ll direttore di lungo corso dell’Urbanistica del Comune di Catania, Biagio Bisignani, periodicamente sente il bisogno di allietarci con le sue visioni. Non resiste. C’è in lui una vocazione officiante: quando scrive, non discute la città, ne interpreta i presagi. Più che un dirigente pubblico, un aruspice: osserva le viscere dell’urbanistica catanese e vi scorge sempre, misteriosamente, un futuro grandioso.
Qualche mese fa quel futuro passava dalla messa in soffitta della stessa possibilità di regolare la vita di una città attraverso gli strumenti dell’urbanistica: carte, legende, simboli, vincoli, destinazioni pubbliche venivano liquidati come un armamentario esausto, incapace — per dirla alla Bisignani — di stare dietro alla “debordante vitalità del reale”. Oggi, con la stessa solennità, Bisignani ci accompagna altrove: cavi sottomarini, flussi digitali, data center, città-nodo, sistema-mondo.
L’urbanistica, nella sua prosa, funziona a corrente alternata: è vecchia quando deve difendere le destinazioni pubbliche, diventa profetica quando deve benedire il futuro dei cavi sottomarini. Il nuovo articolo del direttore dell’Urbanistica si fonda su un teorema seducente: Catania sarebbe ormai una “città-nodo” nel “sistema-mondo delle reti globali”. Siederebbe su un crocevia planetario; da qui passerebbe il sistema nervoso digitale del pianeta; da qui arriverebbero e ripartirebbero i dati del mondo. La natura stessa della città, ci viene detto, e perfino il nostro modo di pensarla, ne uscirebbero radicalmente trasformati.
Ma essere attraversati non significa governare. L’Africa è attraversata da risorse decisive per l’economia mondiale: minerali, energia, terre rare, materie prime strategiche. Non per questo i territori che le ospitano governano la globalizzazione. Anzi, la subiscono. Allo stesso modo, Catania non diventa capitale del digitale perché sotto il mare passano i dati. Le “nuove economie” che, a dire di Bisignani, busserebbero alla porta di Catania — data center, cloud, calcolo — non sono creature angeliche. E di solito non bussano. Entrano quando trovano porte aperte, regole deboli e amministrazioni desiderose di chiamare futuro ciò che è soprattutto occasione di ricchezza per pochi. I dati saranno pure leggeri, ma ciò di cui si nutrono è gigantesco: energia, acqua, aree, server, sicurezza, autorizzazioni, potenza di calcolo.
Bisignani sembra riaccendere la vecchia leggenda della globalizzazione democratica: entriamo nelle reti e saremo parte del mondo. Ma il mondo delle reti non è un’agorà. È un mercato concentrato, governato da pochi giganti.
I veri nodi europei dell’infrastruttura digitale si chiamano Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino: i mercati FLAP-D, dove si concentrano data center, hyperscaler, capitali, reti, energia, domanda e potere negoziale. Secondo CBRE, una delle più importanti società mondiali di servizi, nel 2025 il 70% della nuova offerta europea di data center era atteso proprio in quei cinque mercati.
A che cosa serve, allora, questa improvvisa liturgia della città-nodo? Le parole non sono mai del tutto innocenti: preparano il clima culturale, orientano lo sguardo, rendono alcune scelte più desiderabili di altre. E quando una città viene descritta come approdo naturale delle nuove economie digitali, conviene guardare non solo ai cavi sotto il mare, ma a ciò che quella narrazione può rendere possibile in superficie.

