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Monte Po – Acquicella, per fare un parco ci vuole un seme

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Giovani e meno giovani, con la bandiera rossa della LIPU e quella bianca del WWF su cui spicca il logo del Panda, ma anche appartenenti ad altre associazioni e cittadini sensibili al tema ambientale hanno partecipato domenica mattina, 12 dicembre, alla manifestazione “Piantiamo un fiore” presso la foce dell’Acquicella.

Hanno interrato semi di pancrazio, il giglio di mare, pianta autoctona, tipica della nostra fascia dunale costiera, e piantato giovani esemplari di piante pioniere come la santolina delle spiagge e il ginestrino delle scogliere.

Non il gesto improvvisato di chi combatte una battaglia perdente contro l’impoverimento della flora delle nostre coste, sempre più minacciate da insani interventi umani e dall’erosione, ma un intervento inserito in un progetto di più ampio respiro, quello di ripristinare un ecosistema dunale, restituendo bellezza e funzionalità ad un’area dell’auspicato parco Monte Po – Vallone Acquicella.

Paroloni grossi? Niente affatto. Come spiega ai partecipanti Pippo Rannisi, delegato Lipu e anima dell’iniziativa, “l’ambiente in cui ci troviamo è devastato da interventi umani non appropriati come la pulizia effettuata con mezzi meccanici invasivi che distruggono la vita presente nella sabbia, quella degli insetti, dagli invertebrati, delle uova di coleottero, che costituiscono il cibo degli uccelli che qui vengono a nutrirsi e che vi fanno talora anche il nido, come il “fratino” di cui possiamo calpestare le uova senza nemmeno accorgercene”.

Quello che i volontari sono andati a fare è, nella apparente modestia dell’iniziativa, molto di più che piantare un albero che potrebbe essere estraneo all’ecosistema in cui viene inserito con il potenziale rischio di “inquinamneto genetico”.

07 si piantano semiPer rispettare le caratteristiche dell’ecosistema locale, i semi piantati sono stati presi proprio in quello stesso luogo, così come sono autoctone le piante pioniere che dovranno sopravvivere senza altri aiuti e le cui radici devono andare in profondità e raggiungere l’ambiente umido per resistere alla siccità estiva.

“Di queste piante verificheremo, tra almeno un anno, la crescita e l’adattamento all’ambiente”, ha spiegato Diego Fiorentino, agronomo e attivista del WWF, che ha guidato le operazioni con competenza e appassionate spiegazioni.

“Spingendo le radici in profondità e, nello stesso tempo, crescendo in altezza, la pianta svolge la sua funzione, trattiene con la chioma i granelli di sabbia, le foglioline, i rametti spinti dal vento, mentre le sue radici creano sotto la sabbia una sorta di rete che agevola la crescita della duna”.

Una volta le dune si estendevano anche per quattro, cinque chilometri nell’entroterra e le varie forme di vegetazione vi svolgevano il loro ruolo secondo il progetto sapiente della natura che prevede che ogni tipo di pianta cresca ad una certa distanza dal mare e lì svolga il suo lavoro in “successione ecologica”, come viene tecnicamente definita

Un meraviosa sapienza quella della natura che l’uomo dovrebbe conoscere e assecondare con rispetto, quello che purtroppo la nostra società invadente e chiasssosa ha perduto e a cui si dovrebbe rieducare.

02 gramigna delle spiagge“Chi passa con un auto 4×4 sulla sabbia uccidendo la vegetazione che vi sta germogliando lo fa solo per divertimento – ci dice Diego raccontando una sua esperienza – non ha la consapovolezza di stare danneggiando un bene naturale importante, perché alla gran parte di noi manca una coscienza ecologica, che dovrebbe essere ricreata o rafforzata”.

La scelta del luogo in cui i volontari di domenica sono intervenuti è avvenuta a ragion veduta, si è concentrata su un’area in cui piccole dune già iniziano a formarsi attorno a piante nastriformi, le cosiddette gramigne delle spiagge, a cui passiamo spesso accanto (e che calpestiamo) senza darvi importanza perché non ne comprendiamo il ruolo.

Il grande Parco che si vorrebbe realizzare, da Monte Po alla foce dell’Acquicella, avrebbe anche una funzione di stimolo in questa direzione.

Non si è potuto svolgere, nel corso della stessa manifestazione, un altro evento atteso con interesse soprattutto dai più giovani, la liberazione in acqua di una tartaruga marina, proveniente dal centro di recupero di Lampedusa, non arrivata a Catania a causa del forte vento che ha impedito alla nave di salpare.

La tartaruga, ritrovata impigliata in una lenza con alcune parti del corpo necrotizzate, e successivamente operata, sarà restituita al mare in altra occasione.

I partecipanti si sono dovuti accontentare del ritrovamento in spiaggia del carapace di un esemplare morto.

Gli esperti del WWF che si occupano soprattutto di tartarughe, in particolare Oleana Prato, hanno comunque dato ai presenti alcune informazioni sulla vita lunga e complessa delle tartarughe che tornano – dopo 25/30 anni – a deporre le uova là dove sono nate e nidificano nel sottoduna, dopo aver scelto un terreno in pendenza che protegga il nido dalle onde delle mareggiate.

Anche in questo caso una saggezza ‘naturale’ che noi umani, con i nostri interventi invasivi, tendiamo a stavolgere.

211123_Strutture_militari Monte Po  Catania - galleria foto

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