Estrarre materiale dalla cave italiane è un buon affare. Ottimo, poi, in Sicilia dove -come del resto, in Val d’Aosta, Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna- si cava addirittura gratis. Ogni anno in Italia dalle 6000 cave attive vengono estratti 142 milioni di metri cubi di cosiddetti inerti usati in edilizia, sabbia e ghiaia, che rendono ai cavatori 1 miliardo e 735 milioni di euro l’anno ma fruttano alle regioni d’appartenenza meno di 53 milioni di euro. A controllare l’attività estrattiva dovrebbero essere dal 1977 le Regioni che, però, non sembrano interessarsi alla materia e applicano canoni ridicoli a confronto con il volume di affari del settore. A denunciare l’ennesimo spreco è Legambiente che quantifica in 500 milioni di euro i soldi che Stato e Regioni perdono, consegnando forse anche il territorio a poteri illegali. Legambiente chiede l’adeguamento del canone al prezzo medio che si paga oggi in Gran Bretagna per l’attività di cava, cioè il 20 per cento. Così-secondo gli ambientalisti- si otterrebbero introiti pari a 567 milioni di euro contro gli attuali 53.
Ci piacerebbe sapere cosa succede nel Catanese. L’Etna offre la sua lava gratis agli speculatori del movimento terra? Quanto Regione e enti interessati potrebbero guadagnare con una gestione oculata, il controllo dell’attività estrattiva e il divieto a un prelievo rapace? Tutte domande alle quali ci piacerebbe che le istituzioni rispondessero, prima o poi. Magari imponendo tasse e balzelli ai “predatori delle cave perdute”.
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