altro, in un’area edificabile e commercialmente sfruttabile. Era la decisione pubblica — una variante, un’autorizzazione, una nuova destinazione — a produrre il salto di valore.

Quel sistema non è scomparso. Proprietà locali, rendite locali, imprese, studi professionali e reti politiche continuano a essere decisivi. Servono a controllare il suolo, conoscere le procedure, attraversare gli uffici e rendere materialmente possibile la trasformazione. Ma accanto a loro sono entrati soggetti nuovi, o divenuti molto più potenti: grandi gruppi della distribuzione, società immobiliari, veicoli finanziari, fondi, società di gestione del risparmio, capitali nazionali e internazionali, grandi studi di progettazione.

I centri commerciali degli anni Novanta e Duemila hanno aperto questa fase: enormi edifici destinati al consumo e, allo stesso tempo, luoghi nei quali il capitale esterno incontrava il suolo, le relazioni “giuste” e la mediazione politica locale. Il sistema catanese produceva terreni trasformabili, autorizzazioni e possibilità di rendimento. I grandi operatori portavano capitali, insegne, reti distributive e capacità finanziaria. I centri commerciali rappresentavano il luogo in cui questi interessi si incontravano.

Oggi questo intreccio è diventato ancora più complesso. Il proprietario locale può vendere, conferire il terreno, partecipare all’operazione o attendere che la decisione pubblica ne moltiplichi il valore. Il capitale finanziario può entrare quando il rischio urbanistico e amministrativo è stato ridotto e l’operazione è pronta a produrre rendimento.

È questa la novità dentro la continuità. Rendita locale e finanza coesistono. Il vecchio blocco proprietario, politico e professionale ha imparato a dialogare con capitali più mobili, distanti e impersonali. Il cemento si finanziarizza. La città continua a essere il luogo nel quale costruire e vendere. Allo stesso tempo diventa un territorio da inserire nei portafogli, valorizzare, riconvertire e adattare alle attese degli investitori. Il campo di gioco si è allargato. Ma la regola fondamentale è rimasta la stessa: il valore prodotto dalle decisioni collettive tende a essere raccolto privatamente, mentre i costi, le rinunce e le funzioni perdute restano alla città.

La verticalizzaizone delle decisioni

Il potere pubblico, privo di una visione autonoma e di una propria idea della città, non agisce come arbitro capace di fissare priorità e limiti. Si ritaglia un ruolo marginale di mediazione. Diventa il luogo nel quale gli interessi vengono tradotti in destinazioni, permessi, convenzioni e opere. Ieri ciò avveniva soprattutto attraverso le varianti urbanistiche, sottoposte almeno formalmente al passaggio negli organi politici. Oggi il processo tende a concentrarsi in una filiera decisionale più verticale, che riduce il confronto pubblico e sposta il baricentro verso gli apparati tecnico-amministrativi.

La vetustà del Piano regolatore e la presunta impossibilità di interpretarne univocamente le legende vengono così trasformate in un alibi permanente. L’incertezza delle norme non conduce alla prudenza, alla trasparenza o alla discussione pubblica nelle sedi istituzionali, ma apre la strada a interpretazioni elastiche e a forzature di ogni tipo. È l’interpretazione amministrativa a produrre, caso per caso, la trasformazione. Il potere si verticalizza, si tecnicizza e diventa ancora più difficile da sottoporre al controllo democratico.

Dall’orizzonte del governo urbano scompaiono così funzioni essenziali per una comunità di uomini e donne: gli spazi pubblici, i servizi, la riduzione delle diseguaglianze, il diritto degli abitanti a determinare il futuro dei propri quartieri. La città diventa, in modo più violento che nel passato, funzione del mercato e della rendita. È lo stesso diritto alla città a essere messo in discussione. Prende forma una città sempre più costruita a misura dei ricchi e dei ceti garantiti, nella quale agli altri viene chiesto di adattarsi, spostarsi o semplicemente scomparire.

È un processo che va ben oltre Catania. Ma per realizzarsi in un territorio concreto ha bisogno di filiere decisionali capaci di unire politica, sapere tecnico, amministrazione e interessi economici. A Catania questa filiera ha oggi nomi precisi: Enrico Trantino, Paolo La Greca, Biagio Bisignani. Ma di questo ci occuperemo più avanti.

1 Comment

  1. Sono i piccoli negozi che fanno girare l’economia,non questi ipermercati che sfruttano i lavoratori e ripuliscono soldi

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