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Contro la società del sorpasso

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Michelangelo Caponetto, docente di Storia e Filosofia, ha letto per noi “Contro la società del sorpasso. Il pensiero antimeritocratico di don Tonino Bello”, di Enrico Mauro.

Enrico Mauro, ricercatore universitario di Diritto amministrativo, dialoga da laico non credente con don Tonino Bello a partire dai principi universali, da entrambi condivisi e difesi, della Costituzione Italiana: il pacifismo e la solidarietà, innanzitutto, dei quali il sacerdote salentino ha instancabilmente offerto testimonianza

Si tratta di un libro coraggioso per la lucida critica di modi di pensare profondamente radicati nel senso comune e per la sensibilità con la quale l’autore mostra di connettere l’interesse per il pensiero e per l’opera del vescovo pugliese con motivazioni autobiografiche, anche dolorose.

La decostruzione operata da don Tonino del linguaggio meritocratico appare infatti, ad avviso di Mauro, “particolarmente interessante per un giurista, perché in buona parte sovrapponibile al vocabolario antimeritocratico della Costituzione”.  E proprio i valori della Costituzione sembrano del tutto dimenticati e anzi rovesciati nell’odierna società meritocratica che è il bersaglio polemico del volume.

L’autore procede ad un’attenta analisi filologica del linguaggio impiegato da Don Tonino Bello, precisando che sebbene il termine “meritocrazia “non compaia nei suoi interventi, le parole impiegate dal sacerdote costituiscano una rete semantica di categorie capaci di catturare pienamente il senso di quell’espressione. Peraltro, Mauro sottolinea come il sociologo inglese Michael Young  abbia chiarito che ‘meritocrazia’ e ‘merito’ non siano da intendere quali sinonimi, bensì come contrari, con un’opposizione terminologica che favorisce il consenso diffuso nel senso comune verso il modello sociale ultra individualista e competitivo  che a queste espressioni è sotteso.

Mauro analizza gli scritti e i discorsi di Don Tonino Bello, ricostruendo i termini concettuali della critica a un modello sociale che viene appunto definito ‘società del sorpasso”.

Nei diversi paragrafi si dipanano i termini del vocabolario della contestazione del vescovo salentino, che l’autore discute ricostruendo sempre le fonti e i contesti in cui essi vengono impiegati: utilitarismo, edonismo, consumismo, egoismo, individualismo, leaderismo,  efficientismo, produttivismo, aziendalismo, per citarne solo alcuni.

A questi il sacerdote contrapponeva in positivo altre parole a significare la contestazione del modello sociale dominante, spesso coniando anche fortunati neologismi, come ‘contemplattività’,  sintesi di contemplazione e azione che per Mauro vengono intese da don Tonino Bello in un rapporto “di interdipendenza, di complementarità, certo. Ma, forse, è più corretto dire di “circolarità”. Il termine coniato dal sacerdote esprime il suo umanesimo, in cui Mauro rinviene il riferimento filosofico, spesso sotto traccia, di Emmanuel Lévinas, del quale in particolare l’autore individua nelle pagine di don Tonino l’ispirazione tratta da un’opera meno conosciuta, “o perlomeno dal suo felicissimo titolo, talmente felice da rendere quasi superflua l’ostica lettura: Umanesimo dell’altro uomo.

È facile essere umanisti quando l’uomo di riferimento è l’io, mentre è tutt’altra cosa essere umanisti quando l’uomo al centro del discorso è l’altro, quando si chiede che l’uomo al centro dell’interessamento individuale e comunitario sia lo sconosciuto, il lontano o il vicino arrivato da lontano, l’impoverito dall’altrui ricchezza, l’emarginato dall’altrui centralità, lo scocciatore che sogna un minimo di pane e di dignità (e non osa nemmeno sognare anche un minimo di affetto)”.

È questa dell’umanesimo dell’altro uomo la proposta culturale che il saggio, sulle tracce della figura di don Tonino, ci consegna per ribaltare la meritocrazia, l’individualismo, la competizione sfrenata che  caratterizzano ‘la società del sorpasso’. Disvalori che non sono caratteristici esclusivamente di atteggiamenti individuali, bensì aspetti centrali di un modello sociale che tende a divenire totalitario, investendo ogni ambito della vita associata e minando alla base il tessuto democratico e di convivenza civile; pertanto, prosegue la riflessione del testo, “forse, a ben pensarci, nemmeno si può parlare di società meritocratica”.

Non è un semplice ossimoro, che, pur accostando concetti antitetici, ha un senso ragionevole o quanto meno ammissibile, ma un controsenso: meritocrazia è atomizzazione, disgregazione, corsa di tutti contro tutti. Dove c’è meritocrazia – merito che governa, anziché merito che serve – “non c’è società, ma solo compresenza”. Ritornano alla mente, al proposito, le parole di una delle principali sostenitrici del modello neoliberista poi destinato a imporsi, Margaret Thatcher, che in un’intervista del 1987 giungeva a proclamare che “there’s no such thing as society”, la società non esiste, esistono solo gli individui.

La critica si riferisce, anche, al leaderismo che ha improntato il sistema politico dal tramonto della cosiddetta  Prima Repubblica,  nonché ai meccanismi istituzionali dell’Unione Europea che impongono di ‘rinunciare a un po’ di democrazia in cambio di un po’ di efficienza!’ e anche ai sistemi formativi, scuola e università, dominati da agenzie quali ANVUR e INVALSI e ai loro modelli di valutazione basati su una metrica puramente quantitativa, tale da snaturare la relazione didattica, cosicché tanto i discenti quanto i docenti siano condotti a concepirsi quale capitale umano che deve auto valorizzarsi, riducendo le scuole che inculcano la logica della competizione ad ogni costo ad “agenzie organizzatrici di gare di ogni tipo”, perfettamente in linea con il modello distorto della “meritocrazia”.

Infine, sorge una domanda, un interrogativo fecondo che scaturisce al termine della lettura del saggio: in diversi passaggi si sottolinea come “il bersaglio di don Tonino non è la produzione o il mercato o il denaro, ma la loro idolatria, la loro trasfigurazione da mezzi a fini”, o ancora “naturalmente non si tratta di essere contro l’azienda o l’impresa in sé. Si tratta di rifiutare stili di ragionamento efficientistici, ragionieristici in contesti di vita in cui occorrerebbe ragionare in termini etici, se non estetici o addirittura poetici”.

Viene tuttavia da domandarsi se tali tratti denotino soltanto l’esasperazione di un sistema altrimenti sostenibile o non siano piuttosto ormai connaturati ad una fase storica nella quale il modello sociale occidentale in profonda crisi non riesce più a imporre  la sua egemonia planetaria e ciò provoca uno iato sempre più evidente tra le aspettative che esso crea nella mente degli individui ed una realtà che inesorabilmente le disillude, dando luogo ad un mondo contrassegnato da sfruttamento, disuguaglianze intollerabili, conflitti che rischiano concretamente di deflagrare in una guerra mondiale atomica. Se anche così fosse, ciò non dovrebbe essere motivo per indulgere alla rassegnazione alla prospettiva, citando ancora la Thatcher, che non ci possa essere alcuna alternativa (“There is no alternative”) ma al contrario stimolo per concepire un modello radicalmente differente, in grado di rendere effettivo quell’ umanesimo dell’altro uomo da contrapporre alla società del sorpasso.

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