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Conoscere la dislessia per valorizzare le differenze

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Il prototipo è Einstein, l’esempio, sia pure ipotizzato, che aiuta a capire come la dislessia non sia una patologia e non abbia nulla a che vedere con il quoziente intellettivo, che può anche essere molto alto. Se la dislessia è solo un diverso modo di percepire la realtà, può essere un valore aggiunto nello svolgere alcuni ruoli, compreso quello di insegnante. Chi infatti ha sperimentato sulla propria pelle non solo la fatica di ottenere determinati risultati ma anche il giudizio discriminatorio di chi tende a stigmatizzare le differenze, può essere un insegnante più capace di capire i problemi degli alunni, più disponibile ad incoraggiare chi è in difficoltà e ad accettare le differenze senza farle divenire diversità discriminanti.

Se ne è parlato venerdì 6 ottobre al convegno “Legge-re libera tutti”, organizzato dall’Associazione Italiana Dislessia (AID) all’interno della Settimana nazionale della Dislessia, presso il Convitto Cutelli. Un titolo dalla doppia valenza, come ha spiegato il moderatore Sergio Messina, neuropsichiatra infantile. Non solo un riferimento alla lettura come strumento di libertà, ma un richiamo alla legge che – nella fase attuale – “rischia di essere rimossa”, la 170 del 2010, che ha riconosciuto dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia come disturbi specifici di apprendimento (DSA), garantendo il diritto allo studio degli alunni con DSA attraverso la realizzazione di percorsi individualizzati.

In apertura dei lavori, Mauro Mangano, dirigente dell’Istituto Musco e presidente dell’Andis, associazione nazionale presidi, ha sottolineato come l’argomento dislessia, che può apparire molto specifico, abbia in realtà una portata molto più ampia. Costringe, infatti, la scuola ad affrontare il tema della didattica personalizzata, unico orizzonte che può rendere la scuola realmente inclusiva e “improntata alla cultura della differenza”.

Oggi parlare di Disturbi Specifi dell’Apprendimento (DSA) non è più un tabù e non è insolito che i ragazzi vengono sottoposti a test che certifichino il disturbo. Più raramente le certificazioni vengono richieste da persone adulte, che – nel nostro territorio – vengono certificate solo nell’Oasi di Troina.

Nel corso del convegno è stata di grande interesse la testimonianza di personale della scuola, dirigenti scolastiche, pedagogiste, insegnanti, che hanno parlato della loro faticosa esperienza di dislessia non certificata, come la presidente della sezione catanese dell’AID, Giusi Molino. Hanno raccontato di essersi dovute inventare ‘accomodamenti’ che permettessero loro di gestire in modo creativo le difficoltà determinate dalla loro condizione. Hanno ricordato episodi umilianti di marginalizzazione, l’essere definititi handicappati o costretti a sostenere alcune prove separati dai compagni e sotto stretto controllo di più docenti.

Ragazzi e ragazze, uomini e donne intelligenti, consapevoli della proprie capacità e intenzionati ad impegnarsi con tutte le forze per dimostrarle. Ma non per tutti è così. Molte volte i disturbi dell’appredimento portano all’abbandono scolatico perché non tutti hanno la forza di gestire le difficoltà che incontrano e cadono spesso in situazioni di ansia, perdita di autostima, crisi di identità che li inducono a rinunciare.

Ecco perché è fondamentale il ruolo dell’insegnante, la sua capacità di valorizzare le differenze e farle riconoscere come valore. E a questo va formato.

“I nostri ragazzi, a scuola, devono entrare in contatto con una gamma quanto più vasta di differenze” dice Dario Ianes, docente della Libera Università di Bolzano e fondatore delle Edizioni Centro Studi Erickson, nella sua brillante relazione. E rafforza il suo discorso con esempi che dimostrano come la differenza, che è un fatto naturale, può divenire diversità e quindi esclusione e stigma quando è filtrata da una “narrazione culturale” che carica di ‘disvalore’ alcune caratteristiche di per sé neutre. Diventa chiaro, dalle sue parole, come il percorso “differenza, macchina del valore, diversità”, possa costruire dal nulla vere e proprie emarginazioni immotivate. Quasi banale ma molto efficace l’esempio di una “narrazione” che riesce a trasfomare i capelli ricci in una qualità negativa e penalizzante rispetto ai capelli lisci.

Le marginalizzazioni vanno combattute sul nascere – ribadisce – anche quando sono striscianti così come vanno smascherati gli interventi che, sottto la veste di ‘aiuti’, fanno violenza a chi è differente e hanno quindi un effetto distruttivo.

Ecco perché – ha proseguito – l’insegnante dislessico ha una marcia in più, è consapevole delle ricadute che i propri interventi hanno sugli alunni, dislessici e non, sa quanto sia importante incoraggiare, senza bisogno di fare sconti sui contenuti dell’apprendimento.

Molte volte sono proprio i genitori a non ammettere che il figlio possa avere un distrurbo dell’apprendimento. C’è la tentazione di mettere la testa sotto la sabbia e di rifiutare la certificazione, considerata umiliante. Accade sempre meno, ma in Sicilia accade di più. I DSA certificati a livello nazionale sono circa il 6% contro il 2% della nostra regione. Eppure sono proprio i ragazzi senza diagnosi i più esposti all’abbandono scolastico. Anche se oggi l’aumento esponenziale delle certificazioni evidenzia un altro rischio, quello di considerare dislessico chi non lo è, con la conseguenza che non vengono seriamente affrontati i veri problemi di cui è portatore.

A Caltanissetta è stato avviato un progetto di screening di dislessia e disortografia, di cui ha parlato lo psicologo Marco Leonardi, presidente nisseno della Associazione Italiana Dislessia.

Prove standardizzate a cui sono sottoposti alunni della terza elementare, della prima media e del primo anno della scuola superiore, hanno messo in mano ai ricercatori un gran numero di dati su cui lavorare. Ad alcuni ragazzi sono stati diagnosticati altri disturbi, diversi o aggiuntivi rispetto alla dislessia. Si tratta di diagnosi importanti, sulla base delle quali impostare interventi di supporto e potenziamento, il cui effetto si misura a fine anno con nuovi test.

Non tutte le dislessie, del resto, sono uguali; anche su questo piano ci sono differenze tra un individuo e l’altro. Fondamentale allora la formazione dei docenti e la creazione di una rete tra scuola, ASP e Ufficio Scolastico Provinciale.

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