Prefettura di Catania, 11 giugno 2026. Sembrava una riunione come le altre. Una delle tante alle quali abbiamo assistito nei quattro anni trascorsi dall’istituzione dell’Osservatorio metropolitano per la prevenzione dei fenomeni di devianza giovanile: rinnovo di protocolli, interventi delle autorità cittadine, soddisfazione — se non orgoglio manifesto — per il lavoro svolto. Sorrisi, complimenti reciproci e strette di mano. Un copione già scritto, rodato, consueto.
Qualcosa, invece, quella mattina si è inceppato. Come se la realtà drammatica della povertà educativa chiedesse ormai di essere nominata fino in fondo e non potesse più essere contenuta in quel salone, in quelle parole, in quei protocolli.
Sia chiaro: la nascita dell’Osservatorio ha rappresentato un fatto importante. Ha contribuito a riportare stabilmente la questione minorile nell’agenda istituzionale, a mettere in relazione soggetti diversi e ad avviare un lavoro di conoscenza dei territori. Non è poco, in una città nella quale per troppo tempo questi problemi sono stati affrontati in modo episodico e frammentario.
Negli ultimi mesi, però, la conoscenza delle condizioni nelle quali vivono molti minori e molte famiglie si è fatta più precisa e difficilmente eludibile.
In poco tempo Catania ha prodotto due lavori importanti: l’ottavo Rapporto della Caritas diocesana e il dossier Che ne faremo dei nostri ragazzi?. A questi si aggiunge il rapporto di Save the Children I luoghi che contano, che consente una lettura puntuale della città attraverso le Aree di disagio socioeconomico urbano, le ADU. Anche la stampa cittadina ha contribuito a portare stabilmente il tema della povertà educativa nell’agenda pubblica.
Il quadro è completato dalla mappatura delle fragilità socio-territoriali coordinata dal professor Carlo Colloca, consegnata da tempo alla Prefettura e che sarebbe assai importante rendere finalmente pubblica.
Un dato sintetizza la gravità della situazione: nella più recente classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita dei bambini, Catania è 106ª su 107 province italiane. È un dato che non riguarda esclusivamente il capoluogo, ma indica una linea di tendenza e conferma la profondità dei divari che attraversano la città e il suo territorio.
La conoscenza accumulata negli ultimi mesi restituisce ormai un quadro difficile da eludere. Il tempo pieno rappresenta uno dei terreni più concreti sui quali misurare la capacità della città di reagire. Per questo, durante la riunione, è diventato difficile sottrarsi a una domanda precisa: che cosa sta accadendo davvero sul tempo pieno nelle scuole catanesi? Uno dei terreni sui quali si misura la cura riservata ai bambini — e, in fondo, lo stesso grado di civiltà di una città — è il tempo scuola.
Un furto di futuro
A Catania soltanto il 13,1 per cento degli alunni della scuola primaria frequenta il tempo pieno. È un dato intollerabile. Alla fine del ciclo della scuola primaria, rispetto ai coetanei di molte città del Centro-Nord, i bambini catanesi perdono l’equivalente di un intero anno di scuola. Un furto di futuro, reso ancora più grave dall’avanzare di una società fondata sull’innovazione e sui saperi.
Non sorprende, dunque, che il tempo educativo abbia finito per occupare la scena durante la riunione dell’Osservatorio.
Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Catania e tra i principali promotori dell’esperienza dell’Osservatorio, ha nominato il problema con chiarezza: «Il tempo pieno non fa passi avanti. Registriamo delle difficoltà. Occorre insistere su questo punto anche con i dirigenti scolastici, sollecitarli per realizzarne il più possibile».
Subito dopo ha preso la parola Emilio Grasso, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale. Le sue parole hanno restituito una lettura molto diversa: «La devianza minorile non va accorpata alla dispersione scolastica, perché scaturisce dal disagio sociale. La scuola il tempo pieno lo fa. La scuola può funzionare nel pomeriggio, ma soprattutto la mattina».
La distanza tra le due posizioni difficilmente potrebbe essere più evidente.
Da tempo Di Bella insiste, insieme al mondo delle associazioni e del volontariato, sulla necessità di ampliare il tempo educativo e di contrastare il circuito perverso nel quale si intrecciano povertà educativa, dispersione scolastica e rischio di devianza.
Grasso ha invece separato nettamente questi fenomeni e ha ricondotto il compito essenziale della scuola al suo funzionamento ordinario, innanzitutto mattutino.
