In una recente intervista alla stampa cittadina, il sindaco Enrico Trantino ha indicato il suo obiettivo: fare di Catania una “città normale”.
Sembra una formula mite, quasi ovvia. Chi potrebbe essere contrario a una città normale? A un autobus che passa, a una strada pulita, a un marciapiede libero, a una piazza vivibile, a un ufficio pubblico che risponde, a un cantiere che finisce, a un quartiere non lasciato a se stesso, a una scuola a tempo pieno?
Il punto è che Trantino non parla della normalità come di un diritto degli abitanti. Ne fa un orizzonte morale: la città da rimettere in ordine, i cittadini da correggere, i comportamenti da disciplinare.
Si ammanta di realismo, di buon senso amministrativo. Ma l’impianto su cui quella formula si regge è profondamente ideologico: ordine, disciplina, decoro. E proprio per questo rischia di non vedere i bisogni reali della città: casa, trasporti, scuola, servizi, lavoro povero, quartieri lasciati indietro.
Così suggerisce che Catania sia soprattutto questo: una città caotica, disordinata, da rimettere in ordine. Ma Catania non è soltanto caotica. È deformata.
Deformata dagli sventramenti mai ricuciti, dalle periferie trattate come scarto, dalle aree pubbliche consumate, dai servizi promessi e mai arrivati. Deformata dai divari di cittadinanza, dal bisogno, dalla diseguaglianza, da una feroce povertà educativa, dalla mancanza di chance per i bambini e i ragazzi dei quartieri più fragili.
E una città deformata non si governa facendo la morale ai suoi abitanti.
Trantino, invece, veste i panni del civilizzatore. Guarda la città dall’alto e individua un popolo da educare: automobilisti indisciplinati, residenti affezionati al parcheggio sotto casa, “zozzoni” da stanare con droni, telecamere e videotrappole.
Così, dove servirebbero politiche pubbliche, compare la pedagogia. Dove bisognerebbe discutere di trasporti, servizi, quartieri, raccolta dei rifiuti, manutenzione, bisogno sociale, si finisce a parlare di cittadini maleducati.
Persino l’alto numero di auto può diventare insinuazione morale: se i redditi sono bassi ma le macchine tante, allora ci sarebbero nero, evasione, ricchezza nascosta. Il traffico diventa il vizio di chi usa troppo l’automobile.
Ma in una città con trasporti pubblici deboli, collegamenti insufficienti e una vita quotidiana dispersa, l’auto non è sempre segno di benessere. Spesso è una costrizione. Non ricchezza nascosta: povertà motorizzata.
I rifiuti diventano la guerra agli “zozzoni”. La sicurezza diventa questione di telecamere. Le proteste sulle piazze diventano difesa del posto auto sotto casa. Nell’intervista il sindaco cita anche il caos attorno al Policlinico. Ma non offre una risposta: anche lì il problema sembra ridursi alla sosta da reprimere.
E invece il Policlinico non è soltanto un ingorgo. È un pezzo di città che mostra il fallimento della mobilità pubblica: pazienti, lavoratori, studenti, famiglie, pendolari, tutti stipati nello stesso imbuto perché le alternative restano deboli, insufficienti, discontinue.
Certo, i cittadini maleducati esistono. Gli indisciplinati esistono. Gli “zozzoni” esistono. Non mancano a Catania, come non mancano in nessuna città. Ma una città non si legge dalla sua superficie peggiore. Si legge dalla sua struttura.
E la struttura dice che Catania sta in fondo alle classifiche più drammatiche: tempo pieno nelle scuole, posti negli asili nido, dispersione scolastica, criminalità minorile, giovani che non studiano e non lavorano, povertà e fragilità sociale.
Nei giorni scorsi il Sole 24 Ore ha collocato la provincia di Catania al 106° posto su 107 per qualità della vita dei bambini. Il dato è provinciale, certo, ma indica una linea di tendenza che investe innanzitutto il capoluogo.
Una città di quasi trecentomila abitanti può reggersi — come ha riconosciuto la stessa assessora comunale in un recente dibattito — su due soli presìdi territoriali dei servizi sociali, in via Tempio e a Barriera? Può lasciare senza un presidio territoriale di prossimità intere aree popolari e periferiche, da San Giovanni Galermo a Monte Po, da Nesima fino a Librino? Parliamo di una parte enorme della città, circa 140 mila abitanti, territori estesi e fragili.
Di quale ordine parliamo, allora? Di quale disciplina?
Se non si vede tutto questo, Catania scompare dietro i suoi sintomi: il traffico, la sosta selvaggia, i rifiuti fuori posto, l’illegalità minuta, la fatica quotidiana. Ma il compito della politica non è trasformare ogni sintomo in colpa morale degli abitanti.
Catania è deformata. E la deformazione non è un accidente. È una forma di governo. È ciò che ne hanno fatto, per decenni, le sue classi dirigenti.
