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La protesta dei trattori e la necessità del cambiamento

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sfilata di trattori in protesta

Un tema complesso, quello posto dalla mobilitazione degli agricoltori. Non vi è dubbio, infatti, che sia necessario un profondo cambiamento che va, però, discusso e condiviso con chi vive le problematiche del settore. Soprattutto con le piccole e medie aziende, che sono la maggioranza, e non solo con le grandi aziende, che rappresentano il 20% del totale, ricevono la maggior parte dei contribiti e hanno la possibilità di influenzare le decisioni politiche, a livello comunitario e nazionale.

Alfio Furnari, presidente della sezione siciliana dell’AIAB, Associazione Italiana Agricoltura Biologica, ci aiuta a comprendere meglio le ragioni di ciò che sta accadendo.

Da molti giorni è esplosa in Europa la rabbia degli agricoltori che protestano perché non vedono né un futuro né una via d’uscita a questa crescente crisi che li attanaglia.

Tra le cause maggiori, l’aumento dei costi di produzione arrivati a prezzi esorbitanti a partire dai fertilizzanti legati al prezzo del gas, i cambiamenti climatici che riducono qualità e quantità dei prodotti, i bassi prezzi pagati dall’agroindustria e dalla grande distribuzione organizzata (G.D.O.).

Mentre la scienza dimostra che è l’agricoltura industrializzata a cambiare gli equilibri di interi ecosistemi, causando la progressiva diminuzione della biodiversità, dell’efficienza, della produttività e della redditività agricola, una buona parte delle Istituzioni comunitarie e nazionali, del ceto politico e delle organizzazioni agricole chiede di reintegrare proprio quel tipo devastante di agricoltura.

Le recentissime politiche comunitarie, dominate e indirizzate dalle multinazionali dell’agrochimica e dalle corporazioni delle grandi aziende, hanno infatti annullato le misure della transizione ecologica, ritirato la proposta di normativa europea sul taglio dell’uso dei pesticidi, eliminato dalla Politica Agricola Comunitaria le poche regole di condizionalità climatica ed ambientale, fatto sparire ogni riferimento alla necessità di tagliare le emissioni in agricoltura, continuato ad erogare l’80% dei contributi al 20% delle aziende.

In Italia l’agricoltura e gli agricoltori vivono una situazione di enorme difficoltà.

Dal 1982 a oggi le aziende sono passate da tre milioni a un milione, perdendo in pochi anni il 63% del numero totale. Anche il governo italiano continua a penalizzare gli agricoltori: nella legge di bilancio è stata reintrodotta l’IRPEF sui terreni agricoli, sono state cancellate le agevolazioni per giovani agricoltori a partire dall’esonero dei contributi previdenziali.

L’ipotesi di richiesta di un ritorno a questo buio passato, con l’inversione di quella graduale conversione che sta iniziando col Green Deal, è quanto di più illogico da un punto di vista scientifico e politico.

Per ovviare ad una possibile catastrofe storica, bisogna far comprendere a tutti noi che la civiltà che aveva fondato le sue certezze sulla crescita illimitata, sul neoliberismo e sulla globalizzazione, sotto il dominio di poche multinazionali, è oramai alla fine. Non significa la fine della civiltà ma di questo modello di civiltà.

La natura, con i suoi equilibri, i suoi principi e le sue regole ci dice che esiste un modo alternativo di produrre, consumare, vivere. Gli agricoltori, con il loro malessere, con le loro proteste che noi comprendiamo, rappresentano l’inizio della fine di un vecchio mondo.

L’agricoltura ha oggi bisogno di cambiamenti epocali per una profonda transizione ecologica, economica e sociale. Le proteste dovrebbero uscire dalla limitata ottica delle rivendicazioni di categoria e spingere verso un reale cambio di passo di tutto il sistema, chiedendo all’Europa in primo luogo di premiare chi garantisce la sostenibilità della terra e dei prodotti e di scoraggiare e disincentivare chi produce inquinando.

Adesso tocca a noi fare buona informazione e, soprattutto, creare un movimento di opinione che richieda un reale e concreto Green Deal che assista ed affianchi agricoltori e consumatori (quindi tutti noi) a questo cambio di passo. La negazione di questa unica prospettiva è il diniego della stessa civiltà futura.

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