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Meloni, quanto costi alla Sicilia. Scippati quasi cinque miliardi

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Un miliardo e quattrocento milioni sono stati sottratti alla Regione Sicilia per finanziare l’improbabile Ponte sullo Stretto. Dovevano servire a dare risposta a problemi reali della nostra isola: l’inadeguatezza delle infrastrutture, il dissesto idrogeologico, interventi di coesione sociale. Nulla da fare, dirottati verso il buco nero delle spese per il Ponte.

Ma i tagli vanno ben oltre. Lo denuncia la CGIL, per bocca del segretario regionale siciliano, Alfio Mannino. La sottrazione di risorse, secondo il sindacato, arriverebbe complessivamente a 4,8 miliardi di euro, senza che la giunta regionale, presieduta da Renato Schifani, abbia fatto nulla per contrastare le scelte del governo e del ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto.

Due miliardi e 400 milioni si perdono con i tagli al Pnrr, in controtendenza con la situazione nazionale che vede invece crescere le risorse dell’1,73% (oltre 3 miliardi di euro) dopo la revisione approvata dal Consiglio europeo. Ci sono poi da aggiungere i 614 milioni del taglio al reddito di cittadinanza, i 150 milioni di mancato gettito fiscale che lo Stato avrebbe dovuto trasferire alla Sicilia e, infine, i 150 milioni in un triennio come risarcimento dei costi dell’insularità, previsti dal Def di aprile e scomparsi nella Finanziaria.

Per non parlare – prosegue il sindacato – degli effetti dell’eventuale realizzazione dell’autonomia differenziata, che produrrebbe ulteriore marginalità.

Nessuna attenzione al contesto regionale, di cui bisognerebbe, invece, tenere conto: “il reddito medio lordo disponibile in Sicilia è di 14.764 euro annui, tra i più bassi d’Italia (media nazionale 19.753 euro) e la Sicilia è la seconda regione per bassa intensità di lavoro (dato 2021): in molte famiglie cioè si lavora un numero di mesi inferiore a quello che si dovrebbe”.

Anche per quanto riguarda il capitolo della sanità e del diritto alla cura, i dati presenti nel dossier sono chiari. In Sicilia ci sono “meno posti letto rispetto al resto d’Italia, meno infermieri, un tasso di emigrazione sanitaria in altre regioni del 6,2% e una quota di persone che rinuncia alle cure, principalmente per motivi economici o per le difficoltà di accesso al servizio, pari al 7,2%.”. E “le case di comunità non saranno realizzate così come non lo saranno i posti letto di terapia sub intensiva”.

Sul tema trasporti, abbiamo il 37% delle famiglie che lamenta difficoltà di collegamento con i mezzi pubblici nelle zone di residenza”.

Non solo. Anche “le reti idriche sono un colabrodo e le altre infrastrutture non se la passano meglio”. A parte il fatto che la Sicilia, terra del sole, deve recuperare anche rispetto alla minore produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

In questa situazione di grandi difficoltà, dice Mannino, le somme tagliate “sarebbero servite a dare risposte alle tante fragilità sociali ed economiche di questa regione, dove il fenomeno dello spopolamento è sempre più presente”.

Che fare? Di fronte a una politica economica che non guarda al Mezzogiorno, anzi lo penalizza, “la proposta del sindacato è quella di tornare a investire su quei settori strategici per il rilancio della regione: pubblica amministrazione, contrasto al dissesto idrogeologico, rilancio dell’apparato industriale, efficientamento energetico dei Comuni, rigenerazione urbana (in particolare sulla questione rifiuti), potenziamento dei servizi nelle aree interne ma soprattutto limitazione delle diseguaglianze sociali ed economiche”.

In particolare, Christian Ferrari (componente della segreteria nazionale CGIL) sottolinea che bisogna puntare innanzitutto sullo sviluppo industriale. “Il rilancio del mercato non avverrà con la Zes unica (vale a dire la legge che semplifica le procedure amministrative per le imprese che vogliono avviare o espandere le loro attività nelle regioni meridionali), ma con un piano industriale concreto che tenga conto delle esigenze del Mezzogiorno. Per trasformare il sud in un hub energetico serve una filiera in grado di produrre impianti funzionali alla transizione green.

Non è accettabile il taglio di fondi diretti per finanziare gli incentivi automatici alle imprese, anche perché la maggior parte di questi fondi va al nord”.

Contro tutto questo, viene ribadito l’impegno del sindacato per rilanciare una mobilitazione capace di rimettere in discussione la progressiva emarginazione dell’Isola.

1 Comment

  1. Ma chi dovrebbe attuare questa politica industriale e far si che la Sicilia si trasformi in un hub? Se la manovra finanziaria è stata approvata quali margini di intervento concreto ci sono? Quanto all’ occupazione a Catania stiamo tranquilli , con tutti i supermercati che si aprono.!!!……..

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