Catania, la debacle elettorale e il dovere di non arrendersi

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Di fronte al voto catanese, nel fronte progressista prevalgono due atteggiamenti. Chi ritiene la nostra una Città perduta, irredimibile, da cui sarebbe meglio fuggire; chi si propone di aumentare sforzi e impegno per modificare la situazione.

Partiamo dai dati relativi ai due schieramenti più votati. Trantino ha ottenuto 85.700 voti (un po’ meno della somma delle liste che lo hanno appoggiato, all’interno delle quali le tante di ispirazione centrista, considerate insieme, rappresentano la maggioranza), Caserta 32.000 (quasi 6.000 in più rispetto alle liste), il numero dei votanti non ha raggiunto il 53% della popolazione. Diversamente da altre tornate elettorali, in quasi tutti i seggi (con distanze decisamente più marcate in quelli dei cosiddetti quartieri popolari) Trantino ha preso più voti. Viene così meno l’idea che le parti della Città cosiddette ZTL esprimano in maggioranza un orientamento progressista.

Diciamo subito che il voto di scambio, l’attivismo illegale di molti CAF c’è stato, stavolta come in precedenza: attribuire quindi principalmente a questo malcostume la sconfitta non serve, il che ovviamente non significa che non vada combattuto con la massima energia.

Il fronte progressista ha prima lavorato ad un programma, mettendo in moto l’esperienza dei cosiddetti “tavoli”. Successivamente, seppure in modo pasticciato, ha individuato il candidato sindaco. Certo, l’assordante silenzio sulla tragicomica vicenda Abramo non ha rappresentato un modo corretto di dialogare con la Città. Un silenzio che ci è sembrato rappresentasse un tradimento dell’annunciato percorso partecipato nonostante le giustificazioni addotte, a livello personale, da un componente del Forum civico CataniaPuò in una lettera ad ArgoCatania.

Sui tavoli e sulla volontà di coinvolgere i cittadini per costruire ‘dal basso’ un programma condiviso, non pochi sono stati i pareri positivi, anche da parte di quanti li ritenevano attivati troppo a ridosso della scadenza elettorale. La prima riflessione critica riguarda, però, non lo strumento in sé ma la capacità di questi tavoli di aggregare effettivamente una porzione significativa della società. Il numero dei partecipanti è rimasto, invece, abbastanza limitato ed è mancata la capacità di aggregare nuove energie al di fuori dei militanti più disponibili.

Lo stesso programma, inoltre, è apparso più che altro un’analsi descrittiva dei più gravi problemi cittadini, accompagnata dall’individuazione di alcuni obiettivi, senza nessuna scala di priorità e senza che emergesse un’idea diversa di Città.

Ad esempio, nonostante le ingombranti presenze militari come Sigonella, nel programma il tema della pace è assente, così come nulla è detto sul ciclone che ha investito l’Università.

L’aggregazione progressista, inoltre, ha messo insieme forze politiche che, anche nel recente passato, avevano avuto difficoltà a condividere i percorsi, a stare insieme nelle manifestazioni e nei cortei; per rispetto degli elettori, sarebbe stato corretto spiegare le novità, i passi in avanti e i comuni denominatori che avevano permesso un cambiamento positivo così significativo.

La confusione è aumentata esponenzialmente nel momento in cui, tramontata la candidatura Bianco per i noti problemi giudiziari, la lista che portava il nome dell’ex sindaco è diventata parte integrante della coalizione, come se tutte le aspre polemiche precedenti fossero state semplicemente un furbo “gioco delle parti”. Peraltro, vista la clamorosa debacle elettorale di quest’ultima lista (di cui l’ex sindaco non pare aver preso coscienza), la scelta si è dimostrata decisamente non lungimirante e ha contribuito a far percepire la coalizione interna ai giochi della “vecchia politica”.

