Giovanni Formisano e la bellezza del dialetto siciliano

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Per gli amanti della poesia dialettale siciliana il nome di Giovanni Formisano non è sicuramente sconosciuto. A Catania oltre ad una via a lui intestata, in piazza Majorana c’è un monumento bronzeo a lui dedicato, sia pure collocato in forma decentrata rispetto alla piazza,

Su progetto degli architetti Ivo e Marco Celeschi e realizzato da Giancarlo Giunta con la collaborazione di Camillo Sapienza, questo monumento è a forma di libro aperto sul quale campeggia il busto del poeta. Sono riprodotti, di fronte, il testo di “E vui durmiti ancora” e, sul retro, a destra il testo di “A la me muntagna”, a sinistra quello di “Quann’è ca la vasati”.

A ricostruire il percorso letterario e storico di Formisano è il saggio di Marco Scalabrino intitolato “Giovanni Formisano: una vita cantata sulle corde del cuore”.

Nato a Catania il 24 ottobre 1878, mosse i primi passi come scrittore di ‘dubbi’ (componimenti popolari in ottava siciliana ), ‘sfide’, ‘contrasti’, ‘miniminagghi’ sui giornali dialettali catanesi: infatti tra il 1880 e il 1920 Catania pullulava di quotidiani umoristici: “D’Artagnan” di Martoglio, “La Tarantola” di Corsaro, “Ma chi è?” di Ruvolo ; “Lei è lario “di don Licchittino. Gli umoristi si punzecchiavano fra di loro prendendo di mira i personaggi più in vista della città divertendo e divertendosi. Formisano fu anche vicedirettore del giornale satirico “Lei è lario” e scrisse per periodici quali: “ Marranzano”, “Torcia a vento”, “D’Artagnan “, “Po’ tu cuntu” ecc. Nel 1922 partecipò ad un concorso di poesia dialettale bandito dal quotidiano Il Messaggero: tra i giurati che esaminavano i candidati c’era Luigi Pirandello. La contesa dialettale si risolse a favore di Formisano che ottenne ben 7 premi sui 10.

In quegli anni con un piccolo gruppo di poeti dialettali si riuniva in una sala da barbiere chiamata “Poetico Salone”, che si trovava al centro di S. Cristoforo. Successivamente egli riuscì ad ottenere dei locali in via Carcaci, le riunioni divennero serali e nel 1944 venne fondata l’Unione Amici del Dialetto, della quale divenne presidente.

Negli anni del regime fascista la poesia dialettale, ritenuta dal regime disgregatrice dell’unità nazionale, subì una battuta d’arresto. Negli anni ’30, in seguito a questa politica dialettofobica molti giornaletti furono costretti a chiudere sia a Catania, come “Lu Marranzanu” di Serafino Giuffrida, “Lei è lario” di Nino Di Nuovo, sia a Palermo come il mensile di Ignazio Buttitta “La Trazzera”. I poeti dialettali comunque continuarono a scrivere nella clandestinità.

Finalmente nel mese di giugno del 1944 usciva, con sede a Salerno, il primo numero di Rinascita diretto da Palmiro Togliatti. A pag. 16 di quel fascicolo si legge una lunga poesia in dialetto siciliano intitolata 1° Maggio di Giovanni Formisano. Eccone i primi versi:

Dopo ventiduanni/di duluri, di spasmi,e di peni/

Torni cchiù russu/cchiù beddu/e cchiù granni/

Natra vota veni!

Probabilmente in queste pochi versi voleva anche dire che era finito l’ostracismo contro il dialetto e che nella poesia dialettale ritornava a cantare la voce libera del popolo.

La sua produzione letteraria spazia dalle canzoni siciliane, fra le quali la più nota è “E vui durmiti ancora”, del 1910, musicata da Gaetano Emanuele Calì, alle poesie raccolte in molti volumi tra cui il più rinomato “Campani di la Virmaria” del 1955. In questo ultimo volume Formisano ormai 77enne fa una selezione delle poesie già edite nei lavori dal 1905 al 1951 e, pur consapevole della fama ormai raggiunta, ritiene arrivato il momento di passare il testimone ai “picciotti”.

Come ci raccontano Francesca Romano Puglisi e Sergio Sciacca nella prefazione alla riedizione del volume “Campani di la Virmaria” del 2000, Formisano era una persona umile, semplice e modesta e non aveva il culto di sé, infatti demandava ogni merito alla fata “Janca”. Cantò il mondo affettivo dei siciliani: la famiglia, gli amici, la terra natia, gli amori, talora venati di pessimismo che sfocia nella malinconia che però trova nella speranza il superamento della tristezza e del dolore. Lo stile privo di svolazzi letterari e di contorsioni linguistiche si avvale della propria lingua, la lingua della quotidianità, che rifugge da idiotismi e arcaismi, che ritrae la vita semplice e la dignitosa povertà dei protagonisti.

