Ci voleva un filosofo, già ordinario dell’Università di Catania ed ora felicemente (ci tiene a sottolinearlo) pensionato, per tratteggiare con ironia, e un pizzico di sarcasmo, un ritratto spassionato delle questioni irrisolte della nostra città. I disservizi incresciosi che ci troviamo ad affrontare quotidianamente e che, nella maggior parte di noi, generano rabbia e frustrazione, hanno ispirato a Francesco Coniglione un testo di irresistibile umorismo, che allude – tuttavia – al popolo rassegnato e acquiescente che siamo e che non dovremmo essere.
L’immagine dell’eterno a Catania
In molte città i problemi nascono, vengono affrontati e, qualche volta, persino risolti. A Catania godono invece di uno statuto metafisico. Non appartengono alla cronaca, ma all’eternità. La nettezza urbana, il traffico, i trasporti pubblici, le buche, l’illuminazione, la manutenzione delle strade non sono semplici disfunzioni: sono categorie dello spirito, elementi permanenti del paesaggio, presenze familiari che accompagnano il catanese dalla culla alla pensione.
L’immondizia, per esempio, non si accumula: ritorna. Può scomparire per qualche giorno, magari in coincidenza con una visita istituzionale, una festa patronale o un improvviso attacco di efficienza, ma è solo una ritirata strategica. Poi riappare, più salda di prima, come una dinastia restaurata dopo una breve parentesi repubblicana.
Anche il traffico non è una condizione momentanea. È una forma dell’essere. Il catanese non si trova nel traffico: è il traffico. Vi entra al mattino, ne esce la sera e, durante il tragitto, ha il tempo di ripensare alla propria vita, ai propri errori e talvolta perfino alla scelta di essere nato. Le automobili non procedono: meditano. I semafori non regolano la circolazione: distribuiscono speranza. Nel traffico catanese si è inoltre compiuto un esperimento politico che altrove è rimasto confinato nei libri e nei proclami rivoluzionari: l’anarchia realizzata. Il vigile urbano, figura un tempo ritenuta necessaria, sembra essersi progressivamente ritirato dalla circolazione per non interferire con il libero autogoverno degli automobilisti. Ognuno può così disciplinare autonomamente la propria presenza nello spazio pubblico: parcheggiare dove lo conduce la coscienza, interpretare il rosso come un’opinione, la doppia fila come un diritto consuetudinario e il marciapiede come una provvisoria estensione della carreggiata. A ciascuno il proprio spazio di autonomia e d’inciviltà. Del vigile urbano rimangono occasionali avvistamenti, accolti con lo stesso stupore riservato alle specie che si credevano estinte. Quando uno di essi compare a un incrocio, il traffico rallenta non per obbedienza, ma per curiosità scientifica.
Catania ha dunque abolito lo Stato proprio nel luogo in cui esso avrebbe dovuto manifestarsi con maggiore evidenza, affidando la circolazione alla libera contrattazione fra clacson, gesti delle mani, insulti rituali e precedenze immaginarie. Non serve un’autorità esterna: ogni automobilista è contemporaneamente legislatore, giudice e beneficiario dell’immunità. È il più avanzato modello di democrazia diretta applicata al codice della strada, nel quale le norme non vengono violate, ma sottoposte a una continua e creativa reinterpretazione popolare.
Quanto ai trasporti pubblici, essi appartengono a una dimensione temporale più sofisticata. L’autobus non è in ritardo: segue un calendario diverso, forse etrusco, forse cosmico. Può arrivare subito, dopo quaranta minuti o non arrivare affatto, dimostrando così che il concetto di presenza è una convenzione borghese. L’attesa alla fermata diventa un esercizio spirituale, una pratica ascetica attraverso la quale il cittadino impara il distacco dalle cose terrene e soprattutto dagli appuntamenti.
La manutenzione, invece, è un’arte fondata sull’assenza. Una strada viene riparata soltanto quando la buca ha raggiunto dimensioni tali da poter essere censita come invaso artificiale. Il rattoppo, una volta eseguito, dura quanto basta per essere fotografato e annunciato. Poi l’asfalto torna lentamente alla sua vocazione originaria: sgretolarsi.
