Il drammatico episodio dei quattro migranti pakistani bruciati vivi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, non è soltanto una triste vicenda di caporalato che riguarda chi è entrato illegalmente nel nostro paese. Non è neanche un fatto che riguarda la Calabria o le regioni del Sud Italia, arretrate e dominate da illegalità e mafie.
E’, invece, un evento che ci riguarda tutti perché paradigma del nuovo schiavismo che sempre più caratterizza l’attuale mondo del lavoro, in Italia e nel mondo.
Come invito alla riflessione e stimolo all’approfondimento di una questione cruciale, proponiamo la trascrizione di una puntata del podcast di Stefano Feltri su Rai Radio 3, “Revolution, il mondo cambia ogni giorno”, riascoltabile su Rai Play Sound.
Revolution, 3 giugno 2026
Sarebbe facile ridurre la storia di Amendolara ad una faccenda di immigrazione. Caporali pakistani uccidono braccianti pakistani, una questione interna alla comunità ha problemi loro. Ma non è così e non è neanche una storia soltanto di immigrazione.
La verità è che l’Italia assomiglia sempre di più al sud degli Stati Uniti, ai tempi della guerra di secessione, cioè a una società la cui economia si fonda sugli schiavi. Oppure, se si vuole cercare un paragone più contemporaneo, l’Italia ha alcune delle caratteristiche di Israele. Nello stesso territorio convivono persone che hanno pieni diritti di cittadinanza e altri che vengono costretti a uno stato di inferiorità e illegalità permanente, di minorità.
E a loro si applica anche una giustizia diversa, brutale, spietata. La violenza, che sia lo sterminio dei palestinesi o il rogo dei lavoratori pakistani, è la conseguenza della segregazione. E la distinzione fra esseri umani con diritti e tutele, e altri che ne sono privi, rende possibile la tragedia.
I fatti ormai li conoscete. Lunedì alle 12.45 due caporali pakistani sono arrivati con un minivan in una stazione di servizio a Roseto, in provincia di Cosenza. Hanno fatto scorrere la benzina e hanno dato fuoco.
Dentro al minivan c’erano quattro uomini, quattro lavoratori arrivati dal Pakistan che sono bruciati vivi. Un quinto afghano si è salvato. Ne avete sentito parlare un po’ in tutte le trasmissioni di Radio 3, in particolare a Tutta la città ne parla.
A quanto si apprende, la colpa di questi quattro, anzi cinque uomini, era soprattutto quella di essersi ribellati. Non volevano più pagare gran parte del loro misero salario per la raccolta delle fragole, intorno ai 40 euro al giorno, ai loro sfruttatori che li taglieggiavano chiedendo soldi per andare sui campi, per tornare, per dormire, per mangiare. Ora, l’empatia e l’indignazione per una simile morte, una simile tragedia, non devono offuscare la capacità di leggere quello che c’è dietro.
È difficile immaginare che i caporali pakistani possano operare in questo modo, senza un rapporto con le organizzazioni criminali italiane che controllano il territorio, in questo caso la ‘ndrangheta, e che possano muoversi così senza la connivenza delle imprese italiane che beneficiano di quel sistema di reclutamento e sfruttamento. I quattro uomini morti, infatti, non erano soltanto dei lavoratori. Erano lavoratori che stavano cercando di esercitare il potere dei senza potere, cioè cercare un po’ di forza nell’unione delle loro fragilità.
E proprio questi caporali non potevano accettare che qualcuno mettesse in discussione l’ordine che avevano imposto e che è funzionale a tutti coloro che ne traggono profitto. E sono tanti quelli che ci guadagnano da questo sistema. Perché l’Italia è sì una repubblica fondata sul lavoro, ma in questo lavoro si include il lavoro degli schiavi. A Milano, a notizia di questi giorni, c’erano lavoratori pagati meno di un euro e mezzo all’ora per costruire il nuovo consolato americano.
