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Criticare Israele non è antisemitismo

Criticare Israele non è antisemitismo ma è un diritto costituzionale che va salvaguardato per il bene della nostra democrazia e dei diritti umani. Per questo la nuova ‘norma-bavaglio’, contenuta nel ddl Antisemitismo e basata sulla definizione IHRA (International Holocaust Remebrance Alliance), va fermata”.

Con queste parole decine e decine di associazioni (culturali, sindacali, politiche…) si sono date appuntamento giorno 9 settembre a Montecitorio per contrastare e contestare l’approvazione definitiva (il testo è stato già votato al Senato, dall’attuale maggioranza, ma anche da esponenti dell’opposizione) del disegno di legge.

Leggi l’appello a questo link

L’ondata internazionale di sdegno e protesta, le mobilitazioni che hanno coinvolto milioni di persone in tutto il mondo contro il genocidio del Popolo Palestinese, il mandato di arresto che la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, non sono ancora riusciti a fermare la macchina bellica israeliana. D’altra parte, i governi di tutti i paesi “occidentali” non hanno mai sanzionato Tel Aviv e hanno proseguito nei loro rapporti politici, militari, economici, tanto che Israele ha potuto persino provare a promuovere un’immagine positiva pur continuando a negare lo status di essere umani alla popolazione Palestinese (Hasbara).

Oggi, con il disegno di legge in discussione alla Camera, il governo italiano prova a trasformare ogni critica allo stato di Israele in una espressione di antisemitismo e lo fa (unico paese in Europa insieme con la Romania) assumendo interamente la definizione IHRA, che considera le critiche alle politiche di Israele come espressione del razzismo antisemita.

Di fatto, tutti coloro che denunciano pubblicamente le politiche coloniali, le violazioni dei diritti umani, il genocidio (riconosciuto anche dall’Onu un anno fa), la pulizia etnica e l’apartheid praticati dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese verranno accusati di odio razziale, e, conseguentemente, perseguiti legalmente.

In questo modo, i termini antisemitismo e antisionismo diventano sinonimi, raggiungendo paradossalmente l’obiettivo di banalizzare un problema serio e urgente: la recrudescenza di pregiudizi e sentimenti antiebraici, che accompagna da duemila anni la storia europea.

La storica Anna Foa ha affermato: “Oggi, in questo diverso contesto, lo stesso far propria la dichiarazione IHRA assume la valenza di una appoggio alla politica del governo israeliano […] vuol dire praticamente aderire in pieno senza remore alla politica del governo di Netanyahu, alla sua guerra contro tutti i palestinesi e al progetto di rendere la grande Israele priva di palestinesi […] Non c’è bisogno di normative che rischiano di trasformarsi in leggi liberticide”.

Aggiunge la sociologa Donatella della Porta: “Nei paesi in cui si è fatto più ricorso alla definizione Ihra, il suo uso strumentale nella stigmatizzazione e nella repressione della sinistra e dei migranti legato al collegamento del presunto antisemitismo contro Israele, a un presunto antisemitismo nella sinistra ha prodotto gravi rotture nella fiducia istituzionale senza peraltro convincere i cittadini che ormai in maggioranze molto consistenti esprimono sia la loro convinzione che Israele sta commettendo un genocidio dei palestinesi e sia la loro opposizione al sostegno dei loro governi a esso”.

Nessuno sottovaluta i crimini d’odio, ma in Italia c’è già una normativa, la Legge Mancino, perfettamente in grado di intervenire, senza negare la libertà di critica.

Ancora, nel ddl Antisemitismo assumono una evidente centralità (art.4): il Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo “nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri e incaricato di curare la predisposizione della Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” e il gruppo tecnico di lavoro nominato dal governo (grazie alle indicazioni dei ministri). “Sono inoltre componenti del Gruppo tecnico di lavoro rappresentanti della Delegazione italiana presso l’IHRA, dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, dell’Unione giovani ebrei d’Italia, della fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, della fondazione Museo della Shoah, della fondazione Memoriale della Shoah di Milano e del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah”.

Siamo, perciò. di fronte a un “soggetto”, quello previsto dall’art.4, che risponde esclusivamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, da cui è nominato ed è sottratto a ogni forma di controllo democratico.

Le comunità e associazioni ebraiche confermano il loro ruolo di cinghia di trasmissione politico culturale di Israele nella difesa dalle accuse di genocidio e criminalità, il governo ha uno strumento per la repressione dei movimenti di piazza e del dissenso politico sulla scia dei decreti sicurezza e rinsalda i rapporti della premier con Netanyahu.

Comune a tutti è l’ostilità per il mondo musulmano, palestinese o meno, un’ostilità che va crescendo con il diffondersi del movimento del generale Vannacci e che si ripercuote sulla popolazione migrante facendone un capro espiatorio e un oggetto di pesante strumentalizzazione politica.

Come ha detto il senatore R. Cataldi (M5S) “questo provvedimento non è nato in memoria della Shoah e neppure per contrastare l’antisemitismo. È nato per silenziare il dissenso nelle piazze, per vietare le manifestazioni per la pace in Palestina”.

A Catania, promosso da Catanesi Solidali con il Popolo Palestinese, Mercoledì 9 settembre alle ore 18 presidio in via Etnea, angolo via Prefettura. Conclusione alle 21 in piazza Stesicoro/Gaza

Argo

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