“Le domande non sono mai riuscita a fartele tutte, il più grande regalo che mi hai fatto è sapere dove andare a cercare”, così Teresa Guccini ai funerali laici del padre.
Canzoni, romanzi, fumetti, se vogliamo cercare qualcosa che possa sintetizzare il pensiero di Guccini forse potremmo ricordare che “non ci sono risposte facili alle nostre domande, che non ci sono finali da favola, ma c’è la scelta lucida di stare nel mezzo del caos e continuare a vivere le nostre contraddizioni a testa alta”.
Senza mai rinunciare alle nostre idee, come fece, il 25 aprile del 2020, quando reinterpretò Bella Ciao definendo Salvini, Berlusconi e Meloni ‘invasori contemporanei’ per concludere con Partigiano portali via.
Argo lo ricorda con le parole di Marta Bilotta, una giovane pneumologa (e poetessa), che lo ha molto amato e si ritrova ancora oggi rappresentata in molte strofe delle sue canzoni.
Non è sempre facile capire perché alcune canzoni di un cantautore diventino più famose e iconiche di altre
Nel caso di Francesco Guccini le canzoni più famose sono probabilmente La locomotiva – molto potente e attuale ma forse non del tutto spontanea, L’avvelenata – sarcastica e irriverente, e Dio è morto – d’impatto e con una bellissima musicalità. Senza dimenticare Auschwitz, da sempre molto apprezzata, ma che ho sempre trovato piuttosto retorica, anche se in grado di commuovere.
Per me Guccini sarà sempre, prima di tutto, un grande nostalgico e queste canzoni che lo hanno reso popolare probabilmente non sono né le più belle né le più significative della sua opera sterminata.
È molto difficile riassumere in poche canzoni l’essenza sicuramente sfaccettata di Francesco Guccini, ma ritengo che Incontro, Farewell, Autogrill, e naturalmente Piccola Città, siano fra le più belle e significative. Oltre ad essere quelle che esprimono al massimo la sua poetica, sono anche fra le poche senza sbavature. Perché sì, va detto, a Guccini piaceva fare sbavature e mescolare il prosaico (troppo) alla poesia.
Guccini è principalmente il cantautore della nostalgia e delle occasioni mancate ed è in questo che la sua poesia dà il meglio di sé.
Se le sue canzoni parlano di lui, allora Guccini è stato un depresso e un pessimista, che si compiaceva di essere depresso e pessimista. Era anche allergico a qualsiasi elemento di “borghesia”, con cui però evidentemente si trovata sempre a convivere (se è vero che canzoni come Vedi Cara, Quattro stracci, ma anche Eskimo contengano elementi biografici) e di cui forse ha sfruttato anche i privilegi.
In ultimo, ma non per ultimo, vorrei ricordare brani forse minori ma molto potenti come Ofelia e Shomèr Ma Mi-llailah? (Sentinella, quanto resta della notte?) e le sue canzoni apertamente politiche, anche se meno famose, come Stagioni (sulla morte di Che Guevara) e Primavera di Praga (su Ian Palac).
Guccini mi ha accompagnato per gran parte della mia adolescenza e del mio periodo universitario e conosco ancora a memoria molte delle sue canzoni. Ad un certo punto, però, ho dovuto smettere di ascoltarlo perché la tristezza delle sue canzoni più belle mi trascinava con sé. Eppure molti suoi versi, ancora oggi, fanno talmente parte di me da essere gli unici che riescano a descrivere alcune mie emozioni.
Caro Francesco, mi permetto di salutarti fondendo due dei tuoi brani più belli:
“Cara(o) amica(o) il tempo prende e il tempo da, noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa, restano i giorni senza tempo, le impressioni di un momento”, “E perdonami se ti ho portato via un poco d’estate con qualcosa di fragile come le storie passate”.
Che l’eredità di Guccini sia soprattutto nelle sue domande, nel suo “pensiero in forma interrogativa” ma privo di nichilismo, lo ha scritto padre Antonio Spadaro. giornalista e teologo, che ricorda anche il caso della canzone “Dio è morto”, censurata dalla Rai ma trasmessa da Radio Vaticana. Leggi a questo link il post di Spadaro


Complimenti all’autrice dell’articolo, mi ci ritrovo perfettamente.
“Negli angoli di casa cerchi il mondo, nei libri e nei poeti cerchi te, ma il tuo poeta muore e l’alba non vedrà e dove corra il tempo chi lo sa?” (Cit. Un altro giorno è andato)
È vero il tempo andato non ritornerà, ma grazie a persone d’arte come la dottoressa e poetessa Marta Bilotta continueremo a sognare