“Per prima cosa bisogna scegliere il passeur giusto”, inizia così il racconto di Mamadou che mercoledì sera, nel cortile della parrocchia del Crocifisso della Buona Morte, ha coinvolto un pubblico attento con la narrazione dei primi tre giorni del lungo viaggio che dalla Costa d’Avorio lo ha portato in Italia.
Un viaggio di sette mesi, alcuni dei quali nell’inferno libico, con il carcere e le torture, su cui il narratore non si sofferma se non per qualche accenno nel dialogo con il pubblico, dopo lo spettacolo. Evitando sempre i toni vittimistici e strappa lacrime.
E’ un vero attore, Mamadou. Ha la voce impostata, la gestualità essenziale ma efficace. Quando la compagnia degli Apocrifi lo ha trovato, al CARA di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, forse nessuna delle due parti sapeva che questo incontro sarebbe stato importante per tutti.
Per Mamadou in particolare, perché avrebbe avuto il suo primo contratto di formazione lavoro e poi il permesso di soggiorno, uscendo dalla situazione di irregolare.
Il giovane ivoriano è riuscito non solo ad arrivare in Italia, ma anche a trovare la sua strada. “Sono stato fortunato, ho incontrato le persone giuste”, sottolinea rispondendo ad alcune domande. E trovare le persone giuste fa la differenza.
Sulla sua storia Stefania Marrone ha scritto un libro, “Racconto personale” (Andrea Pacilli Editore), ne ha fatto anche una riduzione teatrale, ed era accanto a lui, per presentarlo prima della performance dell’altra sera. Insieme alla Compagnia degli Apocrifi, di cui fa parte, Marrone è protagonista di una migrazione al contrario, del ritorno a sud di un gruppo teatrale nato a Bologna nel periodo degli studi universitari e che è sceso a Manfredonia, “per portare il teatro dove non c’era”.
Il racconto di Mamadou si concentra sulla partenza. Con il tono di voce, i gesti, il suo italiano perfetto, appreso negli otto anni di permanenza in Italia, ci fa “vedere” Sita, la trafficante più in gamba di tutti che ha una bancarella al mercato ma gestisce uomini fidati che organizzano i viaggi per lei. E poi i compagni di viaggio, caratterizzati ognuno in modo preciso, persone sconosciute, e non tutte simpatiche, con cui si crea inevitabilmente un forte legame.
Ma, prima di partire, ha dovuto discutere per due anni con la madre. Non poteva andar via senza la sua benedizione, anche se non ha potuto salutarla prima della partenza. Quando ha preso il pullman, nella notte del 2 settembre 2016, lei non ha voluto stringerlo in quello che poteva essere l’ultimo abbraccio. E’ rimasta in casa, a pregare.
Ha dovuto anche raccogliere i soldi, 800 mila franchi più altre migliaia in biglietti di piccolo taglio che – ha detto Sita – serviranno per le “spese stradali”, che Mamadou scoprirà essere i soldi necessari a pagare le esose estorsioni dei doganieri, ai posti di blocco nel passaggio di confine tra stati.
Il viaggio inizia ad Abidjan in Costa d’Avorio, poi Bourkina Faso, Niger, il deserto. E dopo la Libia e il mare, “ed io non so nuotare”, aggiunge.
La scelta della sobrietà lascia sullo sfondo le sofferenze che si materializzano soprattutto nell’incontro con una larva d’uomo, uno scheletro ambulante ricoperto di piaghe, che li invita tutti a rinunciare, a tornare indietro. E’ un sopravvissuto all’inferno libico, ma loro lo scansano, temono il contagio, non tanto delle piaghe purulente, quanto della paura.
Mamadou sa che quello che dice è vero, ma è vero anche che qualcuno ce l’ha fatta. “Quante verità per un viaggio solo” commenta. A spingerlo avanti è “il desiderio di esistere”, perché non partire è anche un non esistere.
Lo spiegherà meglio nel corso del dibattito: si parte perché si ha una speranza, restare equivale a spegnere ogni speranza. Quindi a indurre alla partenza non sono solo le guerre, la fame. “In Costa d’Avorio non c’è la guerra, ma c’è la corruzione, l’arroganza dei ricchi, l’assenza di prospettive”. Chi parte viene considerato un pazzo, ed è forse vero “se è pazzia avere diritto a cambiare vita”.
L’evento è stato organizzato dall’OULP, l’Osservatorio che riunisce associazioni e cittadini che operano e/o vivono a san Berillo, attraverso la mediazione di Turi Zinna che con il suo progetto “Controfuturi” vuole dare spazio alle realtà locali che operano nelle periferie immaginando un futuro diverso. E tra queste non poteva mancare la parrocchia del Crocifisso della Buona Morte, dove l’allora parroco Pippo Gliozzo ospitò per primo in canonica i senegalesi che dormivano in strada, e dove il nuovo parroco Piero Belluso incoraggia iniziative come l’intensa testimonianza resa da Mamadou.