Di più, probabilmente questa scelta infelice ha contribuito a far perdere qualche consenso. E ha fatto fare un passo indietro a quella componente civica (CataniaPuò) che aveva stimolato e sostenuto l’alleanza tra i partiti progressisti. Anche se i firmatari della lettera aperta inviata alla città rivendicano la novità della esperienza dei tavoli, invitando a proseguirla.

Così come sarebbe interessante capire meglio fino a che punto la sinistra radicale della Città (nelle sue varie articolazioni) sia stata coinvolta in questo processo, e fino a che punto abbia scelto di rimanerne comunque fuori, pur senza esplicitare una proposta politico-elettorale alternativa.

Tutto il percorso poco lineare, e poco esplicitato, compiuto dall’alleanza progressista non si è rivelato, comunque, in grado di rimotivare al voto quella metà della popolazione che non si reca alle urne, cosa che era riuscita nel passato al movimento 5 stelle quando era stato percepito dalla popolazione come alternativo al sistema dei partiti.

Il risultato ottenuto fotografa una generalizzata assenza di radicamento sociale, plasticamente rappresentata dai 5 consiglieri eletti, espressione di due soli partiti. L’unica opposizione presente in consiglio comunale, dove ci auguriamo che non accada quello che è accaduto nei terribili anni dell’era Pogliese, quando è mancata, con pochissime eccezioni, una coerente politica di opposizione e di difesa dei ceti meno abbienti della Città, che più di tutti hanno pagato lo smantellamento dello stato sociale e il degrado subito da Catania.

Mancanza di radicamento sociale, si è detto, di presenza nel territorio, di organizzazione dei bisogni reali in vertenze e mobilitazioni. Una politica, in sostanza, più attenta ai mezzi di comunicazione e ai social che alla fatica quotidiana, alla capacità di rappresentare ed eventualmente promuovere il conflitto nei luoghi di lavoro.

Non tocca a noi indicare il che fare, possiamo però, meno ambiziosamente, provare innanzitutto a dire ciò che non va fatto: prendersela con i cittadini che incuranti del disastro generale e, nelle versioni peggiori, incapaci di guardarsi intorno, continuano a premiare chi ha prodotto quel disastro.

Al contrario, occorre interrogarsi con fatica e umiltà, a partire dall’individuazione di obiettivi concreti, per ricostruire quella necessaria connessione sentimentale con i ceti sociali maggiormente penalizzati dalla cattiva gestione della Città. Un lavoro lungo e complicato, lontano dai riflettori, con l’obiettivo di costruire un vero programma condiviso, da far vivere nelle lotte concrete contro le scelte politiche della nuova/vecchia giunta. Un lavoro che, a partire dall’indicazione e dalla condivisione delle priorità, ma anche dalla chiarezza dei contenuti, dovrebbe unire tutte/i coloro che vogliono provare a cambiare questa Città. Pur non mettendo evidentemente in discussione il diritto delle singole forze politiche di proseguire autonomamente i propri percorsi, individuare contenitori comuni, senza l’impellenza della prova elettorale, potrebbe rappresentare un primo modo concreto per tenere insieme tutti coloro che, nonostante il risultato, non si arrendono.

Facile a dirsi, difficile a farsi, ma con gli altri metodi non si è andati lontano e ripercorrere le strade già battute non porterà certo risultati diversi.

Da parte nostra, la disponibilità ad ospitare interventi e riflessioni di chi pensa che Catania meriti altro.

