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Felice Scalia, il gesuita scomodo, a Catania

Dieci giorni fa ci lasciava Felice Scalia, il “gesuita scomodo”, che ha trascorso a Catania dieci anni del suo ministero, occupandosi soprattutto dei giovani. Insegnante di religione al Liceo Spedalieri, tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, aveva conquistato, con il suo grande carisma, molti ragazzi, credenti e non credenti. Aveva anche animato la nascita di un giornalino d’istituto in cui venivano trattati i temi, già allora ‘caldi’, della guerra, del femminismo, delle privatizzazioni…

Di giovani, persino ragazzini delle scuole medie, si occupò anche nel movimento giovanile ignaziano, il MEG, i cui incontri erano allora ospitati a Villa San Saverio. Il peccato – diceva – non è solo un fatto personale, si fa “strutturale” quando diventa sfruttamento, come accade nei rapporti tra il ricco Occidente e il Sud del mondo. Un’apertura di orizzonti per quei giovani che ebbero modo di conoscere, tra le altre cose, la teologia della liberazione e il “commercio equo e solidale”, nato per garantire ai piccoli produttori dei paesi più poveri un compenso equo del loro lavoro e per promuovere pratiche agricole rispettose dell’ambiente.

Dopo il suo allontanamento da Catania, probabilmente dovuto a divergenze di impostazione e di stile con i suoi superiori, Scalia rimase in contatto epistolare con molti dei ragazzi che aveva contribuito a formare e che hanno continuato a considerarlo un punto di riferimento, sul piano religioso ed umano. Ad una di questi suoi giovani amici, Manuela Coci, biologa marina, lasciamo la parola per un ricordo personale.

Felice Scalia ha lasciato questa terra per tornare tra le braccia del Padre. Lui, Felice, non amava essere chiamato “padre” perchè di Padre ne riconosceva Uno solo. Il Padre che da giovane “lo aveva chiamato, tra le altre cose, a non avere figli propri e gli aveva chiesto se fosse disposto a gioire e soffrire con tutti i figli Suoi”. E Felice aveva detto sì a parole e nei fatti.

L’ho conosciuto a Catania, dove – nella sede dei Gesuiti, a Villa San Saverio – ho frequentato un gruppo di giovani del MEG che si riuniva sotto la sua guida. Ricordo bene il suo arrivo a Villa San Saverio e come cambiò la mia vita e quella di molti. E’ nata allora un’amicizia durata quarant’anni, di cui mi restano le molte lettere che ci siamo scambiati quando le circostanze della vita ci hanno fisicamente allontanato, io andata via da Catania per motivi di studio e poi di lavoro, lui inviato altrove dai suoi superiori.

Devo ancora elaborare il suo lascito, ma alcune cose che ci ha trasmesso mi sono cristalline. La prima è la più potente per me. “Il Paradiso in terra sono gli altri; non fatevi ingannare da chi dice che gli altri sono cattivi e che il mondo è orrendo. È vero che la realtà ha tratti orribili, ma se il mondo è così… siate voi la luce nell’inferno. Siate voi a scaturire felicità, siate voi la bellezza del mondo e la realizzazione di Dio.”

Citava spesso Etty Hillesum e le sue parole di fede e profonda umanità, nate durante gli anni della persecuzione nazista: “rifiutare l’odio e la vendetta, dobbiamo essere convinti che la risposta alla barbarie non sia la violenza ma la capacità di elaborare il dolore”.

È rimasto incrollabilmente coraggioso nel suo continuo richiamo al seme di bontà che ciascuno essere umano porta dentro. Felice lo chiamava “la luce di Dio”, ma non credo che questo abbia mai infastidito i suoi amici atei. Diceva che era facile per lui, trovare il Cristo ogni giorno negli uomini molto più che nelle Chiese. Chiamava “tabernaculum” soprattutto il cuor degli uomini. In una sua lettera mi ha ricopiato una pagina del diario di Anna Frank, “È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo”. Cercava di scoprire e nutrire questo in tutte le persone che incontrava; amava ed insegnava ad amare “qualunque prossimo” con tutta la fatica che l’amore per il prossimo comporta.

