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Inquinamento Augusta-Priolo, ieri, oggi e domani

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inquinamento rada Augusta, L’analisi da noi pubblicata due giorni fa sull’inquinamento di Priolo non era solo un tentativo di approfondire i temi trattati nella video-inchiesta di Antonio Condorelli, ‘Morire di sviluppo’. Volevamo soprattutto avviare un ripensamento su una questione antica e nota, che oggi sembra quasi uno ‘scoop’ solo perché è prevalso nell’ultimo decennio un atteggiamento rinunciatario e rassegnato.
Ad esso, di recente, si sono sommati i timori per la crisi economica e lo spettro della perdita di posti di lavoro.
Proviamo oggi a riportare alla memoria informazioni relative a momenti in cui, negli anni passati, si è avuta consapevolezza dei gravi livelli di inquinamento a cui si era giunti ma che ormai sembrano cadute nel dimenticatoio, quando non erano già state ‘silenziate’ anche allora perchè scomode.

L’emergere della questione ambientale

Salvatore Adorno nel suo intervento L’inquinamento dell’aria e dell’acqua nel polo petrolchimico di Augusta – Siracusa nella seconda metà degli anni Settanta (I frutti di Demetra, 15, 2007 ) ricostruisce la vicenda dell’area costiera tra Augusta e Siracusa, a partire dal “repentino e tumultuoso processo di insediamento industriale” avvenuto nel secondo dopoguerra.
I rischi ambientali di questo processo furono trascurati, anche dagli studiosi, fino alla metà degli anni settanta, quando si accesero i riflettori sullla questione ambientale e sul ritardo legislativo esistente in materia.
Sono gli anni in cui  alcune interrogazioni parlamentari fanno emergere il problema e la mancata applicazione della normativa vigente, in particolare della legge 615 del 1966, relativa all’inquinamento atmosferico.
Dalle interrogazioni emerge che fino agli anni ’70 l’unica forma di monitoraggio ambientale era avvenuta ad opera delle stesse industrie, poichè non era stata creata la rete di rilevamento dell’Amministrazione provinciale, prescritta della legge.

Più precisamente dal 1968 la Montedison, e dalla prima metà degli anni settanta, l’Isab e la centrale Enel Tifeo, avevano provveduto a rilevare autonomamente, attraverso una rete di stazioni fisse e mobili, soprattutto la presenza di anidride solforosa, trascurando altre sostanze inquinanti.
Nel 1976 fu anche costituita la rete di rilevamento consortile (Cipa) per il controllo del tasso inquinamento dell’aria, sempre “gestita” dalle stesse industrie che avrebbe dovuto controllare.
Anche una Commissione legislativa dell’Ars,  nel dicembre del 1979, svolse una indagine conoscitiva sui problemi dell’inquinamento nella rada di Augusta. La relazione così conclude: “Non vi sono controlli da parte di nessuno, nemmeno da parte degli organi preposti. Da anni non risulta che siano stati fatti interventi di manutenzione straordinaria agli impianti”. A questa indagine seguì una mozione approvata dall’Assemblea regionale con la quale si dichiarava la zona industriale ‘area di grave emergenza ambientale’ e si approvavano proposte di risanamento. Impegni assunti e puntualmente disattesi.
Oltre a rilevare l’urgenza di una normativa regionale, si mise allora in moto la procedura di inserimento dei comuni di quel territorio nella tabella A prevista dalle legge 615, che segnalava i centri soggetti ad inquinamento. Catania e Palermo -ad esempio- erano segnalate perchè soggette alle emissioni del traffico automobilistico.
Il fatto paradossale che il territorio d Siracusa fosse considerato non soggetto ad inquinamento aveva permesso alle industrie di non presentare, contemporaneamente alla richiesta di licenza edilizia, la prescritta denuncia dei valori delle emissioni gassose provenienti dagli impianti industriali.
Nel giugno del ’77 viene approvata  una legge regionale (n.39) che stabilisce l’obbligo della depurazione. Nel periodo precedente molti scarichi finivano in mare dopo una semplice sedimentazione. Un esempio per tutti: nell’impianto cloro-soda si poteva prendere con i secchi il mercurio nei tombini delle fogne.