Non esiste, naturalmente, un rapporto meccanico e lineare di causa ed effetto tra dispersione scolastica e criminalità minorile. La realtà è più complessa. Ma è difficile negare che abbandono scolastico, povertà educativa, assenza di opportunità e rischio di devianza si alimentino reciprocamente nei territori più fragili.
Non è una tesi ideologica. È il presupposto sul quale sono stati costruiti gli stessi protocolli istituzionali promossi in questi anni a Catania ed è una relazione richiamata anche dalla più recente Relazione sull’amministrazione della giustizia della Corte d’appello di Catania, presentata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026.
Non è dunque in discussione l’autonomia della scuola né la complessità delle cause sociali della devianza. Il punto è un altro: in una città segnata da disuguaglianze tanto profonde, la scuola non può limitarsi a funzionare soprattutto al mattino. Deve essere uno dei luoghi nei quali la Repubblica prova concretamente a rimuovere gli ostacoli che impediscono ai bambini di costruire il proprio futuro.
La distanza emersa tra le parole di Di Bella e quelle di Grasso rende ormai necessario un chiarimento: quali obiettivi intende realmente perseguire la città?
Dalla conoscenza alla decisione
Non si tratta di attribuire all’Osservatorio competenze che non possiede né di svalutare il lavoro svolto finora. L’Osservatorio metropolitano non dispone dei poteri amministrativi del Comune, della Regione o dell’Ufficio scolastico. Può però svolgere una funzione decisiva di impulso, pressione pubblica e coordinamento.
La quantità e la qualità delle conoscenze accumulate consentono oggi di individuare con maggiore precisione i quartieri, le scuole e i bisogni dai quali partire. La mappatura delle fragilità socio-territoriali, i dati sulle ADU e il questionario programmato sull’effettiva offerta formativa ed educativa delle scuole cittadine possono comporre un quadro finalmente più completo.
Ma la conoscenza deve servire a decidere. Il primo banco di prova deve essere il tempo pieno nella scuola primaria.
Occorre fissare un obiettivo pubblico: arrivare almeno al 20 per cento nell’anno scolastico 2026-2027 e al 30 per cento nell’anno successivo. È un impegno da quantificare scuola per scuola: alunni e classi da coinvolgere, istituti dai quali partire, spazi da utilizzare, mense da garantire, risorse da mobilitare. Le risorse non sono un ostacolo insuperabile quando una priorità viene riconosciuta come tale.
La tabella recentemente resa pubblica dall’assessorato comunale ai Servizi sociali mostra investimenti significativi: 8,8 milioni di euro per gli asili nido e i servizi per la prima infanzia; quasi 5 milioni per i centri aggregativi, gli hub multifunzionali, l’educativa di strada e i centri estivi; 2,9 milioni per l’educativa territoriale, domiciliare e scolastica; oltre 2,6 milioni per i CAT e i servizi diurni rivolti ai minori. Sono interventi rivolti a bisogni differenti, che non possono essere meccanicamente sovrapposti né trasferiti da una voce di spesa all’altra. Dimostrano però che nella città esistono risorse, competenze ed esperienze sulle quali costruire.
È davvero impossibile mettere insieme le direzioni comunali competenti, la Città metropolitana, la Regione, l’Ufficio scolastico e le singole scuole per avviare una sperimentazione seria sul tempo pieno nei quartieri più fragili?
Non servirebbe un nuovo progetto episodico. Servirebbe una buona pratica stabile, verificabile e replicabile: alcune scuole dalle quali partire, mense da garantire, classi da coinvolgere, tempi da rispettare e risultati da misurare.
Dentro una regia pubblica, il terzo settore, il volontariato, le parrocchie, le fondazioni e le imprese possono essere alleati preziosi. Non sostituti delle istituzioni, ma parti attive di una strategia comune.
Occorre costruire connessioni reali tra le scuole, gli hub educativi e le esperienze già presenti nei quartieri. I Patti educativi di comunità possono offrire la cornice per trasformare interventi isolati in alleanze territoriali durature.
Troppo spesso le risorse sono disperse in mille rivoli e in progetti temporanei. Vanno invece concentrate, coordinate e integrate.
L’Osservatorio deve cambiare passo: diventare una sede propulsiva, capace di trasformare conoscenze, competenze e buone pratiche in una strategia cittadina stabile e verificabile.
A partire da una grande priorità: restituire tempo educativo ai bambini e ai ragazzi di Catania.
La città dispone ormai di dati, mappe, reti sociali ed esperienze educative.
È tempo di scegliere.


