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Piccolo requiem per Alessandro

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mazzo di fiori mostrato da un braccio proteso fuori una abitazione di San Berillo

In una città in cui le frange sociali più deboli sono sempre più abbandonate a se stesse e in cui l’arrivo di nuove sostanze molto pericolose altera i vecchi equilibri nel mercato locale delle droghe, cresce l’insicurezza e aumentano i fatti di sangue. C’è bisogno di un grande lavoro di analisi e confronto, a cui cercheremo di contribuire con un approccio che non dimentichi i principi di solidarietà e condivisione.

Sul recente episodio accaduto nel parcheggio di un supermercato di corso Sicilia, diamo spazio alle parole di Nino Bellia, già docente, volontario della parrocchia Crocifisso della buona morte, e ora tra gli animatori dell’OULP (Osservatorio Urbano e Laboratorio Politico per Catania), un “avamposto di dialogo” tra associazioni impegnate in particolar modo a San Berillo.

In queste ultime settimane ci capita di sentire un neonato dal palazzo di fronte la nostra finestra: puntualmente, tre volte al dì, sempre agli stessi orari, lei o lui, frigna forte, con vocetta decisa e tono pretenzioso. Si direbbe che, fin dalla più tenera età, sappia bene cosa voglia dalla vita, e come ottenerlo. A turno la sua mamma e il suo papà se lo prendono in braccio e lo saziano di attenzioni. Maschietto o femminuccia, lui o lei, si placa e torna la quiete. Così è bello. Così non ci preoccupiamo e, anzi, ci viene da sorridere e ci sembra divertente.

Sempre così nella nostra vita, in quella di tutti, di chiunque: che quando piangiamo forte per un dolore o per un capriccio, ci sia qualcuno a cullarci, a restituirci la serenità e la sicurezza.

Negli ultimi anni per Alessandro, invece non più, forse mai. Ci siamo conosciuti per la prima volta, a “One love”, già il nome di quel bar, tutto un programma, tutta una promessa. Allora il piccolo cortile dei senegalesi era ancora aperto e ci si riuniva intorno ai tamburi africani.

Lui era giovane, una folta barba, da filosofo abusivo, e sempre un’aria afflitta. Ma sorrideva ancora. Ci presentammo. Mi chiamo Nino. Piacere. Io mi chiamo Alessandro. Alessandro Indurre… Sì, esatto, proprio Indurre… Indurre, come “E non ci indurre in tentazione”… Alessandro di sicuro il Padre nostro lo conosceva. Forse perché era padre anche lui. Ma i figli non li vedeva più. Era stato un mastro muratore, forse anche rifinito, e aveva sempre lavorato, fin da ragazzino.

Ma ultimamente gli era più difficile trovare lavoro. E impossibile mantenerlo. In città, nel cuore della “City”, gira un sacco di roba. Sempre di più, sempre più pesante, senza freno, senza controllo, o col controllo arcigno, meticoloso, a maglie strette, di chi dovrebbe essere controllato, intercettato, disinnescato.

Nella china inarrestabile, quando te ne vai alla deriva, ti sembrano dei piccoli salvagente. E invece sono grandissime zavorre che ti risucchiano a fondo e ti ci tengono, finchè non hai più fiato. Finchè anneghi.

Il suo cognome, ad Alessandro, gli ricordava quanto è difficile resistere alle tentazioni. “Zio Nino, oggi mi puoi aiutare?”… Di recente, per la notte, si rifugiava in un tugurio del Centro culturale e fieristico, alle Ciminiere. Ma nemmeno lì era al sicuro. Nta ‘na vutata d’occhiu gli rubavano qualunque telefonino. Il giro dei telefonini rubati e riciclati è affare quotidiano: cellulari e schede. Io a te e tu a me.

A Catania, ai margini della “City”, dei parallelepipedi di cemento che sbarrano la vista del mare persino a Vincenzo Bellini, lavorano associazioni meritorie e meritevoli – l’Elp Center…il Centro Astalli…Casa della Mercede… Sant’Egidio…Penelope… Civico Zero…- che danno aiuto, cibo, vestiti, docce, assistenza medica e legale.

