Dieci anni di indagini e un processo durato quasi tre anni, il più lungo mai celebrato in Svezia, che dovrebbe arrivare a sentenza entro dicembre 2026. Un processo di importanza storica, “una grande vittoria per la giustizia”, “la prima volta da Norimberga che una società quotata in borsa viene chiamata a rispondere in tribunale per crimini di guerra”, come ha dichiarato il portavoce di Pax for Paece.
E’ stata infatti questa ONG olandese, con il rapporto Unpaid Debt, redatto per la ECOS (Coalizione Europea sul Petrolio in Sudan), a fare aprire l’inchiesta, nel 2010, sulla complicità in crimini di guerra di due dirigenti petroliferi. Si tratta di Ian Lundin, presidente della società petrolifera svedese Lundin Oil (ora Orron Energy ) e di Alex Schneiter, direttore e consigliere di amministrazione della medesima società.
Nell’area petrolifera data in concessione alla Lundin Oil, situata nella parte meridionale del Sudan, oggi Sud Sudan, nel periodo 1997- 2003, furono compiuti attacchi intenzionali contro i civili, usando la fame come arma di guerra, compiendo stupri e torture, dando alle fiamme raccolti ed interi villaggi, servendosi anche di bambini soldato. Morirono almeno 12 mila persone ed altre 200.000 furono costrette a lasciare la loro terra.
I crimini furono commessi dall’esercito sudanese e dalle milizie alleate, quando a capo del governo c’era Omar al-Bashir. La Procura svedese vuole chiarire – afferma Amnesty International in una nota – se quei crimini furono la conseguenza dell’accordo sottoscritto nel 1997 dalla Lundin Oil AB col regime africano per consentire all’azienda di prendere il controllo dell’area e creare “le precondizioni necessarie per l’esplorazione petrolifera della Lundin Oil”.
Le operazioni si svolsero per quattro anni, fino a quando la Lundin non chiuse le attività nella zona. Altre compagnie, anch’esse interessate ai giacimenti sudanesi, si erano ritirate dal terreno prima di iniziare le prospezioni, che furono riprese a guerra civile finita.
Era, infatti,uno dei momenti più drammatici della guerra civile tra il governo di Khartoum e il Sud del paese, e alcuni giacimenti di petrolio erano stati scoperti sulla linea del fronte del conflitto tra l’esercito regolare e le forze del movimento di liberazione.
Le testimonianze raccolte nel rapporto Unpaid Debt (Debito non pagato), che costituì la base per l’istruzione del processo, avevano come obiettivo principale il risarcimento delle vittime. Un obiettivo che difficilmente sarà raggiunto, anche perché il tribunale di Stoccolma ha deciso di scindere la causa penale, per la complicità nei crimini di guerra, da quella civile, per il risarcimento. Non solo sarà difficile che le vittime ottengano il giusto risarcimento, c’è anche il rischio che debbano pagare i costi processuali che sono altissimi.
Il processo, tuttavia, rappresenta un caso esemplare nel diritto penale internazionale. “Sarebbe la prima volta che qualcuno è ritenuto responsabile per presunti contributi a uno degli indicibili orrori delle guerre civili del Sudan. Ed è un’occasione molto rara che una società multimiliardaria (una delle più importanti imprese del Paese scandinavo) venga accusata di complicità in crimini internazionali. I precedenti legali che creerà potranno avere un significato globale”.


Si è un gesto di speranza per l avvenire. Non desistiamo e continuiamo in questo cammino. Sono profondamente grata per chi vive in prima linea questi avvenimento.
Noi delle retrovie li sosteniamo con fierezza.
Grazie annachiara ocso