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Boggio Lera, il crollo del tetto e il muro di gomma

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Lunedì 30 maggio è la data entro cui la Prefettura ha chiesto che, nelle scuole Vespucci e De Sanctis, venga verificata la disponibilità di aule da mettere eventualmente a disposizione del Liceo Boggio Lera, ancora alla ricerca di una soluzione adeguata, dopo il il cedimento strutturale di una falda del tetto, avvenuto il 10 novembre dello scorso anno.

L’intervento della Prefettura si è reso necessario per smuovere le acque e mettere alle strette i soggetti istituzionali a cui compete la soluzione del problema, Città Metropolitana (responsabile della struttura), Comune di Catania e Ufficio Scolastico Provinciale.

Sarebbe stato utile, ad esempio, che l’Ufficio Scolastico Provinciale, in base ai dati dell’organico di diritto, indicasse preliminarmente quali sono gli istituti che potrebbero mettere a disposizione un certo numero di aule, ma ciò non è avvenuto.

Anche le altre autorità competenti sono state poco attive, come se non fosse in ballo il diritto allo studio degli alunni di uno dei più importanti licei della città.

Lentissimi i tempi, ad esempio, per smontare e portar via alcuni “comignoli” che rendevano impossibile, per motivi di sicurezza, l’utilizzo delle aule poste al di sotto del corridoio centrale (dove il crollo era avvenuto). Un lavoro che avrebbe richiesto poche settimane si è protratto per mesi, durante i quali un ponteggio appositamente realizzato in via Vittorio Emanuele è rimasto rigorosamente inutilizzato.

Ma quello che la comunità scolastica, personale, alunne e alunni, famiglie, ha sofferto maggiormente è stato il silenzio delle istituzioni. Nonostante l’accaduto non fosse riconducibile alla responsabilità della scuola ma piuttosto a quella degli enti preposti al controllo degli edifici scolatici, nulla è stato fatto per risolvere tempestivamente il danno e per assicurare diritti essenziali come quello dei ragazzi di studiare e quello del personale, docente e non docente, di lavorare in una struttura adeguata e sicura.

La comunità scolastica ha comunque cercato di rimboccarsi le maniche e praticare tutte le soluzioni possibili. Consapevole che il clima di inclusione e condivisione che caratterizza il Liceo, una scuola dove non si è perso il gusto del confronto e della discussione, rappresentava la risorsa decisiva per non farsi travolgere dagli avvenimenti.

Per permettere agli studenti di frequentare le lezioni in presenza, sono state ricavate aule in ogni spazio disponibile della sede centrale di via Vittorio Emanuele, dalla presidenza all’infermeria (compresa quella covid, ormai prevista per legge), dall’aula studio annessa alla biblioteca ai laboratori e alla stessa aula magna. Sono state persino chieste e ottenute, dalla Curia, due stanze attigue alla chiesa adiacente alla scuola.

Sette aule sono state reperite presso la scuola De Sanctis/Coppola, anche se ne sarebbero servite almeno altre 10 e fosse nota la presenza di altri locali non utilizzati all’interno di quell’istituto.

Purtroppo, per evitare i doppi turni, che sarebbero stati insostenibili per i numerosi allievi pendolari, alcune classi a rotazione hanno dovuto lavorare con la Didattica a Distanza.

Per dieci giorni sono state effettuate anche lezioni all’aperto presso la vicina piazza Dante, con una più che significativa attenzione dei mezzi di informazione. Un’attività, quest’ultima, resa possibile dalla profonda unità di intenti che ha caratterizzato in questo periodo complicato l’intera comunità scolastica.

Certo, si è trattato di una ulteriore forma di protesta, ma si sono svolte vere e proprie lezioni, comprensive, quando necessario, dello stesso lavoro laboratoriale. Dopo l’appello, i ragazzi (ogni giorno una classe diversa), tutti provvisti delle relative autorizzazioni dei genitori, insieme con docenti e personale ATA, trasportavano sedie (le famose sedie a rotelle), lavagna e cattedra per creare in piazza una vera e propria “aula pubblica”. Una scommessa difficile da realizzare, che ha unito ancora di più le varie componenti nel momento in cui si è dimostrato che non si trattava di una semplice protesta ma della consapevole rivendicazione del diritto allo studio.

Più in generale, per gestire una situazione così complessa è stato necessario rimodulare continuamente l’organizzazione scolastica, l’assetto delle classi, in presenza e a distanza, l’orario delle lezioni. Forse neanche i due anni di pandemia avevano generato un senso così forte di precarietà, a cui la comunità scolastica, docenti, alunni, genitori, ha tuttavia risposto con disponibilità e compattezza, dando, di fronte all’emergenza, una risposta eccezionale.

Sono state promosse, inoltre, manifestazioni pubbliche, e attivati altri strumenti, servizi giornalistici, lettere aperte (una delle quali diretta persino al Vescovo), per cercare di contribuire allo sblocco della situazione.

Di recente, la scuola ha fatto richieste molto concrete per fronteggiare il nuovo anno scolastico e tutto il periodo in cui si svolgeranno i lavori di ristrutturazione.

Due i passaggi fondamentali: individuare in un solo plesso scolastico 15 aule temporaneamente disponibili da utilizzare sino al Natale 2022 e, nel frattempo, fare i lavori necessari per rendere utilizzabile l’ex scuola infermieri dell’ospedale Vittorio Emanuele.

In questo modo, quando inizieranno i lavori di rifacimento del tetto del corridoio centrale (si parla di febbraio 2023) e, presumibilmente, non saranno disponibili neanche le aule del corrispettivo piano terra, la struttura sanitaria dismessa potrà ospitare, per tutto il tempo dei lavori, un numero adeguato di classi, in attesa di rientrare nella sede centrale, ristrutturata e resa sicura.

Siamo arrivati alla fine di maggio, la data indicata dalla Prefettura per individuare soluzioni adeguate al problema, è alle porte. L’unica certezza è che il problema va risolto entro il mese di giugno in modo che il prossimo anno scolastico possa iniziare garantendo a tutte e tutti il diritto allo studio.

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