L’indicibile massacro volto all’annientamento di un popolo ha reso la Palestina lo specchio della degenerazione del nostro mondo. Non un’eccezione ma un’apocalisse, nel senso originario del termine.
Una rivelazione, il disvelamento di ciò che era nascosto. La Palestina è stata la luce violenta che ci ha costretto a vedere quello che non vedevamo, ma che c’era già: la colonizzazione predatoria, la violenza estrema, il potere – concentrato in poche mani – che schiaccia le minoranze e chiunque di queste minoranze voglia prendersi cura, dai sanitari alle associazioni umanitarie ai giornalisti che raccontano la verità di ciò che accade e sono per questo uccisi a decine.
Proprio perché ha reso visibile tutto questo, la Palestina è stata l’occasione di un risveglio, non solo personale ma anche collettivo.

E “La luce del risveglio” è il titolo dell’ultimo libro di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazione Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, presentato domenica 9 agosto in piazza Federico di Svevia, su iniziativa di Gammazita, con le letture di Alice Ferlito e la moderazione di Angela Lombardo, che di Albanese è editor ed amica personale. Ad ascoltare la relatrice ONU, in questa torrida serata di agosto, un vasto pubblico che non era scontato avrebbe partecipato.
“Avrei potuto scrivere un libro sulla sconfitta, sulla fine del diritto e dell’umanità, che avevamo conquistato e d’un tratto abbiamo perduto” – ha detto la giurista. Invece ha scritto un libro “sulla forza che si trova quando si accetta di avere visto”.
Un risveglio fragile – scrive ancora – ma diffuso e reale, che “attraversa società, generazioni, linguaggi diversi con il comune desiderio di restituire al diritto la sua natura originaria: non ornamento politico, ma limite del potere.”
Mai come nel caso di Gaza il diritto è apparso impotente, impotente l’ONU, complici – nel loro silenzio – la maggior parte degli Stati e anche l’Unione Europea. In realtà non succedeva niente di nuovo, il potere aveva solo gettato la maschera e verificava fin dove poteva spingersi, fin dove l’opinione pubblica avrebbe accettato o finto di non vedere.

E’ l’analisi che fa, come correlatore, dal palco, Roberto Scarpinato, già procuratore antimafia, ora senatore della Repubblica, mettendo in gioco anche la propria esperienza e raccontando come anch’egli ha scoperto, in modo traumatico, una verità che prima non vedeva.
Indagando su omicidi come quello del presidente della Regione Mattarella, o del parlamentare Pio La Torre o del generale Della Chiesa, ha dovuto prendere atto che ad armare la mano degli assassini, a depistare le indagini erano persone che sedevano nei consigli di amministrazione delle grandi banche, nelle stanze dei capi della polizia e dei servizi segreti, tra parlamentari e ministri.
Ora dice di essere un “risvegliato” e di questo paga il prezzo venendo delegittimato ed estromesso, ad esempio, con una legge apposita, dalla commissione antimafia. Così come Albanese sta pagando non solo con le sanzioni di cui è fatta oggetto ma anche venendo screditata e trasformata, da giurista impegnata nella difesa dei diritti umani, in una pericolosa terrorista.
Eppure, davanti alla violenza sfrenata perpetrata in Palestina, davanti all’incubo che è oggi la vita dei palestinesi, è accaduto quello che il potere non aveva previsto, un risveglio collettivo. Milioni di persone normali si sono chieste: cosa posso fare io per la Palestina? E sono entrate in campo, hanno messo in gioco i loro corpi, nelle piazze, sulla Flotilla. Si sono mosse per salvare la Palestina ma, forse involontariamente, stanno salvando se stesse. Scopriamo così che tutti insieme ce la possiamo fare, che possiamo riprenderci la politica dal basso, nonostante i pacchetti sicurezza per reprimere il dissenso, quel dissenso che è, invece, il sale della democrazia.

La convergenza tra Scarpinato e Albanese è fortissima. Anche se i toni sono diversi. Albanese sceglie non solo di denunciare ma anche di sottolineare il potere dell’immaginazione, del sogno, non come evasione ma come rifiuto della cancellazione, come “primo seme per dar vita a qualcosa di possibile”. Spiega il significato del Sumud, quella fermezza, costanza, tenacia che nei palestinesi è la grammatica dell’esistenza: non un’immobilità, ma un’autorevolezza silenziosa, un contrapporsi al potere con la semplice, ostinata evidenza di una vita che continua. E nei capitoli del suo libro, che hanno tutti per titolo un verbo (nutrire, piangere, curare, danzare…), racconta fatti e persone, ma soprattutto dà forma alla sua visione alternativa del mondo.
Eppure il suo non è buonismo, sa essere dura, precisa, concreta. Invita ad esercitare il nostro diritto di cittadinanza non solo scendendo in strada perché i governi chiedano conto ad Israele di quello che sta facendo, ma anche con scelte concrete che abbiano ripercussioni su quel sistema economico che permette ad Israele di avere strumenti e risorse per continuare a compiere impunemente i propri crimini. E questo significa sostenere il BDS, il movimento internazionale non violento, a guida palestinese, per il boicottaggio, disinvestimento, sanzioni contro Israele fino a che quest’ultimo non cesserà le proprie violazioni del diritto internazionale.
Anche su questo piano è essenziale l’impegno individuale, ma “la forza per contrastare l’immenso potere del sistema nasce solo dalla collaborazione, dal coordinamento, dal coraggio di far funzionare insieme tutte le nostre risorse”.



Si può solo essere solidali con persone di questo calibro
Umano. Intanto ho comprato il libro della Albanese. Un piccolo segnale.