Il 20 luglio del 2001 a Genova veniva ucciso Carlo Giuliani. Di fronte ai tantissimi manifestanti, provenienti da tutto il mondo, che contestavano la legittimità del G8 (composto allora dagli otto governi nazionali di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti d’America, più i rappresentanti dell’Unione europea) e le scelte politiche dei cosiddetti “grandi”, l’unica risposta fu una cieca e vergognosa repressione. Quanto avvenuto nella caserma di Bolzaneto, adibita a carcere provvisorio, costituisce, ancora oggi, una delle più gravi violazioni dei diritti umani in Europa, ufficialmente riconosciuta come tortura, sia dalla magistratura italiana che dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Anche tantissimi catanesi, forse un migliaio, furono presenti nel capoluogo ligure. Vi proponiamo, su quelle giornate, la testimonianza di uno di loro, Alfonso Di Stefano.
Il corteo del 19/7 inizia in un clima festoso, poiché già mezz’ora prima della partenza eravamo il doppio del previsto. Con alcuni catanesi eravamo nello spezzone Cobas (almeno 5000), alla cui testa manifestavano alcune comunità di immigrati asiatici, soprattutto di Roma e Brescia, che avevano già dato luogo l’anno scorso alla famosa “Carovana per i diritti degli immigrati”. Il corteo alla fine (oltre 60.000) si scioglie in piazzale Kennedy con numerosi interventi, oltre alle comunità d’immigrati, di rappresentanti di sindacati internazionali (CUT brasiliana, Confedèration paysanne francese), delle madri di plaza de mayo, dei kurdi; nonostante il forte acquazzone la manifestazione continua per ore, poi si va a dormire fradici ma soddisfatti.
L’indomani nel campo di via Re di Puglia, gestito dai Cobas e dal Network ci si sveglia piuttosto tesi, consapevoli della giornata da affrontare: il tanto atteso “assedio della zona rossa” e la piazza tematica sul conflitto capitale-lavoro in piazza De Novi. Parto un po’ prima degli altri con il pullman dei Cobas di Frosinone per arredare la piazza con gli striscioni ed approntare un servizio d’ordine per le ore successive, soprattutto per il pomeriggio, temendo l’estendersi della repressione dalla zona rossa alle piazze tematiche.
Arriviamo in piazza De Novi alle 11, un’ora prima dall’inizio degli interventi, ma le aiuole e le panchine sono quasi tutte smantellate da alcune centinaia del black bloc, che tranquillamente devastavano la piazza, che doveva essere utilizzata per le nostre iniziative. Alle 11,45 quando arrivano Josè Bovè, Gigi Malabarba, sindacalisti dei Sem Terra, Sud-Francia ed iniziano le interviste delle televisioni straniere e si lanciano slogans, arriva l’altro blocco nero, i carabinieri.
Come Cobas diamo indicazione di formare un corteo incordonandoci, ma è troppo tardi; partono i primi lacrimogeni. I black bloc tentano di costeggiare il nostro corteo, ma vengono respinti, capiamo che il vero obiettivo siamo noi e la nostra piazza tematica. Arriviamo in piazzale Kennedy, ma anche lì l’atmosfera si fa incandescente, siamo costretti a defluire riformando un corteo per ritornare al “Re di Puglia”, ma veniamo più volte caricati.
Al ritorno apprendiamo dell’assassinio di Carlo Giuliani, la rabbia è incontenibile, ma nell’infuocata assemblea, come Cobas, manteniamo i nervi saldi; dopo una spietata autocritica sull’inadeguata gestione della giornata, proponiamo una gestione pacifica, ma determinata ed autodifesa, del corteo del 21, che si preannuncia oceanico. Durante la notte gli elicotteri ci sorvegliano ininterrottamente e quasi ogni ora sembra che stiano per atterrare.
La mattina del 21, dopo una breve assemblea, partiamo in corteo alle 11, ma già da alcune ore spezzoni di corteo (KKE greco, Rifondazione…) sfilano per le strade adiacenti. Il nostro corteo, stavolta ben autorganizzato, procede lentamente avendo di fronte un fiume di gente, stentando a ricongiungersi con altri spezzoni Cobas, che da ore ci attendono oltre.
Decido personalmente di arrivare a Boccadasse, dove vi sono i Sin.Cobas operai della Fiat Mirafiori e Cassino. Dopo una lunga attesa si decide di partire in corteo, essendo il grosso dei manifestanti da tempo fermi poiché arrivavano notizie di cariche alla coda del corteo (Quarto) ed alla metà (piazzale Kennedy), dopo quasi un Km ci dobbiamo fermare anche noi per le colonne di fumo, che si innalzano difronte il piazzale Kennedy, siamo molto tesi perché siamo in un tratto del lungomare, dove non si può defluire via spiaggia, come il giorno prima, essendoci delle ripide rocce e defluire per le viuzze laterali interne sarebbe troppo pericoloso per facili imboscate.
Non potrò mai dimenticare il viso angosciato di una gracile compagna settantenne, che avendo ascoltato le febbrili consultazioni del servizio d’ordine, ci chiedeva cosa fare. Dopo quasi mezz’ora la testa del corteo (la seconda metà) comincia ad indietreggiare per la cariche da piazzale Kennedy, invitiamo i partecipanti allo spezzone Cobas (dietro avevamo la Fiom) a gestire il deflusso senza panico, ci riusciamo per mezz’ora, oramai siamo a 100 mt. dalle cariche, ci sparano addosso lacrimogeni anche dai tetti delle case, gli ultimi cordoni del servizio d’ordine sono costretti a sciogliersi.
Camminiamo per inerzia per centinaia di metri, senza poter respirare in una ressa indescrivibile, riusciamo a ricomporci a Boccadasse, ma alcuni di noi mancano all’appello, incontro con piacere un compagno catanese nello spezzone di Rifondazione di Torino e riusciamo a scherzare per scaricare la tensione, ma la volontà del governo di fare una strage di pacifici manifestanti è ormai chiara a tutti, come verrà ancora una volta confermata con il vile attacco alle scuole Diaz e Pertini in nottata.

