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Immigrazione

Sbarchi, immigrati, diritti umani

31/07/2013
3 mins read

Sotto la spinta della cronaca, il tema dell’immigrazione non perde mai di attualità, in un Paese, il nostro, nel quale crescono intolleranza e razzismo, dove una Ministra, la Kyenge, è quotidianamente esposta a vergognose minacce e provocazioni.
Solo così è possibile spiegare perché nessuno si occupa della “guerra a bassa intensità” cui sono sottoposti i migranti presenti nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), in quelli di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) e nei Centri di prima accoglienza e soccorso (CPSA).
Perché le proteste dei migranti non fanno più notizia, mentre sempre più spesso le forze di polizia propongono ulteriori limitazioni dei diritti, sino a chiedere di adottare regimi differenziati di detenzione, con gabbie di isolamento per i “soggetti maggiormente propensi alla ribellione”.
In sostanza, di fronte al fallimento delle attuali politiche, alla disperazione dei migranti, ancora una volta si sceglie la strada apparentemente più semplice: quella della negazione dei diritti e della repressione.
Al contrario, come scrive Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo) bisognerebbe andare nella direzione opposta e “occorre fare presto perché dopo anni di interventi da ordine pubblico la situazione nei centri è ormai ingovernabile”.
Anche perché “tutte le denunce fatte negli anni passati sugli abusi e le violenze subite dai migranti nei centri per stranieri sono state archiviate e così le persone trattenute nei centri hanno perduto ogni fiducia nella giustizia italiana e nella possibilità di vedere riconosciute le proprie ragioni [e] hanno cominciato a farsi ragione da soli e si sono moltiplicate a macchia d’olio le rivolte, i tentativi di fuga, i gesti di autolesionismo”.
Inoltre, i continui ritardi rispetto all’accoglimento delle domande subiti da coloro i quali avevano formalizzato richieste di protezione hanno determinato, anche in questi casi, una propensione alla clandestinità.

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Tutta la Sicilia è attraversata da rivolte e tentativi di fuga, che, quasi sempre, diventano notizia solo nella cronaca locale. Così a Trapani (ultima rivolta il 21 luglio), nel CIE/CARA di Caltanissetta (Pian del Lago), a Mineo.
Di fronte a tutto questo, le uniche posizioni ufficiali sono quelle dei sindacati delle forze di polizia che rivendicano maggiori garanzie per gli operatori delle forze dell’ordine, come si può leggere nella lettera inviata dal SIP- CGIL al Prefetto di Caltanissetta “Egr. Sig Prefetto, negli ultimi mesi i tentativi di fuga al CIE di Pian del Lago sono diventati la ‘regola quotidiana’. Questa situazione crea frustrazione e malcontento tra gli appartenenti alle FF. PP. Sarebbe auspicabile prevedere misure preventive per non rendere agevole la fuga degli stranieri dal CIE per es.: privarli di apparecchi telefonici (con i quali contattano chi agevolerà la loro fuga) e di scarpette di ginnastica (con le quali si arrampicano lungo la recinzione e fuggono agevolmente)”.
In sostanza, si invoca repressione e si invita a togliere diritti, invece, come scrive Vassallo, di prendere atto del “collasso del sistema di accoglienza in Italia, anche di fronte ad un numero di arrivi molto ridotto rispetto agli anni dal 2008 al 2011, [del fatto che] i ritardi delle commissioni territoriali hanno portato alle stelle la tensione anche nei centri di accoglienza per richiedenti asilo (CDA e CARA), perché per molti la identificazione, con il rilievo delle impronte digitali, per gli effetti perversi del Regolamento Eurodac e del Regolamento Dublino 2, n.343 del 2003 tuttora vigente, equivale ad una condanna a restare in Italia, una condanna ad un destino di emarginazione e di sfruttamento. Al punto che le rivolte sono storia quotidiana anche in quei luoghi che dovrebbero essere di accoglienza e di protezione”.
Senza scordare che “per chi riceve un diniego, circa la metà dei casi, la situazione è ancora più disperante perché la vita rimane appesa ad un ricorso e ad una sentenza del tribunale, con il rischio, in caso di conferma del diniego, di essere sottoposti alle stesse misure di allontanamento forzato comunemente riservate agli immigrati irregolari”.
Neanche nel ‘Documento programmatico sui Centri di Identificazione ed espulsione’, elaborato dal governo dei Tecnici, rileva sempre Vassallo, si individuava una corretta lettura del problema.
“L’aspetto più preoccupante era la parte che riguardava la “differenziazione” dei regimi di trattenimento alla quale si dovrebbe procedere per fare fronte alla “eterogeneità” degli status giuridici delle persone trattenute nei centri di detenzione.
Si proponeva quindi che per gli immigrati “ex detenuti” venissero anticipate le pratiche di identificazione in carcere, allo scopo di “ collaborare con l’Amministrazione penitenziaria e le Questure competenti affinché gruppi di stranieri della (presunta) medesima nazionalità siano trasferiti in carceri limitrofi ai Centri situati nelle vicinanze delle rispettive rappresentanze diplomatiche. Una prassi che presenta evidenti contenuti discriminatori e che impedisce un esercizio effettivo dei diritti di difesa”.
“Rispetto alle rivolte si riproponevano misure già sperimentate, nei CIE di Modena e Bologna, come il trasferimento in altre strutture di trattenimento, oppure “ la creazione, all’interno di ogni CIE, di moduli idonei ad ospitare persone dall’indole non pacifica”, un’ulteriore dilatazione della discrezionalità amministrativa sottratta ad un effettivo controllo del giudice, che appare in contrasto con le stesse fondamenta della nostra Costituzione ( in particolare gli articoli 3, 10, 13 e 24)”.
Per noi (rispettare la nostra Costituzione e garantire lo stato di diritto) e per i migranti l’unica cosa ragionevole dovrebbe essere quella di abolire definitivamente i CIE e costruire una vera politica dell’accoglienza.

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