Il mantra della città normale è un dispositivo di distrazione di massa, tutt’altro che neutrale: occulta la città deformata, assolve le classi dirigenti, carica sulle spalle dei cittadini ogni responsabilità, sposta l’opinione pubblica verso falsi bersagli.
Dentro il ciclo che ha deformato la città
A questa rimozione delle condizioni reali della città se ne accompagna un’altra. Trantino parla come se fosse un uomo nuovo, arrivato alla politica appena tre anni fa. Come se davanti avesse soltanto problemi ereditati da altri.
Ma Trantino non arriva da fuori. È dentro un ciclo politico lungo: la destra catanese ha governato la città per oltre vent’anni negli ultimi ventisei. I tre anni sono il tempo del suo mandato da sindaco, non il tempo della sua responsabilità politica. Non il tempo del ciclo che lo ha prodotto.
Trantino viene da una genealogia politica precisa, familiare e cittadina: quella della destra catanese. È dentro la politica locale da giovanissimo, prima come consigliere di quartiere a metà degli anni Ottanta, poi come consigliere comunale dal 1988 al 1992.
La sua non è la storia di un tecnico prestato all’amministrazione, né di un uomo nuovo arrivato a riparare i guasti altrui. È la storia di un esponente organico della destra catanese: dal Msi alla lunga stagione post-missina, fino alla candidatura con La Destra di Storace, all’area di Musumeci e di Diventerà Bellissima, di cui è stato tra i fondatori. Poi la giunta Pogliese, con deleghe decisive: Lavori pubblici, Decoro urbano, poi Urbanistica. Deleghe che toccano la carne viva della città.
Per questo il racconto dei “tre anni duri” è troppo comodo. È una fuga dalle responsabilità.
Trantino eredita anche la città che lui stesso, da assessore e da uomo di quel ciclo politico, ha contribuito a costruire. E a deformare.
Non viene dai margini della politica cittadina. Viene dal cuore della Catania bene: dal mondo delle professioni, dai luoghi in cui politica, informazione, potere economico e notabilato si sono a lungo riconosciuti, frequentati, legittimati.
E allora la sua “città normale” non è la parola di chi rompe con il passato. È la parola apparentemente mite dell’erede: un erede che non vuole nominare il mondo da cui proviene e che lo ha prodotto.
Una destra senza cultura della città
Il limite, però, non è soltanto biografico. È culturale, politico, di sguardo.
La destra da cui Trantino proviene non ha mai sviluppato una vera cultura della città: del governo dei suoi conflitti, delle sue stratificazioni, delle diseguaglianze che attraversano ogni grande contesto urbano.
La sindacatura Pogliese lo ha mostrato con chiarezza. Una stagione amministrativa tra le più povere della storia recente di Catania: senza una vera idea di città, incapace di misurarsi con la profondità della crisi urbana, segnata dall’immobilismo, dall’emergenza rifiuti, dal dissesto, dai progetti fermi, dalle vicende giudiziarie che coinvolsero il sindaco, fino alle dimissioni arrivate tardi, nell’ultimo giorno utile per consentire la candidatura alle elezioni politiche.
Una città già fragile, già attraversata da emergenze enormi, è rimasta per mesi sospesa, consegnata a una crisi politica che non riguardava i suoi bisogni ma il destino personale del suo primo cittadino.
Non un progetto. Non una visione. Al massimo una gestione stanca, fatta di emergenze, conti fragili, decoro, annunci e opere slegate da un disegno complessivo. E Trantino stava sul ponte di comando di quella giunta.
Quando questa cultura politica incontra la complessità urbana, cerca scorciatoie: ordine pubblico, controllo, decoro, mano dura verso gli immigrati.
E oggi si presenta persino come “moderna”. Ha fatto proprio il lessico del neoliberismo urbano più ortodosso: grandi opere, investitori, mercato, cantieri, attrattività. Da una parte disciplina i corpi sociali che disturbano. Dall’altra apre la città ai capitali che la riconfigurano secondo i propri interessi.
Autoritaria verso il basso, liberista verso l’alto.
Questa visione culturale e politica non resta nelle parole. Diventa amministrazione: fondi pubblici, spazi urbani, centro storico, San Cristoforo, turismo inseguito senza governarne gli effetti. Prende forma nelle delibere, nei cantieri, nei progetti, nelle autorizzazioni, nelle piazze rifatte, nei quartieri esposti alla rendita, nelle aree pubbliche affidate all’iniziativa privata, negli spazi sottratti all’uso comune della città
La città normale rivela allora il suo vero volto: una città più ordinata per chi la consuma, più dura per chi la abita; più accogliente per i capitali, più respingente per chi è più fragile.


