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Franca Viola e Stefania Noce

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Il 26 dicembre del 1965, ad Alcamo, Franca Viola, a diciassette anni, venne rapita, violentata e tenuta segregata per otto giorni da Filippo Melodia, nipote di un boss mafioso. Secondo il rapitore e la sua famiglia, al rapimento sarebbe dovuto seguire il cosiddetto “matrimonio riparatore”, coerentemente con l’art.544 del Codice Penale, “il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato”. Peraltro, in quel periodo la violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non, come oggi, reato contro la persona.

Il 27 dicembre 2011 a Licodia Eubea, l’attivista femminista, scrittrice e militante di Rifondazione Comunista, Stefania Erminia Noce, a ventiquattro anni, venne uccisa, e insieme con lei il nonno, dall’ex fidanzato, Loris Gagliano, che non aveva accettato che Stefania potesse decidere liberamente della propria vita.

Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”, affermò Franca Viola. Ancora, “Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Non ho mai avuto paura, non ho mai camminato voltandomi indietro a guardarmi le spalle. Non ho mai avuto paura di nessuno”. E invece il suo fu un gesto veramente coraggioso, che rimise in discussione la tragica pratica delle nozze riparatrici, anche se solo nel 1981 delitto d’onore e matrimonio riparatore non faranno più parte della legislazione italiana.

L’8 marzo 2014 Franca Viola è stata insignita dell’onoreficenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana “Per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese“.

Sul giornalino “La Bussola” la diciottenne Stefania Noce scriveva: “abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizione di eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. […] Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno. […] Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perché legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. […] Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato”. Per concludere “che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tanto meno, di una religione”.

Nella sentenza di primo grado del processo contro l’assassino di Stefania Noce, grazie al lavoro di Pina Ferrario (consulente della famiglia), per la prima volta in Italia, si legge la parola femminicidio, termine poi cancellato nella sentenza di secondo grado.

Due storie diverse, quelle di Franca e Stefania, legate insieme dal tragico esercizio della violenza maschile sulle donne. Una costante, purtroppo, come ci conferma la cronaca quotidiana, senza che si metta effettivamente in moto quel necessario percorso di consapevolezza che interessa innanzitutto gli uomini.

Ci convincono, perciò, le parole di Serena Maiorana (autrice del libro “Quello che resta – Storia di Stefania Noce”) “È facile piangere i morti ma è giusto domandarsi come ci relazioniamo ogni giorno con i vivi. La soluzione è nelle nostre mani, perché solo attraverso una seria presa di coscienza possiamo cambiare le cose. Le donne muoiono, perché lasciano. Sono più coraggiose quelle che vanno via e non quelle che restano. Il 70% delle donne uccise hanno denunciato il proprio compagno per atti di violenza. Le donne devono essere libere di vestirsi come vogliono, di scegliere il lavoro che preferiscono e di decidere se diventare madri o meno e di volere accanto un uomo che dedichi ai figli e alla famiglia lo stesso tempo che donano loro stesse alla cura familiare. Il femminicidio è l’unico caso in cui c’è solo un colpevole e milioni di responsabili. È fondamentale non rassegnarsi al maschio prevaricatore. È doveroso non subire”.

1 Comment

  1. Ottimo scritto grazie per tenere viva una questione per la quale occorre ancora approfondire le cause e gli effetti che la scatenano da parte di certi uomini e non smettere mai di sostenere la libertà dii pensiero e azione delle donne!!

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