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Una buona accoglienza si può fare

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L’emigrazione fa parte della storia dell’umanità, il 70% di chi fugge da situazioni drammatiche si sposta quasi sempre in luoghi/paesi vicini a quelli di origine, gli altri sono costretti a percorsi molto più lunghi, complicati e pericolosi”.

Sollecitata da Riccardo Campochiaro (avvocato, presidente del Centro Astalli di Catania), Roberta Ferruti (giornalista free lance e collaboratrice di Recosol, la Rete delle comunità solidali) ha discusso a Catania (ospite della Rete Antirazzista), mercoledì scorso, sui contenuti di due libri di cui è coautrice.

Una storia scritta coi piedi. Migrazioni, asilo, accoglienza“, una sorta di “manuale”, che contiene informazioni giuridiche utili per gli operatori del settore, ma anche riflessioni per i non addetti ai lavori che vogliono approcciarsi senza pregiudizi a queste problematiche.

Taxi sociale, luoghi e comuni in evoluzione“, invece, ci porta lungo i percorsi delle comunità e delle associazioni solidali presenti sul territorio italiano con 53 storie di buone pratiche d’accoglienza.

In premessa, l’autrice ha ricordato che i migranti provenienti dalle cosiddette rotte balcaniche o che attraversano il Mediterraneo arrivano tutti in condizioni vulnerabili e per questo motivo non ha senso dividerli fra migranti “di guerra” e “migranti economici”.

Così come sarebbe necessario preliminarmente interrogarsi sugli effetti degli interventi – economici e militari – del “mondo sviluppato” nei paesi del cosiddetto “Sud”. Nel Sahel (una vasta area africana, posta immediatamente a sud del Sahara), ad esempio, la monocoltura delle arachidi, imposta dalle multinazionali, ha fatto saltare il tradizionale equilibrio fra pastorizia e agricoltura, contribuendo in modo determinante allo sviluppo dei processi di desertificazione e costringendo milioni di persone a divenire ‘migranti climatici’.

Una logica di sfruttamento in un mondo in cui le merci circolano liberamente, ma non gli esseri umani, in un’Europa dove, nella distrazione dei più, sono stati eretti 1000 chilometri di muri.

Eppure, una buona accoglienza, secondo Ferruti, si può fare. Come in Uganda, al secondo posto nella classifica mondiale dei paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati, dove questi ultimi, accolti nei refugee settlements (veri e propri villaggi “aperti”) accedono ai servizi essenziali -istruzione, sanità- e, su base paritaria con i locali, intraprendono le attività lavorative. Il tutto in un clima di cooperazione con le comunità locali preesistenti, che usufruiscono anch’esse di finanziamenti per migliorare le loro condizioni.

Di buona accoglienza si può parlare anche in Italia. Certamente no quando chi arriva viene schedato e mandato immediatamente in strutture che non garantiscono nessun processo di inclusione, o in strutture private del tutto inadeguate come i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria). Così come di pessima accoglienza si deve parlare quando per settimane si costringono centinaia di persone a rimanere nelle navi umanitarie in attesa di un porto sicuro.

Ma tanti Comuni italiani hanno fatto e continuano a fare buona accoglienza, rifiutandosi di condividere quella logica emergenziale che rende impossibili i processi di inclusione. Fra i tanti esempi citati, ci piace ricordare la storia di San Benedetto Ullano, provincia di Cosenza, meno di 2000 abitanti.

Quando la Sindaca propose di avviare una struttura di accoglienza per 30 rifugiati, nel paese montarono rabbia e paura, lo stesso palazzo comunale venne occupato per protesta. Ma quando agli abitanti vennero spiegati gli effetti reali che si sarebbero prodotti, e a farlo furono anche amministratori di altri comuni che avevano già intrapreso percorsi simili, il clima cambiò radicalmente.

Non solo perché 30 persone non avrebbero potuto cambiare la vita della comunità, ma anche perché la realizzazione del progetto avrebbe dato impulso alla stessa economia del piccolo comune. In sostanza, dalla buona accoglienza abbiamo tutti da guadagnare.

Fra gli interventi nel dibattito, ci piace ricordarne due.

Silvia Di Meo (Borderline Sicilia) in premessa ha sottolineato le vergognose dichiarazioni di V. Cochetel (UNHCR) che, senza alcun pudore, ha incolpato delle morti nel Mediterraneo le madri che incoraggiano i propri figli a fuggire da guerra e miseria. Ha, quindi, ricordato ai presenti la splendida risposta di Jalila Taamalla Hnm, una di queste madri che si battono per avere verità e giustizia sui loro cari, morti o dispersi: “È il sistema dei visti e delle frontiere che ha messo in pericolo i migranti, non le loro madri. È colpa delle politiche migratorie che causano la morte delle persone che attraversano il Mediterraneo. Per questo continueremo a partecipare alle manifestazioni per la libertà di movimento. Non potete uccidere la nostra richiesta di verità e giustizia”.

Poi Silvia ha condiviso il progetto che vede protagoniste donne migranti subsahariane al confine tunisino libico che lottano contro le frontiere, sono solidali con le altre madri e impegnate contro tutti i tentativi di violenza ed emarginazione. Hanno creato uno spazio interamente femminile, un luogo di emancipazione, dove le donne migranti, attraverso le tecniche del cucito, del ricamo, della lavorazione dei tessuti, hanno affermato non solo l’opportunità di vivere un ambiente gestito da loro stesse, ma anche la possibilità di esprimersi e di raccontarsi. Non a caso una delle prime creazioni è stato un vestito, cucito e indossato dalle donne, dove sono state ricamate le parole che hanno segnato profondamente il viaggio migratorio.

Ibrahima Diallo, studente di ingegneria informatica, proveniente dalla Guinea Conacry, ha raccontato come l’essere stato accolto a Catania ancora minorenne da una struttura, la cooperativa Prospettiva, attenta ai diritti e ai processi di inclusione, gli ha permesso prima di diplomarsi e poi di intraprendere positivamente gli studi universitari. Come speravano i suoi genitori quando lo hanno spinto, nonostante lui non ne fosse del tutto convinto, a lasciare il paese di origine. Una storia positiva non elimina, ovviamente, le tante esperienze negative, spesso drammaticamente negative, ma dimostra che le alternative sono possibili, anzi ci sono già.

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