3 Comments

  1. Il Pd che dovrebbe essere la forza trainante del fronte progressista a Catania non ha un nucleo consistente di gente onesta e motivata in grado di accollarsi l’onere di tessere un rapporto con i cittadini e di mobilitare le tante persone potenzialmente disponibili a partecipare a un processo di individuazione di obiettivi di interesse collettivo e di modalità di portarli avanti. La sede del PD è quella che una volta era la sede della sezione Borgo e fino a qualche giorno fa (e non so se ancora ora) non aveva una targa, né luce né acqua, né orari di apertura. Perché non cominciare con riunioni periodiche aperte a iscritti e simpatizzanti in cui incontrarsi e confrontarsi? Dispone il PD di un data base con cui comunicare le proprie iniziative? Perché non predisporre un programma di iniziative da portare avanti in tutti i luoghi in cui è possibile, in cui si affrontino temi cruciali (servizi sociali, sussidi, lavoro, tributi, trasporti, infrastrutture) con dati scientifici verificabili, senza fumoserie e demagogie? Senza considerare che le sedi di partito dovrebbe essere centri di incontri culturali e ludici.
    I tavoli progressisti erano un’ottima iniziativa, ma chi li ha promossi ha coinvolto pochissime persone, a parlare erano solo i rappresentanti di ciascun gruppo e, se sono riusciti faticosamente a fare un fronte unico elettorale, non hanno creato e diffuso un’atmosfera nuova di rinascita, che avrebbe potuto frenare l’astensionismo e arginare il voto alla destra.
    Sulla sinistra radicale stenderei un velo pietoso, perché ormai da anni coltiva il suo orticello di puri e duri che vagheggiano la rivoluzione di un popolo oppresso fatto solo di poveri, precari e disoccupati.
    Certo non si può dare la colpa ai cittadini della vittoria della destra, ma una riflessione sui loro profili sociali e culturali va fatta. I molti decenni di malversazioni, clientelismo, malgoverno, illegalità e inciviltà hanno creato una vasta area di popolazione che vive di evasione fiscale e contributiva, di abusivismo, di elargizioni clientelari ed economia mafiosa, producendo una scellerata alleanza tra chi ci guadagna a stento di che campare e chi lucra enormi quantità di denaro. La tolleranza e la non indignazione per tutto quanto in questa città non funziona hanno il loro brodo di coltura in parte nella rassegnazione di chi si sente senza speranza, in parte nell’opportunismo, piccolo o grande che sia, di chi sa o crede di sapere che alla fin fine conviene. Senso del dovere, efficienza, imprenditorialità e creatività non sono affatto rari in questa città, ma andrebbero inseriti in un processo di normale funzionamento dei servizi e dell’amministrazione pubblica, che sarebbe la vera rivoluzione per cui chiedere il consenso dei cittadini.

  2. Alla fine lo scritto pubblicato è complessivamente lineare ( nell’impostazione data), e virtuoso, poiché non lancia dardi irreparabili.
    Insufficiente, però, nel tentativo di costruzione di un’analisi su un voto che è stato essenzialmente caratterizzato tra tre aspetti principali:

    * L’astensione al 47,2% ( ….con centinaia e centinaia di candidati alla ricerca del voto, per sé e per la lista di rappresentanza). Un vulnus pesante alla legalità democratica che ha come elemento prioritario la partecipazione, e quindi la scelta. Alle elezioni nazionali del settembre 2022 l’astensione è stata del 45%.

    * La predominanza assoluta nel risultato complessivo del centro destra, e della destra estrema in particolare, nella scelta del sindaco, dei partiti, e in particolare nella composizione del consiglio comunale: la destra-centro prende 30 su 36 componenti. Un esito annichilente per la sinistra o centro sinistra, con tutte le su articolazioni, con un totale di voti pari al 23,8%! E’ giusto, come si fa nell’articolo, chiamarlo fronte progressista. Con queste proporzioni fare opposizione è un dolce eufemismo filosofico che non ha proprio nulla da vedere con la politica.

