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Mangiatoie

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particolare della copertina del libro

“Ogni marciapiede diventa un’unica distesa di tavolini per turisti, che lì mangiano le stesse cose da Bolzano a Trapani”. I centri storici delle nostre Città (ma fenomeni analoghi si sono sviluppati in tutta Europa), in particolare di quelle più aperte al turismo, sono cambiati radicalmente. Sono stati estromessi i residenti storici (gentrification), a causa soprattutto dell’aumento degli affitti e della chiusura dei piccoli negozi di prossimità, sostituiti in larga misura da attività in franchising e vi è stata una crescita esponenziale di B&B.

Di tutto questo parla Patrizia Maltese in “Mangiatoie. Gli effetti della foodification sulle città” (Villaggio Maori Edizioni), libro presentato in più occasioni in Città, per ultimo, insieme con Marco Platania (Università di Catania), al Lido Scogliera d’Armisi. Una scelta, quella del luogo, non casuale, visto che ultimamente il TAR ne ha impedito la trasformazione in un porto turistico e la relativa cementificazione. E che è stato riconosciuto, nel luglio 2026, bene identitario della Regione Siciliana.

Tourist go home, è stato scritto sui muri di Palermo, e in tante altre città cresce il malcontento per questa ‘invasione’. Senza entrare nel merito della differenza fra turista e viaggiatore, e del food porn, secondo Giulia Barbera “una delle grandi categorie di Instagram, dove la gente fotografa quello cha mangia”, non c’è dubbio che questa esplosione di attività porti nel breve periodo, secondo Platania “un aumento complessivo della ricchezza distribuita”, ma “la monocultura economica è rischiosa […] una specializzazione alimentare di questo tipo, a bassa intensità di conoscenza, non è certamente auspicabile”.

Per non parlare delle vergognose situazioni di lavoro nel campo della ristorazione (e più in generale dei servizi), con centinaia di ragazze e ragazzi occupati in nero e con salari ridicoli. La risposta, ovviamente, non può essere quella di chiudere gli spazi e/o di auspicare il ritorno a un turismo di élite. Che “il diritto a viaggiare” sia cresciuto, grazie anche alla diminuzione del costo dei trasporti, è un bene. Va gestito diversamente, un compito che devono assolvere politica e istituzioni culturali.

Secondo Luigi De Magistris (ex sindaco di Napoli) i Comuni possono intervenire attraverso la pianificazione urbanistico-commerciale “in una strada del centro storico non puoi mettere tre friggitorie una dietro l’altra o tre attività economiche identiche una dietro l’altra”. Così come si possono mettere delle regole per sanzionare chi non rispetta la normativa a tutela dei lavoratori.

In sostanza, se non si vuole perdere l’identità dei luoghi, occorre far sì che cittadino e turista possano convivere. Così come sono essenziali le regole per garantire la coesistenza di attività economiche e diritti dei residenti. Non c’è dubbio, per esempio a Catania, che la cosiddetta “movida” abbia restituito alla fruizione dei cittadini intere zone prima “off limits”. Ma è altrettanto vero che il mancato rispetto delle regole (occupazione del suolo pubblico, musica, inquinamento acustico, chiusure in orari impossibili) abbia costretto molti residenti, dopo reiterate quante inutili proteste, a trasferirsi altrove. Rispetto delle regole su cui avrebbe dovuto vigilare, ma evidentemente non lo ha fatto, l’istituzione comunale, vale per le giunte di destra, come per quelle di centro-sinistra.

Così come la politica, sempre nella nostra Città, caratterizzata da un turismo non di permanenze, ma di passaggio, sta ragionando (modificazioni alla Civita) per individuare percorsi privilegiati per i crocieristi, dimenticando che questi ultimi spendono mediamente, nel breve tempo di visita, solo fra i venti e i trenta euro a testa. “Inoltre – come afferma Platania – la nave da crociera, quando si ferma al porto, non spegne i motori, quindi continua a inquinare. Noi pensiamo che i turisti arrivino tutti a costo zero. Non è vero: li paghiamo caramente”.

Da non sottovalutare, infine, il problema delle infiltrazioni mafiose e del riciclaggio del denaro. A Torino “c’è un altissimo turn over di locali, tre su cinque chiudono entro cinque anni e uno entro un anno dalla nascita dell’attività commerciale. Questo significa che è un settore che si presta bene a fare da ‘lavatrice’ di denaro sporco e, ahimé, a fare concorrenza sleale – per usare un eufemismo – all’investitore sano, pulito, che non riesce a reggerla”.

Dobbiamo rassegnarci al brutto che sta mangiando il bello, a una città che non è più il luogo che contiene il ristorante, ma è essa stessa sala da pranzo?

Patrizia Maltese ha il merito di fornirci un quadro chiaro e articolato (valido per tutto il nostro Paese), noi condividiamo le conclusioni “nonostante la situazione sconfortante, mi sembra che ci siano indicazioni sufficienti per chi avesse voglia – e ammesso che qualcuno abbia voglia – di affrontare il problema”. Consapevoli, aggiungiamo noi, che non potremo vivere solo di turismo.

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