Non è agricoltura, non è Calabria, non è mafia e non sono neanche italiani i protagonisti. Un’azienda di costruzioni americana, Cadel, un amministratore delegato turco, lavoratori indiani. Italiano però è il contesto che rende possibile lo schiavismo in piena luce nella città più visibile d’Italia.
E italiani, per fortuna, sono anche i due pubblici ministeri che hanno disposto il controllo giudiziale del cantiere, Mauro Clerici e Paolo Storari. Proprio Paolo Storari conduce ormai da anni inchieste sullo sfruttamento nei settori cruciali del cosiddetto made in Italy. Uno dopo l’altro praticamente tutti i grandi marchi della moda sono finiti sotto inchiesta per lo stesso schema.
L’azienda con il brand famoso ha sempre ordini superiori alla sua possibilità di produzione. Si affida quindi a un appaltatore italiano che fa scudo e questo appaltatore poi a sua volta si affida a laboratori cinesi dove i lavoratori sono picchiati, incatenati, pagati pochissimo. Ovviamente il marchio famoso dice sempre che non poteva immaginare che a produrre i suoi costosi capi di abbigliamento fossero poi persone trattate così.
Poi ci sono i rider e le piattaforme che li gestiscono. Anche questo è oggetto delle inchieste di Storari a Milano. Conosciamo ormai le storie di retribuzioni minime e ritmi che hanno fatto spesso parlare di schiavismo digitale o algoritmico.
Qualcosa sta migliorando ma solo sotto la pressione della procura e delle autorità indipendenti come quella per la concorrenza. Ecco, al di là delle responsabilità individuali che spetta sempre soltanto ai giudici accertare è ormai evidente che in Italia l’intera economia è in grado non soltanto di tollerare lo schiavismo ma sembra quasi averne necessità, quasi fosse un ingrediente cruciale del patto sociale. Le imprese lo legittimano perché pensano che altrimenti i consumatori dovrebbero rivolgersi alla concorrenza magari all’estero cioè a importazioni da paesi dove i lavoratori sono trattati altrettanto male.
Noi consumatori non riusciamo a convivere con l’idea che una parte del nostro benessere deriva dallo sfruttamento estremo di persone senza diritti e allora diamo tutta la colpa a qualcun altro, alla grande distribuzione, ai trafficanti, alle mafie. Loro sono cattivi, noi no. E la politica continua a garantire costante materia prima per questo nuovo schiavismo, cioè i migranti disperati tenuti per legge in una condizione di sostanziale illegalità o comunque di assenza di ogni prospettiva di integrazione e potere contrattuale. Così inevitabilmente l’unico impiego possibile è in condizione di sfruttamento.
Prendiamo i numeri del 2025, e ci è inserita la campagna Ero straniero che nel suo rapporto scrive questo. Relativamente ai flussi 2025 sono 14.349 i permessi di soggiorno in via di rilascio dalle prefetture su 181.450 quote stabilite dal governo per gli ingressi, quindi soltanto 8 persone su 100 fra coloro che nel 2025 sono entrati regolarmente in Italia col decreto flussi poi hanno davvero ottenuto un contratto di lavoro e un permesso di soggiorno.
Molti altri sono entrati ma hanno visto svanire il contratto promesso per giustificare l’ingresso, altri ancora hanno il contratto e il permesso di soggiorno ma vengono comunque risucchiati dall’illegalità di un sistema nel quale ci sono ormai intere filiere di produzione completamente rette sullo schiavismo.
Lidia Vicchi è un’avvocata esperta di immigrazione e lavora in Calabria con ASGI, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. In che modo tragedie come quella di Amendolara si legano al modo in cui è costruita la politica di immigrazione regolare, in particolare il decreto flussi?
