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Librino c’era. Una giornata per Ibiscus e una domanda alle istituzioni

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gruppo ragazzine partecipanti in rosso

Gli spalti pieni, tante famiglie, molti giovani. Sul parquet del PalaNitta, bambine e bambini impegnati nelle esibizioni di danza, ginnastica, arti marziali e boxe. Sugli spalti, genitori attenti, partecipi, emozionati. Applausi, fotografie, incoraggiamenti.

Sabato 16 maggio, a Librino, “INgioco per Ibiscus” ha unito sport e solidarietà. Il ricavato della manifestazione è stato destinato a Ibiscus, l’associazione che sostiene i bambini colpiti da patologie oncologiche e le loro famiglie, contribuendo alla ricerca e ai percorsi di assistenza.

La prima cosa da raccontare è semplice: la gente c’era. Non soltanto per il numero delle persone presenti, ma per la qualità della partecipazione. Le famiglie accompagnavano i figli, seguivano le esibizioni, investivano tempo, attenzione, affetto.

È forse la prima cosa da dire quando si parla di Librino.

Il quartiere viene descritto quasi sempre attraverso le sue fragilità: povertà educativa, dispersione scolastica, mancanza di servizi, degrado, criminalità. Problemi reali, che sarebbe sbagliato minimizzare. Ma Librino non coincide con le proprie ferite.

Al PalaNitta si vedeva altro. Una comunità capace di ritrovarsi attorno ai propri bambini e, nello stesso tempo, di rivolgere lo sguardo verso altre famiglie: quelle che affrontano il percorso durissimo della malattia oncologica pediatrica. Librino non era soltanto il destinatario di un intervento sociale. Era un quartiere che produceva solidarietà.

Librino c’era. C’erano le famiglie, i bambini, gli adolescenti, gli istruttori, le associazioni sportive. Si avvertiva, semmai, l’assenza di un’altra parte della città: quella che continua a considerare Librino un luogo distante, quasi estraneo, una periferia alla quale guardare da lontano.

scheda sulle aree cittadine di disagio

I numeri aiutano a comprendere il contesto. A Catania oltre 32 mila persone vivono nelle sette Aree di disagio socio-economico urbano individuate dall’Istat: porzioni della città nelle quali si concentrano povertà materiale, fragilità lavorativa e povertà educativa.

Tre di queste aree ricadono nel quadrante di Librino e Zia Lisa: Viale Grimaldi, Viale Moncada e Zia Lisa. Complessivamente vi abitano oltre 7.500 persone.

Nelle aree di disagio urbano catanesi, inoltre, la presenza di bambini e adolescenti è più alta rispetto alla media cittadina: il 22,2 per cento contro il 16,7. Le disuguaglianze ricadono dunque con particolare forza sui più piccoli.

Per questo assumono un valore ancora maggiore le esperienze costruite nel tempo. Tra le animatrici dell’iniziativa per Ibiscus c’è Marilena Tosto, responsabile di HdueO sport & animazione, che dal 2007 gestisce la piscina e la palestra dell’Istituto Campanella–Sturzo, in viale Bummacaro.

Non soltanto un impianto sportivo, ma un presidio del quartiere. Alcuni dei bambini cresciuti in quegli spazi, dopo la laurea in Scienze motorie, sono tornati come istruttori. Una piccola storia che parla di continuità, competenze e fiducia.

E HdueO non è sola. A Librino operano realtà sportive, sociali ed educative come Talità Kum, i Briganti, Team e altre associazioni radicate nel territorio. Esperienze differenti, talune con carattere associativo e gratuito, altre con carattere di impresa sociale che si regge sulle rette, ma comunque cresciute nel tempo tenendo aperti spazi di relazione e offrendo opportunità concrete a bambini e ragazzi.

Ma proprio la riuscita di una giornata come quella del PalaNitta rende ancora più evidente ciò che manca. La gente c’era. Manca il resto: le connessioni stabili.

Come si lega il bambino che frequenta una piscina o una palestra alla scuola nella quale trascorre una parte decisiva della propria giornata? Come si tengono insieme sport, tempo scuola, doposcuola, contrasto alla dispersione, sostegno alle famiglie e servizi sociali territoriali? Come si evita che ogni esperienza, anche la più radicata, rimanga un’isola?

Negli anni abbiamo assistito a una ritirata dei servizi sociali dal territorio. La presenza di prossimità si è progressivamente rarefatta, sostituita da pochi presidi accorpati e da una logica prevalentemente di sportello. Sono le persone a dover raggiungere il servizio, quando riescono a farlo

I progetti hanno senso se diventano servizi: se consolidano competenze, relazioni e presidi destinati a durare. Non se, alla scadenza dei finanziamenti, vengono sostituiti da altri progetti, in un circuito che ricomincia ogni volta da capo.

Negli anni la progettazione ha finito per sostituire, in larga misura, la politica sociale: interventi a termine, finanziamenti che si esauriscono, nuove iniziative che ripartono ogni volta da capo. Alle associazioni, ed anche alle imprese sociali, viene affidata una supplenza permanente, senza costruire attorno a loro una rete pubblica capace di durare.

Invertire la rotta non è semplice. Richiede una scelta politica netta, continuità amministrativa e la determinazione necessaria per tornare a costruire servizi territoriali stabili.

Occorre costruire alleanze educative: relazioni stabili tra scuole, terzo settore, volontariato e servizi pubblici. Il progetto degli Hub di comunità educante nasce per questo. E su questo dovrà essere giudicato: quali alleanze saranno state costruite? Quali relazioni saranno diventate durature? Quali percorsi istituzionali e quali servizi resteranno quando il finanziamento sarà terminato?

Servizi, non soltanto progetti. Perché un servizio stabile non offre soltanto una risposta: riconosce una responsabilità pubblica e rende esigibile un diritto.

Sabato al PalaNitta prevaleva soprattutto la bellezza di una giornata collettiva: i bambini sul parquet, le famiglie sugli spalti, le associazioni impegnate nella costruzione di una manifestazione comune, il sostegno a Ibiscus e ai piccoli pazienti.

Librino c’era.

Ma non basta affidarsi alla forza delle famiglie e alla tenuta delle esperienze associative. In questi anni le istituzioni hanno progressivamente allontanato da sé una funzione essenziale: mitigare le disuguaglianze, ricostruire legami, garantire una presenza nei territori più fragili.

Occorre ridefinire la funzione pubblica. E occorre uno scatto della città: delle scuole, del volontariato, del terzo settore, delle energie civili che non vogliono rassegnarsi all’idea che una parte di Catania possa essere lasciata sola.

Non per sostituire ancora una volta le istituzioni. Ma per costringerle a tornare a guardare ciò che troppo a lungo hanno scelto di non vedere.

1 Comment

  1. I progetti hanno senso se diventano servizi: se consolidano competenze, relazioni e presidi destinati a durare. Non se, alla scadenza dei finanziamenti, vengono sostituiti da altri progetti, in un circuito che ricomincia ogni volta da capo.

    Negli anni la progettazione ha finito per sostituire, in larga misura, la politica sociale: interventi a termine, finanziamenti che si esauriscono, nuove iniziative che ripartono ogni volta da capo”
    …parole sante condivisibili completamente.
    Bravi, bravissimi!!!

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