A San Berillo c’è una memoria sepolta, un bagaglio di esperienze che “dimentichiamo di ricordare” ma che può dirci molto di noi e della nostra città.
A dissotterrare questa memoria ha provato la compagnia Retablo di Turi Zinna, che ha animato, per l’intero pomeriggio di sabato, piazza Falcone, seconda stazione del percorso Ri-Costituente che, in cinque tappe, prova a recuperare luoghi della città che sono stati, e sono, “corpo vivo” di relazioni che curano la comunità.
Dopo la Stazione Scidà, dedicata alla memoria del presidente del Tribunale per i minorenni e alla sua denuncia delle connessioni tra istituzioni e mafia, sabato scorso è toccato alla Stazione Gliozzo, che porta il nome del parroco del Crocifisso della Buona Morte attorno a cui è nata una comunità che, per cinquanta anni, ha fatto dell’accoglienza il proprio “principio attivo”.
E’ un progetto di teatro civile quello di Zinna, che vuole contribuire a diffondere la consapevolezza della crisi che stiamo vivendo, una crisi di principi, di valori, di socialità, di democrazia. Alle solitudini atomizzate della attuale convivenza Zinna oppone un momento di condivisione collettiva in cui attore e pubblico si contaminano e diventano “integratore poetico per democrazie affaticate”.
La metafora, infatti, è quella della cura, del rimedio farmacologico “ricostituente” che contiene principi attivi come l’ascolto, la fiducia, la partecipazione, capaci – se “assunti con costanza e non in modo occasionale” – di sanare gli strappi inferti alla vita sociale e comunitaria. Per rendere visibile questo intento curativo, Retablo mette a disposizione dei partecipanti ai propri eventi alcune scatolette di Ricostituente con relativo foglietto illustrativo, un bugiardino ricco e dettagliato sui principi attivi presenti nel rimedio. E – in questo caso – anche un piccolo frammento di maceria di San Berillo dal valore fortemente simbolico.
Nello spettacolo, grazie alla recitazione possente e martellante di Zinna, si mescolano i richiami al mito di Tifeo, la rievocazione dell’esperienza drammatica dello sventramento di San Berillo, le vicende tragiche e inedite delle popolazioni libiche, deportate dai colonizzatori italiani (sedicenti portatori di civiltà) e chiuse in letali campi di concentramento, divenuti modello dello sterminio nazista degli ebrei ed oggi del genocidio sionista a Gaza,
Ma è presente anche l’oggi di questo quartiere, più che mai oggetto di appetiti speculativi, ma ancora prevalentemente abitato da prostitute, transessuali, travestiti e immigrati “clandestini”, arrivati per lo più dopo aver attraversato le atrocità dei respingimenti, delle detenzioni e delle violenze subite lungo le rotte migratorie. Un’umanità dolente e sbandata che i benpensanti che abitano nella limitrofa area delle banche considerano un “bubbone cancerogeneo” da eliminare.
Ad accoglierla è stata, da cinquanta anni a questa parte, la comunità parrocchiale nata attorno a Pippo Gliozzo e Carmelo Politi, che ha aperto le porte a tutti, come – nel pomeriggio di sabato – alcuni testimoni hanno raccontato. Senegalesi ospitati per la notte, cene frugali in cui c’era sempre a tavola un posto in più, tossicodipendenti, giovani scappati dal seminario, uomini appena usciti dal carcere: tutta quella umanità “non conforme” che veniva accettata e inclusa solo perché ne aveva bisogno. Un fatto che – come ha detto Antonella Germanà– “mi sembrava allora normale e che, solo successivamente, ho capito quanto fosse straordinario”.
La comunità è rimasta attiva anche dopo il ritiro di Gliozzo. Tra i suoi ultimi frutti ci sono il Pikkolo Koro Karino Limbulu, creato e diretto da Nino Bellia, che sabato ha cantato in italiano e in swahili, e la squadra San Berillo Calcio Popolare, iscritta da un paio di anni ai campionati UISB, in cui giocano fianco a fianco italiani, gambiani, maliani, ivoriani, tunisini, guineani…, con un allenatore senegalese.
Una comunità che non si rassegna a derubricare a banali episodi di “mala” locale la tragica storia di Alessandro, parcheggiatore abusivo senegalese ucciso nel corso di una rissa per il controllo di un’area di parcheggio, o quella di Elisabeta Boldijar, da tutti conosciuta come Adele, la giovane donna rumena che aveva lasciato San Berillo per trovare una tragica morte in via Domenico Tempio. Per lei il Pikkolo Koro, insieme al pubblico presente, ha cantato La canzone di Marinella di Fabrizio De André.
Di legame con il territorio, sulla piazza Falcone, ribattezzata Piazza dei popoli, parlavano anche i mascheroni realizzati per lo spettacolo dalle MaleTinte, un collettivo di artiste di varie branche, giovani, esuberanti, desiderose di portare un proprio contributo creando bellezza anche là dove c’è abbandono.
Il titolo scelto per questo momento di teatro comunitario, “Il giardino sventrato”, richiama la ferita urbanistica e sociale prodotta dallo sventramento di San Berillo negli anni Cinquanta. Una ferita non sanata, anche perché, da allora, la città – responsabile e insieme spettatrice del proprio crescente sfacelo – ha continuato a reiterare le proprio colpevoli abitudini.
Eppure, se nel cuore di questa città che sembra perduta, nel quartiere malfamato che qualcuno vorrebbe epurare o radere al suolo, una comunità ha incarnato ed incarna valori come l’accoglienza e la difesa dei diritti dei più fragili, c’è ancora speranza. Il ri-costituente di Retablo può ancora funzionare, avendo la Costituzione come farmaco, sia pure a lento rilascio.
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