“Quanto vale la vita di un uomo in questo paese”? Se lo chiede -con incredibile valenza profetica – un personaggio de “La violenza”, opera teatrale scritta da Giuseppe Fava 15 anni prima di essere ucciso dalla mafia.
Ad interrogarsi è una contadina analfabeta, madre di un giovane maestro delle scuole rurali, poi divenuto sindacalista, ucciso perchè aveva avuto il coraggio di
lottare in difesa dei diritti dei contadini, senza piegarsi a compromessi e a tentativi di corruzione.
L’orgoglio di avere un figlio maestro, che sapeva parlare alle migliaia di persone che seguivano i suoi comizi, si trasforma nello strazio di una madre a cui non è concesso nemmeno di lavare il sangue dal volto del proprio ragazzo morto, di accarezzare per l’ultima volta i suoi capelli.
Questa donna semplice e ignorante è consapevole che il figlio ha lottato per tutti coloro che soffrono ingiustizia e sopraffazione. Si rende conto che la sua voce doveva essere spenta perchè scomoda e pericolosa, come quella dello stesso Fava, messo a tacere da cinque proiettili sparati la sera del 5 gennaio 1984.
Riproponiamo oggi, giorno anniversario della morte di Fava, uno stralcio dello spettacolo realizzato nel 2010 dalla compagnia calabrese Carro di Tespi.
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