Il ruolo supplente della magistratura

Poco dopo, nel febbraio del 1980, il pretore di Augusta, Antonino Condorelli conclude il super processo per le responsabilità sui mancati controlli per l’inquinamento atmosferico degli ultimi venti anni. Vengono condannati 16 membri del Comitato regionale per l’inquinamento atmosferico e 8 amministratori locali. Le inchieste di Condorelli ebbero grande eco e  contribuirono a formare nell’opinione pubblica una coscienza ambientale.
L‘area in questione fu poi dichiarata ad alto rischio di crisi ambientale con delibera del Consiglio dei Ministri nel novembre 1990
A gennaio 2003 è datata l’indagine giudiziaria più clamorosa sull’area industriale di Priolo, denominata “Operazione Mar Rosso” condotta dalla Guardia di finanza e coordinata dalla Procura di Siracusa. In quell’occasione furono arrestati 17 tra dirigenti e dipendenti dello stabilimento ex Enichem (allora Syndial), tra i quali il precedente e l’allora direttore, l’ex vicedirettore e i responsabili di numerosi settori aziendali, insieme al funzionario della Provincia preposto al controllo della gestione dei rifiuti speciali prodotti nell’area industriale.
Sempre nel 2003 fu presentata in Senato la proposta di istituire “una commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’inquinamento da mercurio prodotto dalle industrie nell’area di Priolo e sulle malformazioni genetiche neonatali ivi riscontrate”. (link al testo completo)
Sono ormai chiare la gravità del “disastro ambientale che colpisce l’area industriale di Priolo” e le pesanti conseguenze sulla salute pubblica: non solo malformazioni genetiche ma anche patologie tumorali.
inquinamento rada dAugusta,marina di Melilli

Concrete possibilità di bonifica?

Queste informazioni ci ricordano dunque che già nel passato si sono fatti tentativi di attenuare i danni causati dalle attività del petrolchimico. Ma, come abbiamo già ricordato, le cause dell’inquinamento sono in qualche modo strutturali e connaturate alla tipologia stessa dell’insediamento industriale, anche se, naturalmente, dipendono anche dal modo con cui esse vengono gestire dai responsabili.
Se dunque, come è prevedibile, le aziende resteranno in loco e si dovesse seriamente aprire il capitolo delle bonifiche, sarebbe possibile solo mitigare la portata dell’inquinamento, non eliminarlo in quanto alcune sue forme non sono in realtà contrastabili, almeno nel breve e medio periodo.
E’ bene inoltre sottolineare che le tecniche oggi esistenti, o comunque già sperimentate, sono quasi tutte estremamente onerose e non è chiaro a chi debba essere addossato questo onere.
Per il suolo è stata già sperimentata la “cottura” in forno dello strato superficiale per eliminare gli idrocarburi e le diossine, ma resterebbero i metalli pesanti e comunque si genererebbero altre polveri e verrebbero bruciate quantità enormi di combustibile.
In alternativa si potrebbe ricoprire il terreno con uno strato di terreno “pulito”, ma, data l’estensione dell’area, ce ne vorrebbero quantità immense.
Per il ripristino del livello della falda occorreranno decenni, sempre che le decine di perforazioni fatte per pozzi profondi, funzionando come lo scarico del lavandino, non drenino la falda superficiale verso quella profonda.
In ogni caso la presenza massiccia di idrocarburi e prodotti chimici scaricati nel sottosuolo e l’eluizione dei metalli pesanti depositati in superficie renderebbero comunque a lungo l’acqua inutilizzabile per usi potabili e/o irrigui.
Per la rada di Augusta, è persino difficile immaginare come si possa ripulire dal mercurio ed altri materiali tossici accumulati in mezzo secolo, anche senza tener conto dell’apporto di inquinanti che continuano ad arrivarvi da scarichi pirata e per i difetti dello scarico del depuratore consortile.
Per l’aria il problema è molto semplice: se le aziende restano, la situazione non cambierà, potrà solo essere migliorata leggermente rendendo efficaci controlli e prescrizioni da parte delle autorità sanitarie, ma vi sarebbe sempre l’arma della compatibilità dei costi e del ricatto occupazionale.
Arma, quest’ultima, che viene sempre spianata in questi casi davanti ai lavoratori, ai sindacati, ai politici e agli amministratori locali: o il lavoro o la salute!
Purtroppo prevale quasi sempre la prima alternativa, e non è detto che anche stavolta non finisca così.

1 Comments

  1. Le aziende dovrebbero mettere da parte i fondi per la ripulitura del territorio (mi sembra che si chiamano passivita’ potenziale?). L’importo delle passivita potenziale e’ presente nei financial statements delle compagnie. Se i financial statements delle aziende sono pubbliche e’ facile conrollare quanti soldi sono stati messi da parte per la bonifica.
    Ci dovrebbero essere denuncie per le aziende che hanno gettato veleni nel territorio. Non si possono lascirae li’ abbandonati (chi ha sbagliato deve pagare). E ci si dovrebbe assicurare che il depuratore consolrtile sta funzionando.
    Quando le aziende cesseranno’ le loro attivita industriale il danno provocato sara’ esponenzialmente piu grande di quanto gli abitanti hanno guadagnato. L’inquinamento avra’ causato danni all’agricoltura, alla pesca e alle salute delle persone.

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