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Ciaramelle in mostra nella chiesa di San Francesco Borgia

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Ciaramella, cornamusa, zampogna, in Sicilia ciaramedda. Li usiamo come sinonimi anche se sono strumenti diversi. Comunque si voglia chiamarli, possiamo ammirarli in questi giorni dentro le teche della Chiesa di san Francesco Borgia in via Crociferi a Catania dove staranno fino a domenica 29 dicembre.
Si tratta della mostra “Zampognarea-il mondo delle zampogne tra uomini e suoni, mostra di strumenti , fotografie, conferenze, incontri performance e concerti”, messa in piedi dalle Associazioni Areasud, Darshan, Riiddu e Rete italiana di cultura popolare, finanziata dall’assessorato regionale dei Beni Culturali e Ambientali e dell’Identità Siciliana in collaborazione con la Soprintendenza di Catania e curata da Maurizio Cuzzocrea.
All’inaugurazione sono intervenuti Sergio Bonanzinga, docente universitario e ricercatore, e numerosi musicisti ed esperti. Le fotografie sono di Angelo Maggio. L’ingresso è libero.
In mostra nella Chiesa di san Francesco Borgia, di proprietà della Regione siciliana, ci sono cornamuse tunisine, siciliane, calabresi, canne, urticali, cannette ma anche dei bei presepi creati da artigiani siciliani.

Non solo strumenti e pastori in mostra. Abbiamo potuto risentire, infatti, il suono di questi particolari strumenti nel corso dei concerti che si sono tenuti nello stesso sito. L’ultimo evento, domenica 29, sarà la “mostra suonata e raccontata da Fabio Tricomi”.
Chi tra i più vecchi non ricorda quanto avveniva una cinquantina di anni fa in Sicilia? Gli zampognari, o meglio i “ciaramiddari” venivano dai paesi in città e giravano per la case suonando davanti ai presepi illuminati.
Spesso era solo per devozione: non chiedevano e non beccavano una lira ma accettavano solo un bicchiere di vino, un dolce o un pezzo di pane e formaggio.
Adesso qualche ciaramiddaro si vede di nuovo in giro perché si sta fortunatamente, lentamente ricreando la tradizione della novena, prima del Natale, dal 16 al 24 dicembre. Non gratis: adesso vogliono molto più di un centone per tutti i nove giorni. Ma va bene così purché non si perda una dolce consuetudine che commuove e riporta la festa della Natività a tanti anni fa, quando il Natale era meno consumistico e più autentico.

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