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La storia e la cultura della Sicilia a scuola

Forse per rendere meno pesanti i tanti guai gentilmente elargiti dalla premiata ditta Tremonti-Gelmini alla scuola pubblica, la Regione Sicilia ha pensato di procurarle un momento di svago.

E’ in arrivo infatti una circolare che rende operativa la legge, approvata la scorsa primavera, con cui si invitano tutti gli istituti scolastici di ogni ordine e grado ad attuare iniziative volte a promuovere e valorizzare l’insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano.

Non si tratta di fare ironia sull’introduzione dell’insegnamento del dialetto, sottolinea piccato l’assessore Centorrino, ma di ampliare l’offerta formativa sottolineando, all’interno dei programmi ministeriali, gli aspetti che riguardano la storia, la letteratura e il patrimonio linguistico siciliano.
Detta così è già qualcosa di più digeribile; resta il mistero di come fare ciò senza ampliare il monte ore complessivo, senza introdurre nuove materie, ma con “appositi moduli didattici, all’interno dei piani obbligatori di studio definiti dalla normativa nazionale, nell’ambito della quota regionale riservata dalla legge e nel rispetto dell’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche.”

Totale oscurità permane poi riguardo alle risorse da impiegare, dato che il tutto dovrà realizzarsi senza “maggiori oneri aggiuntivi a carico del bilancio della Regione”, come precisa, a scanso di equivoci l’art. 3 della LR n.9 del 31.5.201, tanto più che è prevista “la collaborazione delle Università siciliane e dei Centri studi siciliani specializzati nella ricerca filologica e linguistica.”
E’ il classico invito a nozze con i fichi secchi. A meno di non ridurre il tutto a qualche breve nota a margine.

A complicare ulteriormente la vita degli insegnanti è la nota congiunta a firma dell’assessore Centorrino e del Direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale che insiste affinché l’autonoma progettazione delle scuole “non resti ancorata a schemi astrattamente culturali ma si sforzi, invece, di finalizzare lo studio della propria storia e del proprio patrimonio linguistico per tentare un approccio nuovo verso le problematicità di sempre di questo territorio e per tentare di individuare nella acquisita consapevolezza della identità regionale un ruolo nuovo di mediazione tra Nord e Sud, tra Occidente ed Oriente”.

Il principale problema infatti è proprio quello di chi farà ciò, con quale preparazione e competenze specifiche (del tutto assenti negli attuali percorsi formativi degli insegnanti), con quali strumenti didattici e metodologie scientifiche, per evitare che il tutto si risolva in una prospettiva puramente folkloristica.
Non meno difficile da risolvere è la questione di cosa metterci dentro questi moduli didattici.
E’ relativamente chiaro cosa possa voler dire insegnare la storia della Sicilia, anche se resta aperta la questione di quali metodologie utilizzare, per evitare che tutto si esaurisca in qualche raccontino aggiuntivo o in un’ulteriore, noiosa, cronologia.

L’assessore Centorrino, da parte sua, all’inizio dello scorso anno scolastico aveva già inviato alle scuole la proposta di un modulo di storia della Sicilia, da inserire nei curricoli ordinari.
Per quanto se ne sa, non ha avuto ancora un seguito. L’ipotesi fatta circolare era tuttavia interessante anche se sembrava eccessivamente schiacciata sul versante della storia politico-istituzionale e poco attenta agli aspetti sociali ed economici, senza i quali il primo aspetto risulta inevitabilmente monco.
Molto problematica appare poi la defininizione di “letteratura siciliana”. A cosa ci riferiamo: alla letteratura e al teatro dialettali, agli autori anagraficamente nati in Sicilia, a quelli che comunque hanno scritto della Sicilia?

Ha senso, e non è comunque riduttivo e inconcludente localismo, considerare autori della “letteratura siciliana”, senza andare troppo lontano, scrittori del calibro di Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Quasimodo, Vittorini, Tomasi, Brancati, Patti, Bonaviri, Sciascia, D’Arrigo, Bufalino, Consolo, solo per fare qualche nome.

Ci sembra del tutto irrisolvibile infine la questione dell’insegnamento del patrimonio linguistico: considerando l’estrema fluidità della materia -paese che vai, dialetto che trovi- chi è ingrado di insegnare scientificamente “la grammatica della lingua siciliana” o i suoi “elementi lessicali e fonetici”, come ha già proposto, ad esempio, in un suo parere l’ASASI, un’associazione di scuole siciliane?
E’ forte il rischio che, in questo vuoto che è insieme anche irrisolta complessità, si inseriscano tante associazioni pseudo culturali, che coltivano un sicilianismo da strapazzo, capace solo di promuovere un’immagine della Sicilia da opera dei pupi.

Argo

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