Naturalmente esistono periodi in cui tutto sembra migliorare. Le strade appaiono più pulite, qualche autobus passa davvero, una fontana ricomincia perfino a contenere acqua. Sono oscillazioni statistiche, brevi anomalie che turbano l’ordine naturale. Il cittadino, disabituato, guarda con sospetto: teme un errore, un’invasione straniera, forse un’imminente elezione. Ma presto l’entropia riprende il sopravvento. Tutto si disordina e ritorna al proprio stato precedente. A Catania il caos non è il risultato del cattivo funzionamento: è il punto di equilibrio verso cui ogni miglioramento spontaneamente tende.
I problemi, del resto, sono incistati nella memoria collettiva. Ogni generazione eredita le stesse lamentele, gli stessi progetti, gli stessi annunci formulati al futuro: “sarà potenziato”, “verrà riqualificato”, “si procederà”, “è allo studio”. Il futuro amministrativo è un luogo meraviglioso, perché tutto vi funziona e nulla deve ancora essere verificato. I problemi possono così essere dimenticati, mai risolti. Scompaiono dalla conversazione pubblica per qualche mese, poi riemergono con un nuovo nome, un nuovo assessore e possibilmente un nuovo logo. Non si eliminano: si riciclano. È forse questa la vera raccolta differenziata cittadina.
Di fronte a una simile permanenza, tanto vale fare di necessità virtù. Se il degrado non può essere sconfitto, potrebbe almeno essere valorizzato. L’immondizia potrebbe essere confezionata in eleganti scatole trasparenti e venduta ai turisti come prodotto tipico: “Autentico rifiuto urbano catanese, raccolto a mano nel centro storico”. Disponibile nelle varianti organico, indifferenziato e premium con cartone da pizza. Si potrebbero organizzare safari nel traffico, con partenza alle otto dalla circonvallazione e rientro previsto, salvo imprevisti, entro la settimana successiva. Le buche potrebbero essere adottate dalle imprese, dotate di targhe commemorative e inserite in itinerari archeologici. I cantieri eterni diventerebbero installazioni d’arte contemporanea; le fermate degli autobus, luoghi di meditazione; i marciapiedi impraticabili, percorsi di trekking urbano estremo.
Catania potrebbe infine candidare i propri disservizi all’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità. Avrebbe ottime possibilità: sono antichi, riconoscibili, tramandati di generazione in generazione e accuratamente protetti da qualsiasi rischio di scomparsa.
Dopotutto, in una città dove ogni problema è eterno, almeno il futuro è assicurato: sarà identico al passato, ma accompagnato da un nuovo comunicato stampa.


Delizioso articolo, ironico, sarcastico, attento e dispensatore di appropriato utilizzo delle disgrazie catanesi.
Grande il prof. Francesco Coniglione! Una rara, fantastica ironia trasforma in poema l’incuria, la decadenza, l’inadempienza… W l’ironia! 👏👏
Ci voleva l’acume di un filosofo come Francesco Coniglione per trasformare le nostre quotidiane frustrazioni in una satira tanto brillante quanto vera.
Si sorride leggendo, ma resta l’amara consapevolezza che una città straordinaria come Catania meriterebbe molto di più della nostra rassegnata abitudine ai problemi.
Fa sorridere, certamente, ma al tempo stesso invita a riflettere su ciò che troppo spesso accettiamo come inevitabile, ricordandoci che la rassegnazione non è una virtù civica, bensì il primo ostacolo a ogni cambiamento.
L’ironia è fondamentale in un quadro purtroppo così complesso.Ricordiamoci tuttavia che famiglie e scuole dovrebbero fare molto di più per aumentare la consapevolezza e l’ attenzione al miglioramento e qualità della vita nella nostra città.le lamentele e le segnalazioni all’amministrazione pubblica servono, ma ognuno deve fare la propria parte.
Si sorride per non piangere in questo brillante e arguto articolo del prof. Coniglione. L’ironia e uno strumento potente,forse però compresa da pochi.