Chi arriva in aereo a Catania, turista o isolano che sia, e deve recarsi in una città diversa da quella di arrivo con un mezzo pubblico, nel nostro caso un bus, dovrà fare i conti con una disorganizzazione quasi surreale. La racconta a caldo, in un suo post sui social che oggi riprendiamo, Fausto Carmelo Nigrelli, docente universitario residente a Piazza Armerina. Certo, quella descritta è una situazione provvisoria, ma, in attesa della soluzione definitiva, nulla avrebbe dovuto impedire di impostare il servizio in modo razionale, spendendo meglio le risorse disponibili.
Vorrei conoscere i nomi di due incompetenti. Il primo è di chi ha progettato il terminal bus dell’aeroporto di Fontanarossa a Catania; il secondo è quello di chi lo gestisce.
1- le biglietterie sono collocate dalla parte opposta degli stalli da cui partono i bus di linea. Centinaia di viaggiatori, dunque, dopo avere fatto il biglietto alla fine di una lunga coda, attraversano l’intera stazione dove manovrano decine di pullman.
È vero che ci sono le strisce pedonali all’inizio ma conducono a un collo di bottiglia che assomiglia a una bolgia infernale.
Naturalmente non ci sono emettitori automatici di biglietti.
2- gli schermi che indicano le corse in partenza sono uguali in tutti gli stalli i quali non sono numerati. Vuol dire che in ciascuno degli schermi c’è sempre lo stesso elenco. Dunque il viaggiatore che, sceso dall’aereo, deve prendere il bus dopo avere fatto il biglietto, comincia disperatamente a chiedere a destra e a manca se qualcuno sa da dove parte il pullman per Siracusa o quello per Taormina.
Se il viaggiatore si avventura a riattraversare – a rischio e pericolo – il terminal bus per andare a chiedere all’omino che fa i biglietti come capire da dove parte il pullman, si sente rispondere che i monitor non sono della società dei trasporti!
Se, ancora più disperato, chiede a uno degli autisti, si sente rispondere che il pullman si fermerà in uno dei 15 stalli. Bisogna aguzzare la vista e, quando il pullman entra nel terminal, leggere la destinazione scritta sopra il parabrezza; seguire con gli occhi il pullman di proprio interesse e correre verso lo stallo dove quel pullman si ferma. Tenete presente che dal 1 al 15* ci sono 70 metri almeno che il turista con i bagagli (magari anziano) deve percorrere di corsa urtando tutti gli altri utenti che aspettano, speranzosi, il loro pullman.
3- le targhe!!!
Ecco il trucco. Nel monitor, in corrispondenza della destinazione, c’è – sotto la colonna “bus” – un codice alfanumerico. Cos’è? La targa, perbacco! Leggete la targa e riconoscerete il bus.
4- in Sicilia arrivano tanti turisti che, normalmente in inglese, chiedono informazioni come ho fatto io. La risposta, al massimo, è in siculo-italiano.
5- (ultimo) il pullman che va all’outlet e a Piazza Armerina non esiste. Sul monitor c’è scritto AIDONE.
Con tutto il rispetto per i cari amici aidonesi, ma chi deve andare all’outlet o alla Villa del Casale, come fa a capire quale bus prendere?
In conclusione: la vicenda della cenere dell’Etna ha messo a nudo l’assoluta incapacità di organizzazione e della governance dell’aeroporto di Catania di fronte a prevedibili imprevisti. Ma il problema è molto più grave. C’è una assoluta incapacità di accoglienza.
Chiunque sia coinvolto – a qualunque titolo – nella gestione dei servizi aeroportuali a Catania deve fare una sola cosa: dimettersi e ritirarsi in un eremo.


Escluso che la soluzione sarà mai quella che l’amico Nigrelli propone alla fine del suo post, resta da considerare che il problema di incompetenze e assurdità giustamente segnalato per i bus andrebbe esteso a tutta la struttura e la gestione dell’aeroporto catanese.
Si vanta di essere tra i primi d’Italia per numero di voli e passeggeri (in effetti serve mezza Sicilia!) ma non sa far corrispondere a questi numeri servizi adeguati ad un paese civile – senza offesa per paesi del cosiddetto “terzo mondo” dove gli aeroporti funzionano meglio…
Basta guardare le code di auto e i casini che si verificano nell’area partenze, progettata con posti inspiegabilmente ridotti come numero e dimensioni, e molti occupati da grosse auto che portano i passeggeri da e per i posteggi a pagamento, o da gente che si ferma più del breve “kiss and fly” senza che i vigilantes riescano a sloggiarli, temendo di essere aggrediti.
Si aggiunge che per i problemi di ristrutturazione in corso, prelevare chi arriva è diventata un’impresa per le distanze che i malcapitati – o intere famiglie con bambini – in arrivo devono percorrere con le valige al sole cocente o sotto la pioggia. Per cui è più comodo farsi prelevare salendo agli arrivi, e questo intasa ulteriormente il traffico già congestionato.
Inoltre la presenza di un terminal separato senza collegamento interno con il principale e con scarse segnalazioni per il viaggiatore in partenza che non conosce l’aeroporto costringe molti a trasferimenti concitati, sempre sotto il sole (o la pioggia, secondo quello che Dio manda).
E che dire degli altoparlanti i cui annunci nel caos vociante della zona partenze risultano incomprensibili?
E dell’idea che qualche sconsiderato possa seguire il consiglio di arrivare in aeroporto usando il treno (!) e poi la periodica navetta dalla stazione ferroviaria non particolarmente vicina, a meno di non partire con anticipo di cinque-sei ore rispetto all’imbarco del volo?
L’elenco delle doglianze può continuare, poi se si mettono di mezzo gli incendi (ricordate qualche anno fa?) e la cenere dell’Etna che nessuno riesce a gestire (viene da piangere sentendo che devono essere che compagnie a organizzarsi), il caos diventa primordiale e al di fuori di ogni immaginazione, se non ha avito la sventura di trovarcisi coinvolti.
Adesso l’aeroporto è sul mercato, ma chi dovrebbe acquistare un simile sconnesso carrozzone?
Ma perché lo stanno vendendo? E questa dovrebbe essere la domanda tuttora senza risposta. Non è che i disagi siano funzionali a farci digerire questa oscena opzione? nella atavica reazione del catanese: …tutto purché si faccia qualcosa! È successo con le dismissioni ospedaliere; insomma la solita questione del dito e della luna.