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Falcone, la nostra storia

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Nel continuo proliferare delle più diverse ricorrenze può finire col sembrare che siano tutte di uguale valore. Non è così.

Il 23 maggio non è solo l’occasione per onorare la memoria del giudice Falcone, di sua moglie, della scorta, non è solo un momento di riflessione sull’importanza ed il significato della lotta antimafia che, fra successi grandi e piccoli, pure ha segnato importanti risultati, è in qualche modo un controllo sul progresso della Democrazia nel nostro Paese.

La questione ci riguarda tutti e non può essere elusa.

Qualcuno dirà che potrebbe essere più utile una educazione permanente alla legalità, che si tratta di un rito che nella sua formalità è o potrebbe divenire inutile o addirittura controproducente, qualcuno potrebbe auspicare tempi migliori e partecipazioni più consapevoli della cittadinanza. Forse.

Il punto è che, se è vero che la lotta antimafia sta a fondamento della Repubblica non meno che altri principi costituzionali, se è vero che fin dall’origine della storia repubblicana da Portella delle Ginestre alle stragi del ’92, le due questioni si sono strettamente legate non si può prescindere dalla necessità di ricordare.

Un po’ meglio, un po’ peggio ma ricordare perché tutti abbiano l’opportunità di apprendere cosa vuol dire essere cittadini. Non eroi ma cittadini. Semplicemente. Il che non implica che i cittadini siano necessariamente degli eroi ma che tutti debbano sapere che in questa estenuante, continua, difficile lotta ci sono stati momenti sanguinosi e durissimi, momenti di gioia e speranza e che gli uni e gli altri sono parte della nostra storia.E che l’esito finale, ancora aperto, dipende anche da noi.

Falcone, Borsellino, sono solo due dei tanti nomi che ci vengono alla memoria come anche Terranova, Chinnici o Atria, come Montana o Dalla Chiesa, il punto è che l’impegno nel tramandare il loro ricordo deve essere continuo e forte, deve essere sistematico, deve essere autentico e serio. Questo almeno lo dobbiamo a chi per la Repubblica è morto.

Quindi, perché no, commemoriamo, ognuno come può, come sa, come vuole, facciamo in modo che i giovani possano farsi un’idea, che gli anziani comprendano, che gli adulti divengano più consapevoli.

E se possiamo fare meglio in modo più profondo e vero. Perché no.

Tutto possiamo fare salvo permettere che scenda il silenzio sul passato e muoiano le speranze di un futuro senza mafia.

Questo ci sembra il senso più vero del 23 maggio, un momento passato su cui non possiamo permettere che cada la polvere dell’oblio.

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