Alessandro ci andava, faceva rifornimento. Ma non gli bastava mai. Ultimamente aveva un’aria stralunata e sempre più concitata, gli occhi sempre arrossati. Gridava spesso, come il mio dirimpettaio neonato. Ma per lui né mamma né papà, né figli, né compagna, né amici. Solo alle tentazioni si poteva Indurre, mai alla quiete.

Finalmente aveva individuato nel parcheggio di un supermercato vicino alla Banca un onesto e sostenibile posto da parcheggiatore, naturalmente abusivo, giusto per guadagnarsi qualche euro. Ma, anche lì, la competizione è forte. Ed è pericolosa. Nell’ultima scena la telecamera di servizio lo riprende, mentre insegue, urlando, un altro uomo.

Ad Alessandro, di solito, non dava conto nessuno. Quell’uomo, sì, gliene da. Si volta, torna indietro, agita un braccio, vibra un fendente. Poi si separano precipitosamente, ognuno scappa nella direzione opposta all’altro, ognuno incontro al proprio destino. “Zio Nino, oggi mi puoi aiutare?”.

No, Alessandro, io non posso più, non io. Non so nemmeno in quale obitorio venirti a cercare per uno sguardo ancora. Per una preghiera, insieme. Per quel Padre nostro, che so io e che sapevi anche tu. Insieme, come la mamma che culla il nostro piccolo dirimpettaio frignante e pretenzioso, come il suo papà che lo rabbonisce.

Insieme, piano piano, senza gridare, sussurrando…Padre nostro, che sei nei Cieli… venga il Tuo Regno…dacci oggi il nostro pane quotidiano… rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori… Alessandro, non si dice più “E non ci indurre…”, si dice: “E non ci abbandonare alla tentazione…ma liberaci dal male”… Non indurre…Indurre, sì, Alessandro…Amen.

3 Comments

  1. Il post è poetico e non vorrei sembrare senza cuore, ma vorrei ricordare che i parcheggiatori abusivi sono esattamente una delle piaghe della nostra città. Sempre più aggressivi e a volte persino dove ci sono le strisce blu.
    Questo episodio violentissimo è solo l’ennesima prova di quanto sia preoccupante la situazione della città, ovviamente sui social e sui giornali online (e non intendo Argo) è diventato invece il simbolo del fatto che la colpa della città sempre più invivibile sono i migranti e i magistrati. Ma il sindaco e il prefetto dove si sono imboscati?
    Per concludere in modo disconnesso: se non fosse esistita la figura del parcheggiatore abusivo (che, ricordo, commettono quotidiana estorsione), questo episodio non sarebbe successo.

  2. Una riflessione: conciliare solidarietà umana e fermezza per il rispetto delle regole. Non si può lasciare spazio all’illegalità, ma occorre farsi carico della debolezza umana in tutte le sue forme. Le Istituzioni hanno il dovere, in quanto tali, di dare risposte al disagio e alla violenza, da qualunque parte provenga. Occorre investire sul lavoro legale e combattere la dispersione scolastica, ma nel contempo essere più presenti sul territorio al fine di prevenire e fungere da deterrente contro la commistione di reati.

  3. Catania: mentre la città’ e’ piena di diseredati che quotidianamente sopravvivono con grandissime difficoltà e, inoltre, con sacche di criminalità’ mafiose ben consolidate, dedita a costruire molti articolati ” affari”, con molteplici  attività’ illegali,  il sindaco, assumendo rimedi “operatovi”, proclama ” ora pugno di ferro, la città’ non diventerà’ un campo di battaglia”. Nel contempo  uno scritto forte e umano parla dell’ omicidio  avvenuto ieri in Corso Sicilia. Spontaneo il ringraziamento a Nino Bellia che ha scritto la nota che porta linfa vitale ai cittadini civili, democratici e partecipativi. Contribuisco a diffondere

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