//

Gaetano Costa, un delitto di mafia dimenticato

4 mins read
Gaetano Costa colpito, sul selciato, circondato da forze dell'ordine


Nello sconfortante oblio delle istituzioni, la Fondazione Gaetano Costa non smette di ricordare il suo nome per l’affermazione dell’etica , del rigore morale, dell’amore per la libertà e la legalità, valori non solo da custodire ma da coltivare ogni giorno con senso di responsabilità”.

E’ questo il necrologio polemico della famiglia Costa pubblicato nel 2024, in occasione del 44° anniversario dell’omicidio del Procuratore di Palermo, ucciso il 6 agosto del 1980.

Gaetano Costa junior, il nipote che – dopo la morte del padre Michele – continua a denunciare l’isolamento in cui fu lasciato il nonno e l’oblio caduto sulla sua memoria, in una intervista rilasciata ad Adnkronos in quello stesso anno, il 6 agosto 2024, dichiarava “vogliamo lanciare dei messaggi anche alla magistratura e alle autorità civili e militari, nella speranza che vengano raccolti“ .

Sono trascorsi altri due anni e ancora oggi l’omicidio del Procuratore Costa è rimasto impunito. Nessuno è stato condannato per questa morte e soltanto nel 2023, dopo 43 anni, sulla targa commemorativa di via Cavour (luogo dove è avvenuto l’omicidio), è apparsa la parola mafia.

“Mio nonno – prosegue il nipote – era un personaggio che creava imbarazzi da vivo perché faceva il suo dovere , in un periodo in cui molti non lo facevano, e da morto ancora di più”.

La vedova del magistrato Rita Bartoli Costa già nel lontano 1981 chiedeva al presidente Pertini la formazione di una Commissione d’inchiesta a cinque mesi dall’assassinio del marito. “La città di Palermo si è abituata a vivere il suo morto quotidiano! diceva la signora. “Ma di questi morti non si è mai saputo niente! nè dei Killer, né dei mandanti”.

Il figlio Michele Costa ha dedicato tutta la sua vita a cercare e chiedere giustizia per l’omicidio del padre. Sia l’una morta nel 2001 sia l’altro morto nel 2024 non hanno ottenuto una risposta. Il nipote, a cui oggi è passato il testimone, dopo aver detto “Non sappiamo se è morto per i mandati di cattura , non sappiamo se è morto per tutti quei progetti pubblici degli appalti, o per quella particolare situazione che stava vivendo Palermo. Sappiamo che è stato tradito dai suoi stessi colleghi che lo hanno additato alla vendetta mafiosa , come disse Sciascia“, chiude però l’ intervista con una nota di speranza. “Chissà se un bravo magistrato non decida di svegliarsi e riaprire il caso. Le brave persone ci sono, vedremo….”.

Ma chi era Gaetano Costa ? Nato a Caltanissetta nel 1916, laureato in giurisprudenza a Palermo, comunista, partigiano in Val Sesia, sostituto procuratore e poi Procuratore a Caltanissetta e infine Procuratore capo a Palermo dal gennaio 1978.

Felice Cavallaro giornalista e scrittore ricordando Gaetano Costa dice “Costa è un’anomalia a Palermo, partigiano clandestino insieme a Sciascia e Vittorini”. E Guido Lo Forte, giudice e scrittore aggiunge “Costa era più avanti degli altri, aveva difficoltà con una realtà che lo circondava che non capiva la qualità dell’innovazione che lui rappresentava”.

Lo stesso Costa, appena nominato Procuratore della Repubblica di Palermo, avverte subito di trovarsi in un contesto ostile e lo dichiara apertamente nel suo discorso di insediamento.

L’innovazione riguardava la sua definizione di mafia come un sistema di potere e una rete di connivenze. Un fenomeno strettamente intrecciato con la politica e la pubblica amministrazione, che si nutriva di appalti truccati, corruzione, controllo del territorio per arricchirsi tramite traffici illeciti. (Appunti di Gaetano Costa sulla Mafia in Fondazione Gaetano Costa, nata il 25 luglio 1986)

L’innovazione riguardava anche il metodo di lotta alla mafia. Costa capì la necessità di introdurre strumenti legislativi che consentissero di indagare sui patrimoni dei mafiosi e di colpirli. Tentò infatti di penetrare i santuari patrimoniali delle mafie incaricando in gran segreto il colonnello della Guardia di Finanza Marino Pascucci di eseguire appropriati accertamenti su precisi intrecci economici, bancari, finanziari, e societari che riguardavano un giro di appalti miliardari gestiti dall’imprenditore e boss mafioso Rosario Spatola. Bisognava seguire il denaro, colpire i beni illeciti, smascherare il legame tra crimine organizzato e politica.

Falcone fece tesoro di questo metodo che Costa aveva per primo intuito comprendendo l’evoluzione imprenditoriale di Cosa Nostra.

Di Costa ricordiamo anche il grande rigore morale. In seguito al rifiuto da parte di quasi tutti i suoi sostituti, fu lui soltanto a firmare la convalida di 55 arresti, tra cui quelli di alcuni esponenti delle famiglie Inzerillo, Gambino, Spatola, che molto probabilmente gli costò la vita. Di lui un anonimo sostituto procuratore disse “Costa era un uomo di cui si potava comprare solo la morte”.

Come ricorda ancora Felice Cavallaro, Costa verrà ucciso perché insieme a Chinnici, con cui collaborò, ruppe quel patto scellerato e sotterraneo all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo con gli avvocati dei mafiosi, i quali si battevano per eliminare i processi per associazione a delinquere. A conferma di ciò il figlio Michele in una intervista al Tg nel 15° anniversario della morte del padre, racconta che se si volesse leggere la realtà palermitana di quegli anni (1978/1983) attraverso gli atti della Procura, la città sembrerebbe un’isola felice in cui i reati più gravi erano rapine e scippi.

L’omicidio di Gaetano Costa che la Corte di Assise di Catania inquadrerà nel nesso affari, politica, criminalità ancora oggi rimane senza colpevoli identificati, né mandanti né killer.

Ai funerali nella cattedrale di Palermo il messaggio del cardinale Salvatore Pappalardo denunciava l’assenza dello Stato nei confronti di un uomo “che ha sfidato la morte per risanare questo mondo malato di sopraffazione e disonesti profitti”.

Costa, pur avendo la scorta e l’auto blindata, non li utilizzò mai perché riteneva che proteggerlo significava esporre altri colleghi al pericolo. Diceva che aveva il dovere di aver coraggio.

Lo Stato si è profuso in riconoscimenti vari: nel 1983 il Presidente Pertini gli ha conferito la medaglia al valore civile. Palermo gli ha dedicato un giardino pubblico in Viale Lazio, una scuola e un premio. Caltanissetta gli ha intestato un’aula di Udienza della Corte d’Appello.

Ma la memoria collettiva sembra averlo dimenticato; il suo nome resta poco citato nei libri, nei programmi scolastici e nelle commemorazioni pubbliche.

Così commenta Gabriele Ciulla di Antimafia 2000, “eppure il suo esempio e il suo messaggio sono i più semplici e attuali: che cittadini e magistrati facessero il loro dovere”.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Gli ultimi articoli - Eventi

Mangiatoie

“Ogni marciapiede diventa un’unica distesa di tavolini per turisti, che lì mangiano le stesse cose da