    *Il crollo, gigantesco, della lista che in città e nel contesto nazionale degli ultimi anni ha rappresentato considerevole rappresentazione del mutevole volto di importante parte dell’elettorato, cioè il Movimento 5 Stelle. Ultimo passaggio di scelta della mutabilità elettorale che si è verificata negli ultimi due/tre decenni: una fetta abbondante di elettorato passa da manca a destra, da destra e manca, con contorsioni varie. Otto mesi addietro ( fine settembre) si sono svolte le elezioni nazionali per Camera e Senato e, contemporaneamente, le elezioni regionali. Il Movimento 5 Stelle, a Catania, è passato dal 32,11% al 6,7%. (…..riguardo le elezioni regionali ultime sul sito del Comune di Catania non riesco a trovare il risultato elettorale cittadino….strano; in giro c’è solo la circoscrizione provinciale).
    Riguardo alle differenze di voto in città nell’area della sinistra tra politiche ( Camera) e comunali, è utile riportare all’attenzione che il Pd dal 10,54% è passato al 10,1%, Alleanza Verdi-Sinistra dal 2,70% al 2,4; del centro aggregato alla sinistra….lasciamo perdere. Alle elezioni regionali c’era “Cento Passi per la Sicilia” con una quantità di voti corrispondenti.

    Siamo di fronte proprio a un fallimento storico, a maggior ragione dato che il “ fronte progressista” in quest’ultima fase pluridecennale ha governato la città per parecchia anni ( con c’era il Movimento 5 Stelle). Ovviamente, per ragioni di spazio, evito totalmente di entrare nel merito delle questioni che hanno caratterizzato il “fronte progressista” e la sinistra catanese negli ultimi 30 anni. Un dato mi pare certo: uscire da questo fossato è un’impresa angosciante. Non disperiamo, però! La forza delle “cose”, storicamente, è sempre più forte delle nostre “volontà”. Però….campa cavallo! Dato che la città, negli standard socio-economici-ambientali – legalità – dispersione scolastica- laureati che fuggono – disoccupazione giovanile…… si trova complessivamente collocata agli ultimi posti nazionali.

    Riguardo la cosiddetta “sinistra radicale” cittadina, bisognerebbe cercare di rimodulare gli appellativi e, contemporaneamente fare in maniera appropriata la “fotografia” dello stato dell’arte in essere e delle componenti potenzialmente ricadenti in quest’ ambito.
    Da un punto di vista della rappresentazione storica in città ci sono varie organizzazioni politiche, sindacali, associative e quant’altro di multiforme che certamente ricadono, almeno nella definizione, nella dizione sinistra radicale.
    Seguendo questo filone mi chiedo, ma “ Alleanza Verdi- Sinistra “ dove deve essere collocata?
    Mi interrogo, mi chiedo e chiedo, in funzione di quali motivazioni non è stata presentata un’aggregazione politica-sociale in queste elezioni comunali? A supporto dell’alleanza “progressista”, o in maniera separata?
    Nulla è da sapere! E’ demoralizzante, sul piano politico, constatare, che lo “sviluppo delle cose” è stato caratterizzato solo dal silenzio.
    Nel corso delle settimane che hanno preceduto il voto non mi mai capitato di leggere una dichiarazione, una presa di posizione, di questi o di quelli, che davano un’indicazione di voto, o un modus operativo. Qualsiasi esso fosse.
    Nel silenzio è subentrata la resa. Uscirne sarà un’impresa quasi “diabolica”. Non si comprende che solo con la ricerca e la pratica dell’unità, a partire dai tanti aspetti che caratterizzano il contesto socio-economico-ambientale, si può cercare di fermare il disfacimento in atto e l’estremismo di destra montante.

  3. Argo ” cento occhi su Catania” con le valutazioni dell’ articolo ha messo le mani su una questione assolutamente prioritaria per la citta’: l’ esito delle elezioni comunale del 28 maggio.
    Pero’ a parte i due commenti pervenuti, i lettori del sito preferiscono il silenzio!
    Triste sorte, per la partecipazione democratica.
    L’ astensionismo , quindi il disinteresse e l’ orribile ‘”sfiducia democratica” operata in citta’ , si riflette pari pari in questo contesto.
    Godiamoci un altro ” splendido ventennio”!

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