Dell’uomo aveva sposato la “causa” e nella sua fragilità vedeva l’Umanità di Dio, “Abbiamo diritto ad essere deboli perché abbiamo diritto ad essere umani”. E ancora, “Fatichiamo tutti ad Amare e meritiamo tutti un po’ di perdono”.

Per i deboli, i disgraziati, i poveri, gli oppressi aveva una profonda tenerezza, sentiva la vera com-passione (cum-patire) . Negli ultimi tempi diceva sempre più spesso che un uomo si potrà salvare se sarà capace di cum-patire.

A me aveva scritto, anni addietro “Spesso mi dico che forse il dolore del mondo è un grande richiamo alla compassione. Noi non potremo toglierlo il dolore, ma sappiamo (e questa è Fede) che asciugare una lacrima dagli occhi di chi piange, baciare un lebbroso, spianare le rughe di un vecchio, è la verità della Vita. Ci fa noi stessi e ci fa autentici. Gesù — scriveva — non ha fatto un trattato filosofico sulla sofferenza, ma è stato compassionevole; è sceso fino all’abisso dei reietti, ha vissuto con loro e per loro e ci ha detto che anche in quegli abissi è possibile trovare la tenerezza di DIO.”

La sua vita, quella di Felice, non è stata semplice: è stata spesso “ordinata” da altri e lui lo ha sempre saputo accettare, perché apparteneva all’ordine dei gesuiti o, come a lui piaceva definirlo, alla “Compagna di Gesù”. L’allontanamento da Villa San Saverio gli comportò ai tempi una profonda sofferenza, ma lui non si concentrò mai su di essa, e andò a curare chi più di lui soffriva. Non ha mai nascosto il suo dolore. Lo abbiamo visto pregare con intensità, soffrire, continuando comunque a cercare Dio nel volto degli uomini, indistintamente.

Felice cercava i “cristiani per conformazione di indole”, prima che per “chiamata sacramentale”. Su questo era abbastanza “severo”: nessuna abitudine nella fede gli era ben accetta, nessuna assuefazione ai gesti della comunione eucaristica, nessuna apatia nell’amore verso il Padre, verso i fratelli e le sorelle.

Anche perché l’amore va vissuto, mi scriveva “con un occhio alla sorgente, per impedire che diventi mezzo di oppressione, piattaforma alla propria stupidità, strumento per la propria violenza e delirio di onnipotenza. Cedimento, in altri termini, al ‘non amore’. E se mai si è persa l’innocenza degli sguardi cristiani sulle cose, urge un ritorno a essere di nuovo Bambini.” Bambino e innocente è rimasto sempre, Felice, nella sua vocazione al bene, nel suo stupore per le bellezze del creato, nella sua curiosità per le scoperte della scienza– quante volte abbiamo parlato dei progressi della medicina, dell’intelligenza dell’uomo, della bellezza dei microorganismi marini…

E se non c’era, da parte sua, giudizio sull’operato dell’uomo ma solo ascolto e profonda accoglienza, c’era, invece, un giudizio forte e negativo contro i “Potenti” del mondo che “potrebbero fare molto bene all’Umanità e semplicemente non vogliono”.

Una cara amica ha ricordato bene le sue parole; eri stanco ma dicevi: “è faticoso andare avanti con il peso amaro di ambienti dove l’uomo è proscritto, ma l’importante è non arrendersi, lottare sempre per rendere il mondo un posto migliore”.

Chi lo conosce può facilmente immaginare che Felice abbia preso tre respiri profondi, abbia chiuso gli occhi “felice”, salutando tutti, ringraziando per l’amore ricevuto e andando in quell’Oltre di paradiso che lui stesso aveva sempre cercato anche in questo suo passaggio terreno.

Argo

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