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Randazzo tra ‘800 e ‘900, il paese dei cavalieri

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particolare della copertina del libro

Marina Mangiameli, storica e docente, ha letto per noi “Il Paese dei Cavalieri. Potere e società in Sicilia tra ‘800 e ‘900. Il paradigma Randazzo” (Carthago, 2025) di Domenico Palermo.

Nessuno di noi potrebbe vivere senza memoria, senza ricordare il proprio passato cioè quell’insieme di esperienze che ci rendono ciò che siamo. Sembrerà strano ma la stessa cosa vale per le terre, le città e le comunità che le abitano.

Ciò nonostante non sempre la storia locale ha avuto, in Italia, il ruolo che merita e questo anche perché, spesso, è stata confinata agli interessi di eruditi locali, scrupolosi, puntuali, ma non sempre saldi nell’uso del metodo storico.

Il lavoro di cui ci occupiamo, viceversa, è una pregevole opera di sintesi della storia di una comunità vista, nelle sue principali problematiche politico-sociali, in un periodo denso di cambiamenti.

Randazzo, nella narrazione fortemente sostenuta da fonti di varia natura che si integrano e si sostengono a vicenda, diventa il modello attraverso cui guardare alle vicende che si susseguono a livello più ampio, comprendere il senso ed il valore della ricostruzione che viene proposta e forse anche dare un’ulteriore e più profondo sguardo al presente.

La ricostruzione parte da un documento, a lungo ignorato, curato da Vincenzo Petrullo, antropologo siculo-americano e membro del Servizio segreto statunitense, che – nel tirare le somme dell’attività del governo militare alleato in Sicilia dopo il’43 – ci fornisce preziose informazioni sulla vita sociale della comunità e su come gli statunitensi consideravano la realtà locale.

Ampliando lo sguardo all’Ottocento l’Autore, a partire da una severa considerazione della Costituzione del 1812, mostra come la presunta abrogazione dei diritti angarici altro non sia stato che un processo di privatizzazione a vantaggio dei ceti nobiliari, nel quale fallisce anche il tentativo della monarchia di integrare nel demanio le terre degli usi civici e di arginare così le prepotenze del ceto nobiliare ed anche della nuova classe dirigente di borghesia agraria.

Da qui derivò la feroce lotta che oppose le diverse fazioni locali per cui fatalmente la “borghesia” agraria passò dalla gestione dei latifondi nobiliari a quella delle risorse pubbliche, dall’esercitare il potere in nome delle vecchie classi dominanti a gestire il governo del territorio in combutta con gruppi di malavitosi. In questo senso l’omicidio Notarbartolo rappresenta la tappa di una evoluzione tesa a ristabilire gli equilibri di potere tra le classi: in questo contesto il Fascismo pose un punto fermo perché decise dall’esterno quale delle diverse fazioni avrebbe dovuto essere dominante.

Tale processo uscì rafforzato dalla guerra perché, di fronte ai Randazzesi, perplessi sulla “democrazia” che si offriva loro come una possibilità tutta da esplorare, si ergeva una mafia arricchita dal conflitto e alleata con l’aristocrazia terriera che ne confermava lo status e dava al potere e al denaro un crisma di stabilità e di forza.

A ciò si aggiunse la propaganda dello stile di vita statunitense come modello ideale di vita e le reazioni non sempre positive a questa proposta in un mondo in cui, su 3500 nuclei familiari, 2000 vivevano in due stanze con asini e altri animali domestici e solo 1000 avevano una latrina.

Eppure in questo disastrato contesto a causa dei bombardamenti, della guerra e degli effetti del Fascismo, soprattutto in un momento in cui la popolazione si sentiva abbandonata e subiva gli effetti di una guerra costruita sul terrore inflitto lungamente alla popolazione civile, la collettività cercò di trovare dei nuovi equilibri.

Contestualmente non solo cambia radicalmente il Paese, le sue strutture istituzionali, i suoi equilibri sociali ma per la prima volta cambia il ruolo delle donne che trovarono nel lavoro il motivo della loro autonomia, della loro dignità. E da qui nasce una profonda rivoluzione, un profondo cambiamento della mentalità collettiva: per cui ecco le donne impegnate nelle più diverse attività commerciali o artigianali.

Ad esempio, molte donne si impegnarono alla fine del secondo conflitto mondiale, oltre che nel tradizionale lavoro nei campi, nella produzione e nel commercio del sapone ma, più in generale, intrapresero attività commerciali e/o artigianali ed aprirono sul corso principale del paese le proprie botteghe. Così, a Randazzo, abbiamo Anna Guidotto la merciaia, Santa Lo Presti la panettiera, Mercedes Fastuca la sarta, Sara Spartà la venditrice di tessuti, Venera Caggegi la verduraia, Marietta Zingali la gioiellera, Lina Pezzino la “coppulara” solo per citarne alcune. Per alcune si trattò solo di rispondere alle esigenze della famiglia in assenza del marito in guerra o prigioniero, per tutte segnò la presa di coscienza della propria autonomia e indipendenza.

Ciò nonostante la povertà imperava ed ecco che intorno agli anni ’50 non stupirà l’esplodere del fenomeno migratorio in un contesto in cui rimaneva altissima la concentrazione della proprietà terriera (secondo il catasto borbonico del 1853 solo nove possidenti, appena lo 0,6 della popolazione si spartivano il 66,8% del territorio).

Da qui anche il radicamento del fenomeno mafioso divenuto ostacolo insormontabile per i contadini. E così ripetutamente naufragarono i reiterati tentativi di redistribuzione terriera e riequilibrio sociale, i tentativi di lotta all’usura e gli sforzi di riforma sociale nella prospettiva innovativa proposta dalla “Rerum novarum”.

Fondamentale in questo contesto il ruolo della nobiltà sempre molto presente nella vita della comunità come testimonia, fra l’altro, il caso del barone Vagliasindi, di cui si ricostruisce puntualmente la vita, l’attività politica e l’impegno sociale.

Attraverso il primo dopoguerra, il Fascismo e l’Antifascismo si vede crescere una comunità locale che, se pur gravata da enormi difficoltà, cerca di progredire e di affrancarsi dalle dinamiche tradizionali anche se non sempre con successo, così come si individuano e si descrivono puntualmente i protagonisti di questo processo.

Attraverso l’anticomunismo, dilagante negli anni ’50, e la forte partecipazione alle vicende del primo e del secondo dopoguerra, la Collettività si dimostra sempre attenta ai processi di fondazione della repubblica ed alla gestione del consenso e del potere.

Importanti sono le fonti allegate all’opera, preziose testimonianze per lo storico o il lettore curioso ma anche prove concrete e verificabili del valore e del senso della ricostruzione proposta.

L’autore di questo libro, Domenico Palermo, è noto ad Argo anche per essere – tra l’altro – responsabile di un progetto molto impegnativo di cui trovate notizie a questo link, Un’altra idea di carcere, il progetto Koinè

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