Sono tanti i piccoli uccelli migratori che partono dal nord Europa per raggiungere i paesi a sud, Italia inclusa, dove trascorrere l’inverno e prepararsi alla nuova stagione nuziale.
Questi splendidi animali rischiano, arrivati in Italia, di essere catturati per divenire ‘richiami vivi’. Tenuti in gabbie piccolissime per tutta la vita, al buio, in modo che perdano il senso delle stagioni e cantino quando in autunno sono portati all’aperto, diventando una trappola per i loro simili che vengono attirati dal canto per essere poi abbattuti dai cacciatori appostati.
Una pratica orribile, nella quale troviamo davvero il peggio: la privazione della libertà, la costrizione a condizioni intollerabili, l’inganno, la morte.
L’Europa ha vietato la cattura degli uccelli selvatici a fini di richiamo e chiesto all’Italia di avviare la dismissione di questa pratica, che rappresenta non solo un’infrazione alle norme ma “un’infrazione del senso di rispetto e della stessa umanità”.
L’utilizzo dei richiami vivi, mai del tutto vietato, è stato via via fortemente limitato in quanto permesso solo per poche specie e con uccelli di allevamento, non catturati in natura. Rischia oggi di tornare in auge se verrà approvato il ddl 1552, attualmente in discussione alla Commissione ambiente del Senato, che propone modifiche alla legislazione sulla caccia.
Tra le modifiche proposte vi è, appunto, l’aumento delle specie per cui è permesso utilizzare richiami vivi, che passerebbe da 7 a 47, e il ritorno alla pratica di catturarli in natura.
“In un momento in cui la crisi di biodiversità accumula evidenze su evidenze scientifiche e deve essere posta al centro dell’agenda pubblica non per retorica, ma per affrontare urgenze concrete, appare quanto mai opportuno evitare l’approvazione di norme che potrebbero avere conseguenze gravi e irreversibili sugli equilibri ecologici del Paese”. Con queste parole 50 Associazioni Ambientaliste e Animaliste si sono rivolte alla Commissione ambiente del Senato impegnata nella discussione del disegno di legge.
In primo luogo viene posta una questione di metodo e viene contestato quanto avvenuto in sede di audizioni: solo 4 associazioni ambientaliste sono state ascoltate, a fronte di 12 associazioni venatorie.
Ancora più gravi appaiono i contenuti del provvedimento in discussione. Anche perché, dopo la modifica dell’articolo 9 della Costituzione (La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali) siamo in presenza di una materia “vasta, delicata e di rango altamente costituzionale”.
Questi, secondo le Associazioni, i principali punti di criticità del disegno di legge in discussione:
- L’estensione dei periodi venatori alla primavera, che colpisce le specie durante la riproduzione, e la riduzione delle aree protette con apertura delle foreste demaniali alla caccia, che colpisce ecosistemi fragili;
- L’abolizione del divieto di caccia agli uccelli migratori ai valichi montani. In caso di approvazione, verrebbe meno la tutela della biodiversità e potrebbe essere avviata una procedura di infrazione perché tale norma è in contrasto con quanto previsto a livello comunitario sulla protezione degli uccelli migratori. Inoltre, il TAR della Lombardia, a tutela delle rotte migratorie, ha emesso sentenze che vietano la caccia nei valichi;
- L’apertura alla caccia nelle foreste demaniali pubbliche e la possibilità di autorizzare appostamenti di caccia (strutture fisse o temporanee, molto spesso baracche abusive), senza piani urbanistici o valutazioni di sicurezza per non arrecare danno all’ambiente o ad altre attività, Una proposta, quest’ultima, che non tiene conto delle decisioni della Corte Costituzionale, per esempio della sentenza 139/2013;
- l’utilizzo dei ‘richiami vivi’ di cui abbiamo già detto
Un primo importante risultato raggiunto, grazie alle prese di posizione degli ambientalisti, è stato quello di ottenere che il testo avviato in sede redigente sia passato in sede referente. Quindi non sarà la Commissione ad elaborare il testo definitivo da votare, ma sarà possibile, in Aula, un esame più trasparente e l’opinione pubblica potrà seguire quanto accade.
Va inoltre ricordato, come sottolinea Giovanni Albarella della LIPU, che “La normativa italiana in tema di caccia è già sottoposta a una procedura d’infrazione per il mancato rispetto della Direttiva uccelli e per la violazione del Regolamento Reach sul mancato divieto di utilizzo delle munizioni contenenti piombo nelle zone umide”.
Siamo perciò di fronte a più che un grido di allarme. E’ necessario proseguire la battaglia per evitare che le pressioni lobbistiche dei cacciatori (neanche l’1 per cento della popolazione italiana) e della industria delle armi e della caccia determinino un arretramento nella difesa della biodiversità, dell’ambiente e dei diritti delle altre specie animali.
(foto di copertina di Salvatore Sepe dal sito della Lipu)