Il decreto flussi consiste nel far arrivare con un visto d’ingresso una persona straniera in Italia perché un’azienda chiama lo straniero in Italia. Gli stranieri arrivano quindi in Italia con un regolare visto d’ingresso, dovrebbero poi andare in prefettura e formalizzare il contratto di lavoro. A quel punto la Questura rilascia un permesso di soggiorno. Questo non avviene perché, in primis, imprenditori senza scrupoli italiani fanno arrivare queste persone in Italia, ma in realtà il lavoro non esisteva e nel frattempo però si sono, chiaramente, fatti pagare quella che è una vera e propria tangente per fare questa richiesta e presentare questa richiesta in prefettura. E poi lo straniero arriva in Italia e rimane senza permesso di soggiorno perché appunto il datore di lavoro scompare.
Che cosa si potrebbe fare nell’immediato per ridurre le aree di legalità nelle quali si sviluppano le filiere di sfruttamento dei caporali?
Nell’immediato si potrebbe per esempio, per provare a ridurre il campo di azione dei caporali, obbligare le prefetture – nel caso in cui ci sia una situazione di cittadino straniero arrivato in Italia che poi non riesce a concludere la procedura perché il datore di lavoro scompare – obbligare e dare indicazioni alle prefetture che in questo caso rilascino un permesso di soggiorno per attesa occupazione. Gli strumenti ce li abbiamo, solo che non possono essere lasciate alla discrezionalità della prefettura.
Il PNRR aveva messo a disposizione 200 milioni di euro per finanziare 13 progetti pensati proprio per superare gli insediamenti abusivi, per combattere lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura. Sono stati spesi soltanto 108 mila euro su 200 milioni e, nell’area interessata dalla vicenda dei quattro braccianti pakistani, su 2,66 milioni affidati al comune di Corigliano Rossano sono stati spesi 0 euro e il PNRR finisce a fine mese, a fine giugno.
Sappiamo cosa succede alle economie che si illudono di poter prosperare sul lavoro povero o addirittura sullo schiavismo, hanno meno incentivi a investire per aumentare la produttività, cercano di proteggere settori a bassi margini senza prospettive di crescita, difendono le rendite invece che inseguire la crescita. La violenza, a un certo punto, diventa lo strumento per reprimere le proteste di chi porta il peso di questo modello estrattivo.
Certo noi consumatori potremmo boicottare l’acquisto di tutte le fragole per un mese nella speranza di colpire quelli che sono i beneficiari ultimi del caporalato ma servirebbe a poco. La vera questione riguarda il modello complessivo, il tipo di capitalismo che l’Italia vuole avere, forse è ora di fare qualche scelta un po’ drastica, riconoscere che questa agricoltura che prospera sugli schiavi, non solo in Calabria ma anche in Calabria, così come questa moda che ha bisogno dei costi cinesi anche nei laboratori italiani, non merita alcun sussidio, alcuna indulgenza, alcuna celebrazione.
Questo made in Italy è fondato sullo sfruttamento e condanna il paese a una bassa crescita. Mentre noi celebravamo le presunte virtù dei produttori italiani e del chilometro zero, denunciando i rischi delle importazioni dall’estero, le condizioni all’estero per i lavoratori miglioravano e in Italia peggioravano.
Senza migranti sfruttati come schiavi, le nostre aziende non sarebbero più competitive e dovremmo importare le fragole e i pomodori dalla Spagna e dal Marocco. Benissimo. Per i diritti dei lavoratori ha fatto molto di più la globalizzazione che la retorica della sovranità alimentare e i sussidi a un settore, quello agricolo, che impiega sempre meno persone, ormai intorno al 2,5% degli occupati ma ne danneggia molte per esempio rifiutandosi di ridurre le sue emissioni inquinanti.


Perché nell’articolo si definisce tangente quella che lo stato fa pagare al datore di lavoro per fare arrivare con visto d’ ingresso,una persona straniera per lavorare nella propria azienda? E perché le prefetture non verificano l’affidabilità delle imprese?