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Per la fine del Ramadàn, tutti insieme a chiedere la pace

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Interno della Moschea della Misericordia

Nei Quaderni di San Berillo Nino Bellia ha continuato a raccontare, in questi mesi, la trama di rapporti di amicizia che lui e gli altri componenti dell’Osservatorio continuano ad intrecciare, soprattutto con alcuni giovani migranti africani, nel comune impegno per il quartiere di San Berillo Vecchio. Oggi racconta la Festa per la fine del Ramadàn, in cui la lungimiranza dell’Imam della Moschea della Misericordia, Kheit Abdelhafid, ha coinvolto cittadini e associazioni non musulmani e lo stesso Vesvovo Renna. Tutti a chiedere, a gran voce, la Pace

Cari amici… Salam Aleikum! Shalom! Eiréne! Pax! Peace! Paz! Paix! Frieden! Mir! Hépìng! Shaanti! Amani! Heiwa! Eyewi! Yatampa! Nabad…Pace! Pace! Pace! E dedico questo, ancorchè esiguo, elenco a tutti coloro che in un periodo così terribile della Storia – di pochi minuti fa la notizia che i droni iraniani stanno attaccando Israele – si impegnano in tutti i modi, con parole e intenzioni, tempo ed energie, con la loro stessa vita, nel dialogo fra le culture, fra i popoli, fra gli esseri umani… Pace a chi non si dà pace per portare la Pace!

Eid Mubarak!

Da tutte le vie dintorno, dalla Stazione e dal Porto, da via di San Giuliano, da Piazza Lupo, da Piazza Teatro Massimo, dal Corso Sicilia e dalla Civita, da tutta Catania arrivano a uno, a due, a piccoli drappelli, a nuclei familiari. Coloratissimi la carnagione e gli abiti, elegantissimi, splendidi, uomini e donne di tutte le età convergono su Piazza Cutelli, l’affollano pacificamente, preparandosi ad entrare in Moschea.

E’ il giorno dell’ Id al Fitr, la fine del Ramadàn: la Rottura del Digiuno. Tanti i non musulmani invitati a condividere la Festa. Tra questi, anche noi. Mi sento onorato di una simile considerazione, che mi permette di camminare, sereno e compiaciuto, a testa alta, al fianco di questo popolo raggiante. In particolare, per me e per gli amici dell’Osservatorio, l’opportunità scaturisce dal comune impegno per il quartiere di San Berillo Vecchio, soprattutto in favore dei giovani migranti africani, coi quali da mesi intessiamo rapporti di amicizia e proviamo a cercare alternative a destini annunciati e scontati, a condanne senza appello, a soluzioni sommarie e azzeratorie. La nostra Catania, città a vocazione multietnica…

L’invito a partecipare, già alla cena della sera precedente, e poi alla festa, proviene dalla lungimiranza e dalla magnanimità di Kheit Abdelhafid, l’Imam della Moschea della Misericordia. E’ il suo modo di ricambiare i segni concreti di amicizia e di collaborazione da parte di singoli cittadini, di associazioni, di autorità, dello stesso Vescovo di Catania, Luigi Renna.

E’ un modo di concorrere alla costruzione di ponti fra le culture, perché, come dice Kheit, “sono più le cose che ci uniscono piuttosto che le cose che ci dividono”. Proprio pochi giorni fa, il mercoledì della Settimana Santa, lui stesso aveva partecipato, in punta di piedi, ma autorevolmente e, oserei dire, profeticamente, alla Via Crucis di San Berillo…

Come ormai mi capita spesso, arrivo un po’ in ritardo, e accedo subito al corridoio degli scaffali e dei lavandini. La preghiera si è già conclusa, e faccio appena in tempo a togliermi le scarpe e riporle fra tutte le altre, quando si aprono le porte, e i fedeli cominciano a defluire dall’interno della Moschea, in ordine perfetto e silenzio assoluto.

Un numero innumerevole e innumerabile, a fiumi, da restare sbalorditi. Vado a salutare Kheit, che mi abbraccia e mi include in una schiera già in posa per la foto ricordo. Poi mi chiede se avessi sentito le belle parole del Vescovo, poco prima. Un po’ mortificato, devo ammettere di no, in quanto ancora assente! L’imam mi giustifica con benevolenza e sottolinea che il discorso di Renna aveva fatto eco al suo.

Entrambi avevano parlato di Pace, dell’urgenza e del dono, della necessità di muoverci tutti nella stessa direzione, valorizzando le diversità, invece di esasperarle. Quindi si allontana per un’intervista e io resto assorto, nello spazio della grande Moschea.

Sono rimasti solo pochi fedeli, in preghiera e se ne stanno prostrati e rivolti verso la parete a sud est. Anch’io mi giro verso là e, del resto, il tappeto sotto i nostri piedi ripete all’infinito una decorazione ad archi e colonnine, tutti rossi e bianchi, tutti orientati nella medesima direzione. Mi sembra di stare davvero sul tappeto volante, una sensazione di aeroporto e di flottiglia in migrazione. Mi rendo conto sempre di più dell’educazione e dell’identità religiosa di un popolo talmente vario per latitudini e razze, per tendenze e prevalenze, e pur sempre omogeneo.

Ma non è solo questo ciò che provo. Come le vidi altrove, nell’Alhambra di Granada o nell’Alcàzar di Siviglia, anche qui le colonne sono istoriate di meravigliosi arabeschi, un gettito incessante di spirali, corolle, galassie… E mi rendo conto che posso volgermi in ogni direzione, verso La Mecca come verso Gerusalemme, verso qualsiasi altra Città Santa sulla Terra, e che tra i punti cardinali ci sono interspazi e interlinee, cromatismi e contaminazioni…

E mi ricordo che sono siciliano e che il mio sangue è misto di tante mescolanze. E mi vengono in mente la coda del pavone che allevo nel pollaio, e i fuochi d’artificio che illuminano le nostre notti d’estate o che annunciano l’arrivo della “roba” nei quartieri di Catania… E persino i disegni di Tano Corallo sui muri di Belpasso!

Ciò che conta, in tutte le direzioni possibili e immaginabili, sono le Mura di una Città Santa ancora da vagheggiare e da erigere, ancora da peregrinare, altissime e imprendibili, inabbattibili e inespugnabili perché munite di luce propria e presidiate dalle Sentinelle della Pace

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