Formisano scrisse anche novelle come “Malati senza frevi” e commedie “Matrimoni e vescovati”, “Abbasso le signorine” e postuma “Impiega servi”. In queste commedie affronta in chiave satirica temi sociali e in particolare la condizione della donna. L’autore precorre i tempi descrivendo Donna Pudda che rivendica i propri diritti di lavoratrice.

Anche nella serenata-canzonetta “E vui durmiti ancora”, secondo Carmelo Nicosia, (“Indolenza e disimpegno del popolo siciliano”, Lunarionuovo 2015) il poeta con toni amari e ironici rimarca l’inazione e la rassegnazione del popolo siciliano che per secoli ha sopportato le angherie e lo sfruttamento degli invasori. Dopo le immagini di poesia e musicalità come “Lu suli è già spuntatu di lu mari”, bisogna osservare il verso “E vui bidduzza mia durmiti ancora” che indica l’inaccessibile sonno del popolo, ma soprattutto il verso cruciale, l’unico ripetuto due volte “Lassati stari nun durmiti cchiu” che è uno sprone verso l’azione contro l’indifferenza.

Per concludere vanno fatte alcune considerazioni che riguardano il metro utilizzato dal poeta: sia la quartina sia l’ottava toscana, sia la sestina sia l’ottava siciliana e anche il sonetto (d’invenzione della scuola poetica siciliana). Nei suoi scritti non ci sono traduzioni in italiano, né glossario. Il motivo è da rintracciare nella convinzione dell’autore della piena espressività e bellezza del dialetto siciliano e del suo lessico.

Ecco un esempio di componimento dai toni, allo stesso tempo, dolci e amari

Canzuna ‘ntussicata

Vaju circannu ‘na casa luntana,

‘nta ‘na terra diserta e sularina,

‘na casa nica, ‘na casa tirrana,

unni nuddu mi cerca e m’avvicina.

Sulu, scurdatu di tuttu lu munnu,

li notti passiria sempri ‘nsunnannu,

di jornu jssi comu un vacabunnu,

ca voli paci e paci và circannu!

Luntanu assai, luntanu assai di ccà,

supra li scogghi, a ribba di lu mari,

china di tanti vili è la Cità,

cc’è troppu fangu e non ci pozzu stari!

‘Na cammaredda, a crudu fabbricata,

comu veni, accussì, senza mastrìa,

unni di notti, su cc’è libiciata,

trasi lu ventu e mi fa cumpagnia!

‘Na buffittedda e ‘n matarazzu duru,

‘na seggia di cimarra e ‘n cannuleri,

la Matri Addulurata ‘na lu muru

pri quantu non mi scordi li prijeri!

‘Na la porta ci attaccu ‘na campana

comu si fussi, dintra ‘na batìa,

quannu lu suli passa e s’alluntàna,

mi sona l’ura di la virmarìa!

‘Na sta casuzza fatta di tuffùni,

scriviri vogghiu li me canti amari,

e doppu c’haju scrittu sti canzuni,

nesciu ddà fora e li cantu a lu mari!

E lu mari mi senti e mi rispunni,

ccu la musica so, senza parola,

e mi la manna pri mezzu di l’unni,

la carizzedda so ca mi cunsòla!

Quannu mi curcu mi fazzu la cruci,

iddu di fora mi canta la vò,

e m’addurmisciu e lu me sonnu è duci,

pricchì mi ‘n sonnu la canzuna so!

E su di notti avissi a ‘nfuriari

e trasi ‘na sta casa accussì afflitta,

li sbrizzi ca mi venunu a vagnari,

pri mia su comu a l’acqua biniditta!

Non ci viniti ‘nmenzu a sti suspiri,

non mi viniti nuddu a scuncicari,

ddocu ci soffru, mi sentu murìri,

cc’è troppu fangu e non ci pozzi stari!

1 Comment

  1. Grazie pr questo bel contributo sulla poesia dialettale siciliana del novecento.

    Il Nino Di Nuovo direttore del giornale satirico “Lei è Lario” (citato nell’articolo), di cui Formisano era vicedirettore, era un mio antenato giornalista (pseudonmo “Don Licchettino”) con la passione della scrittura ironica oltre che dialettale.
    Dovette chiudere il giornale perché il regime non tollerava lingue “straniere” all’interno dell’italica loquela, né ironie eccessive antipatriottiche, e la censura fascista lo soppresse nel 1926.
    Tengo a sottolinearlo per orgoglio “familiare”, e per rimarcare la stupidità dei regimi, che speriamo davvero per sempre tramontati nella attuale cultura italiana (anche se qualche dubbio resta, a leggere quello che succede…)

    Santo Di Nuovo

    ps
    altre info su “Lei è lario” e il giornalismo satirico in Sicilia in: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/08/27/quando-la-satira.html

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