Ricostruzione realista tanto nell’analisi dei drammi eterni della città, come nella provenienza degli attuali e appena passati dirigenti (specificamente Trantino e Pogliese), “ragazzi” cresciuti nella Catania-bene, lontani anni luce dalla realtà vera, dai bisogni reali della gran parte dei suoi cittadini, da soluzioni che possano fare capire che il trend è cambiato e che si sta tentando di andare verso un benessere generalizzato, una libertà dal bisogno, un passare dall’ io al noi come unica strada verso la vera civiltà, una comprensione della legalità come preferibile al sotterfugio, all’ ipocrisia, al trionfo del pensiero massonico. Mi chiedo da tempo se riusciremo a formulare un piano decennale di recupero anche morale che vada oltre le piccolezze mentali che dividono a sinistra. Ci sarà, ci deve essere un gruppo che si riunisca, formuli il programma suddetto, riuscendo a unire le sfilacciate (e inconcludenti, finora) fila della sinistra progressista. Io mi offro come vecchio sherpa, magari un po’ pensante. raffaele tregua
È anche una città che non è molto amata dai Catanesi, che hanno scelto anche una classe politica dirigente molto scadente, e i risultati sono evidenti. Non c’è una visione di nessun tipo, se non di saccheggiare quel poco che è rimasto. Non abbiamo anvira un Piano Regolatore comunale, che oggi si chiama P. U. G., ovvero ancora quello redatto dall’Urbanista Piccinato degli anni ’60 del secolo scorso,tant’è che ancora questa Amministrazione cincischia con la irrisolta area di Corso Sicilia, che viene ancora bloccata dak mancato risanamento da parte della Società Istiica e del Gruppo economico che ha rilevato Le quote azionare dell’istituto di credito che ne aveva la titolarità. Non c’è un Piano del traffico e della mobilità, ma in compenso aumentano i supermercati e gki ipermercati che nascono come i funghi, e aumentano anche le piste ciclabili realizzate in. mezzo alke strade già abbastanza trafficate. Le aree di parcheggio in città sembrano ormai dei miraggi, e molte strisce blu sono o occupate dai bar, e trattorie, e trovare un posto auto é diventato un terno a lotto. Da Catanese, non riconosco più questa città che ha perso il rapporto con il suo mare fortemente inquinato, perché tutti i Sindaci che di sono succeduti negli ultimi quaranta anni, nin hanno pensato a collegare le abitazioni alla condotta fognaria, e pertanto scaricano i loro rifiuti direttamente in mare, rendendolo una grande cloaca massima. Una vergogna immensa che dovrebbe pesare come un. macigno sulle coscienze, semmai ne avessero una, di ciascun Sindaco, che ha pensato più a sperperare risorse economiche e finanziarie per attività ludiche di basso valore, anziché modernizzare la città per offrire servizi di qualità ai propri cittadini. E, non se la passa tanto bene l’area industriale catanese, la “Etna Valle y” battezzata con un nome altisonante da parte di qualche Sindaco “visionario” drl nulla, ridotta malamente dove la. manutenzione ordinaria e straordinaria delke strade attende da troppi anni un piano di riqualificazione, e vi sono industrie importanti che non possono implementare le loro attività perché non hanno risorse idriche a sufficienza….
Che cosa è Catania? Città sorta in un luogo incantevole, con un clima stupendo, tra la montagna e il mare, una pianura estesa e fertile capace di darle ogni ben di Dio. Una città che avrebbe fatto la ricchezza di chi ci abitava se chi ci abitava avesse saputo sfruttare tutto ciò
Una città deformata? io la vedrei di più come una città malamente compiuta.
Attorno a un nucleo centrale bello vi si è sviluppata intorno, come a spicchi senza una visione urbanistica d’insieme, e con solo qualche rara eccezione, la bruttezza; quella nata da decenni di speculazione e crescita urbana a spicchi, senza regole, senza cultura fatta solo di gentrificazione.
Trantino fa la morale agli abitanti? che c’è di scandaloso? forse non la meritano? Comportamenti anarchici, poco rispettosi delle regole sociali non risiedono in buona parte di essi? Il malgoverno della destra non deriva dal patto più o meno velato che gran parte della popolazione ha fatto con la classe politica, e non da vent’anni ma da molti di più, a cui si è sempre chiesto la soddisfazione del favore personale invece che il buongoverno?
I cittadini hanno voluto, e probabilmente ancora vogliono visto come votano, una classe politica mediocre e con essa una città mediocre.
Il sindaco come sta operando? Per me con luci e ombre, ma qualcosa la sta tentando di fare. D’altronde il lavoro sarebbe enorme e difficile per chiunque, lui almeno ci mette una discreta volontà nel cercare di portare avanti qualche progetto.
Il vero problema di questa città, dico in senso amministrativo, è però un altro. Manca una alternativa praticabile. Manca un soggetto politico che possa presentarsi come alternativa reale, cioè capace di attrarre vasti consensi, a quello attuale. Questo non c’è neanche in embrione purtroppo e, allora, resta solo la critica. Che non è poco, ma non basta.