Si è spento presto il clamore attorno al suicidio di Denise, la figlia di Lea Garofalo, coraggiosa testimone di giustizia. Un evento drammatico davanti al quale tutti noi e, a livello istituzionale, Stato e Governo, dovrebbero interrogarsi per capire, al di là delle parole di cordoglio, se è stato fatto abbastanza per garantirle il sostegno di cui, nella sua difficile situazione, aveva bisogno.
Forte della sua esperienza di difensore di testimoni e collaboratori di giustizia, l’avvocato Enzo Guarnera, si è – ad esempio – chiesto se ci sia, da parte dello Stato, in tutte le sue articolazioni, “un reale interesse a contrastare la mafia, soprattutto quella che si annida ed opera dentro il potere”.
Il suo interrogativo nasce anche dalla constatazione che il sistema di protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, e delle loro famiglie, costruito negli anni Novanta, è stato progressivamente indebolito. Le normative e gli organi istituzionali (Commissione Centrale e Servizio Centrale di Protezione, Nuclei Operativi di Protezione in ogni Regione) creati sulla spinta emotiva degli attentati che avevano colpito magistrati, poliziotti, politici, gente comune, sono stati depotenziati a partire dal 2001, approfittando del cambiamento del clima politico.
Senza addentrarci in un aspetto complesso che non siamo in grado di affrontare adeguatamente, riteniamo comunque che sia importante ricordare Denise e cercare di capire le implicazioni umane e sociali della sua vicenda.
Lo facciamo attraverso le parole di Simonetta Cormaci, sempre in prima fila nella difesa dei più deboli, prima con Amnesty International e con il Centro Astalli, oggi con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti (UICI), dentro la quale, insieme a Thamaia, ha lavorato e lavora ad uno sportello per le donne con disabilità vittime di violenza.
Venerdì, 11 settembre 2026, dopo quattro giorni di agonia, si è spenta Denise Cosco. Aveva 35 anni, la stessa età di sua madre, Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta su mandato del marito.
Denise era figlia di quell’uomo. È stata prima strappata alla madre, poi ha trovato il coraggio di denunciarlo, contribuendo alla condanna del padre e di altri familiari. Per questo era entrata in un programma di protezione come testimone di giustizia.
I fatti giudiziari si conoscono. Quello che non si conosce abbastanza è il peso umano di una scelta così.
Denunciare significa cambiare identità, città, lasciare la propria terra, sparire. Non potersi permettere alcuna debolezza, perché ogni debolezza mette a rischio la tua vita e quella di chi ti protegge. Dover dimenticare chi sei stata e ricominciare altrove, senza riferimenti.
È il paradosso più doloroso: i valori che ti hanno spinta a scegliere – giustizia, legalità, verità – che sono le fondamenta della nostra democrazia, diventano la causa di un isolamento totale. Una reclusione senza aver commesso alcun reato. Come si regge tutto questo senza dubbi, rimpianti, dolore, rabbia?
La vita di Denise è stata attraversata da grande fragilità, nonostante la vicinanza di don Ciotti, di Libera e delle persone del programma di protezione. Aveva concluso il programma, aveva costruito una nuova relazione, avuto un figlio. Non è bastato a ricucire una vita divisa tra un prima e un dopo impossibile da accettare.
Penso a Denise e penso alla terra in cui vivo, terra di mafia dove oggi la mafia non si nomina più sebbene sia presente con la sua azione pervasiva. Nella nostra città, ai primi posti per i primati negativi, pochissimi denunciano il pizzo e le intimidazioni. Molti ragazzini sono più attratti da chi prospetta loro guadagni facili (seppur illegali) più che l’impegno nello studio che potrebbe aiutarli a interpretare la realtà ed esercitare realmente il libero arbitrio. Gli adulti non sempre riescono a trasmettere il valore della responsabilità e della legalità.
Si denuncia poco perché la paura vince, e la paura è alimentata dalla percezione che la protezione delle Istituzioni non sia sempre tempestiva né risolutiva. Non biasimo chi ha paura. Non so come mi comporterei io se fosse in pericolo la mia vita o quella di chi amo.
Ma proprio per questo la figura di Denise mi appare come quella di una gigante. La sua forza disperata e la sua scelta tragica e definitiva non cancellano il suo coraggio.
La testimonianza di Denise e di sua madre Lea restano impresse nella mente e nel cuore. Per queste ragioni continuerò a credere che il loro esempio non sia stato vano.
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Grazie! Quanto dolore in una giovane vita.