“Quando abbiamo cominciato a lavorare in Calabria, avevamo un approccio diverso rispetto ai medici italiani. Noi siamo abituati a interagire direttamente con le persone: non facciamo diagnosi basandoci unicamente sui risultati della strumentazione scientifica. Visitiamo le persone, la nostra valutazione diagnostica non prescinde mai dall’esame clinico, andando oltre il solo utilizzo delle apparecchiature.”
Con queste parole Yol Casas, coordinatore della Brigata Medica Cubana a Lamezia Terme, ha riassunto l’essenza della medicina isolana durante il dibattito Medicos y no bombas. L’incontro si è tenuto lo scorso mercoledì primo luglio presso la camera del lavoro di Catania, all’interno della festa L’Isola ribelle, organizzata dal circolo Tina Modotti dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.
Nonostante il duro blocco economico e finanziario imposto dagli Stati Uniti, che rende sempre più difficile la quotidianità sull’isola, Cuba continua a esportare solidarietà e competenze mediche in tutto il mondo.
Un esempio concreto è l’iniziativa avviata in Calabria a fine 2022: una misura emergenziale nata per fare fronte alla grave carenza di personale nel sistema sanitario regionale. Oggi la regione ospita circa 370 professionisti cubani, distribuiti in 27 ospedali. Come ricordato dal dottor Casas, dopo un iniziale periodo dedicato all’apprendimento dell’italiano, i medici hanno garantito un netto miglioramento delle prestazioni sanitarie, riducendo sensibilmente i tempi di attesa, e raccogliendo il forte consenso della popolazione locale.
I loro stipendi sono erogati dalla Regione Calabria: una parte spetta direttamente ai professionisti, mentre un’altra quota va allo Stato cubano, che ha garantito e garantisce l’accesso gratuito agli studi fino alla laurea.
Questo principio di solidarietà e gratuità non si limita ai cittadini cubani: attraverso la celebre ELAM (Escuela Latinoamericana de Medicina) dell’Avana, fondata nel 1999 su iniziativa di Fidel Castro, il paese offre borse di studio a copertura totale a studenti provenienti da contesti svantaggiati e paesi a basso reddito di tutto il mondo (America Latina, Caraibi, Africa). L’unico vincolo per i laureati è l’impegno morale a rientrare nei paesi di origine.
Questo sforzo solidale globale prosegue nonostante una crisi profonda che colpisce drammaticamente le stesse strutture sanitarie cubane: a causa delle sanzioni, gli ospedali dell’isola sono costretti a operare in costante emergenza per la mancanza di forniture di base e di pezzi di ricambio per i macchinari; una situazione drammatica di cui fanno le spese soprattutto i gruppi vulnerabili (anziani, bambini, etc.).
Medicos y no bombas, è stato introdotto da Maria Merlini, attivista del circolo, che ha descritto le attuali difficoltà dell’isola e sollecitato la raccolta fondi per lo sviluppo delle energie rinnovabili, risorsa chiave per rispondere ai bisogni energetici della popolazione.
Successivamente, Luciano Nigro (infettivologo, presidente LHIVE) ha analizzato le specificità del Sistema di Sanità Pubblica Cubano. Parliamo di un modello interamente pubblico, universale, gratuito e totalmente centralizzato dal Ministero della Salute. La sanità cubana si distingue a livello internazionale per una filosofia che ribalta l’approccio medico occidentale tradizionale: invece di investire la maggior parte delle risorse nella cura delle malattie e nella costruzione di grandi strutture, come avviene in Italia, dove più del 90% della spesa sanitaria riguarda l’edilizia e l’attività di cura, il sistema cubano si concentra sulla prevenzione agendo capillarmente sul territorio.
Il cuore di questo modello è il Programa del Médico y la Enfermera de la Familia, introdotto nel 1984. In ogni quartiere o comunità rurale è presente un Consultorio dove un medico e un infermiere vivono e lavorano a stretto contatto con la popolazione. Conoscono personalmente ogni abitante della zona, monitorano i malati cronici, assistono le donne incinte e i neonati, e fanno le visite a domicilio seguendo circa 120-150 famiglie tramite visite a domicilio (in Italia un medico di base può avere fino a 1500 assistiti). I casi più complessi vengono poi indirizzati al Policlinico del comune, dove si trovano gli specialisti, i servizi di diagnostica e la riabilitazione, e se necessario agli ospedali provinciali di alta specializzazione.
Due esempi di buona sanità: l’aspettativa di vita a Cuba, supera i 77-78 anni (in linea con le medie europee nonostante un PIL pro capite nettamente inferiore) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha certificato Cuba come il primo Paese al mondo ad aver eliminato la trasmissione madre-figlio dell’HIV e della sifilide.
Anche, l’attività di ricerca è di altissimo livello. Attraverso il polo biotecnologico di avanguardia Biocubafarma, l’isola sviluppa farmaci, anticorpi monoclonali e vaccini pensati per rispondere specificamente alle esigenze della popolazione.
Tuttavia, il problema principale di Cuba non è la capacità progettuale o clinica ma la pesante crisi economica. A causa della mancanza di valuta estera e delle restrizioni commerciali imposte dall’embargo statunitense, il Paese soffre di carenze croniche nell’importazione di materie prime (come i principi attivi farmaceutici) e nella manutenzione dei macchinari.
L’incontro di Catania ha fatto emergere che questo immenso sforzo solidale prosegue nonostante una crisi che colpisce drammaticamente le stesse strutture sanitarie cubane.
La lezione che ci arriva da Cuba e dai medici cubani in Calabria è straordinaria: la salute non deve essere una merce legata alle logiche del profitto, ma un diritto universale fondato sulla prevenzione e sulla solidarietà.