Catania conosce già i risultati della lunga gestione urbanistica in cui Bisignani è stato protagonista: gli Orti della Susanna ostracizzati invece che assunti come grande occasione di parco urbano; Corso Martiri consegnato alla pressione della speculazione privata, mentre l’interesse pubblico — verde, parcheggi, convenzioni, fideiussioni — viene trattato come merce di scambio; San Cristoforo trasformato in laboratorio di una rigenerazione che rischia di preparare un nuovo esodo dei ceti popolari dal centro storico; il Porto spinto verso una cementificazione abnorme, con l’attacco a un ecosistema millenario come la Scogliera d’Armisi; la vergognosa privatizzazione del porticciolo di Ognina.
E poi le fantasiose lievitazioni volumetriche, con piccoli immobili trasformati in palazzoni simil-grattacieli; fino alla grottesca vicenda dell’immobile del presidente dell’Ars, divenuta caso politico proprio attorno al calcolo delle volumetrie e alle deroghe urbanistiche. Su una di queste vicende, il caso Eurospin di via Martelli Castaldi a Cibali, Bisignani è stato rinviato a giudizio con accuse di abuso d’ufficio e falso. Vale, ovviamente, la presunzione di innocenza. Ma politicamente il fatto resta enorme: l’oracolo della città-nodo è lo stesso dirigente al centro di una delle pagine più controverse dell’urbanistica catanese recente.
Dopo questa lunga esperienza con l’urbanistica fisica, l’idea che si voglia mettere mano anche all’urbanistica virtuale non rassicura. Il Digital Twin, il gemello digitale delle città, richiamato nell’articolo di Bisignani, nelle mani sbagliate rischia di diventare il doppio tecnologico del disastro analogico.

Prima di un Digital Twin, a Catania servirebbe un Digital Truth, un’operazione verità. Prima di simulare Catania in digitale, rendiamo pubblici e leggibili atti, autorizzazioni, varianti, volumetrie, convenzioni, fideiussioni, standard, verde perduto, scuole cancellate, mare sottratto. Bologna ha avviato il suo Gemello Digitale non per battezzarsi “città-nodo”, ma per dotarsi di una infrastruttura civica capace di orientare decisioni pubbliche su mobilità, energia, cambiamenti climatici, qualità della vita. Il progetto è finanziato con 7 milioni di euro. A Catania, prima di simulare il futuro, bisognerebbe almeno rendere leggibile il presente.
Perché la partita vera non si gioca negli aforismi sulla città-nodo, ma nei diritti di cittadinanza: asili nido, tempo pieno, scuole aperte, servizi sociali, casa, trasporti, verde, lavoro qualificato. Possiamo davvero pensare che il futuro di Catania consista nel fare tutti i portieri di B&B, i camerieri della ristorazione veloce o i figuranti della città turistica? Le opportunità vere esistono: transizione energetica, filiere produttive, tecnologia, agroalimentare, farmaceutica, aeronautica, università, ricerca, manifattura avanzata. Ma diventano sviluppo solo se c’è governo pubblico, se producono lavoro stabile, competenze, servizi, ritorni collettivi.
Il nodo, insomma, non sono i cavi. Il nodo è il governo.


Il Signor Bisignani mi è costato ore di lettura del piano regolatore ancora attuale, una scatola cinese, dove niente corrisponde al reale, e dove su tavola C n 8 una SM, scuola media mi diventa Super Mercato
Articolo ottimo lo condivido del tutto
Quando si dice affrontare la realtà delle vere questioni.
Auspicare che “un mercato concentrato, governato da pochi giganti” diventi tema di una pubblica agorà non mi pare disdicevole; penso che costituisca una proposta su cui riflettere e dibattere liberamente, esplicitata nella conclusione dell’articolo: “Catania è un nodo del mondo e resta da comprendere se quel nodo sarà un intrico inestricabile o il centro di una rete intelligente. La risposta non dipende dalla geografia, ma da un sistema complesso in via di definizione: il nodo e il vuoto”. Forse non molto distante da quella vostra incentrata sui “diritti di cittadinanza”.
La legge regionale 10/2000 distingue, nel bene e nel male, la responsabilità di indirizzo politico, attribuita ai compenenti di governo, centrale o locale che sia, dalla gestione tecnico amministrativa da parte della dirigenza-
L’articolo di Bisignani è fuori da entrambi perché è frutto del libero esercizio del diritto di opinione e di espressione delle proprie competenze ed esperienze professionali e, in quanto tale, non censurabile, almeno per chi è libero da pregiudizi.
Gesualdo Campo, non ho mai condiviso i tecnici e gli intellettuali che si mettono a disposizione della politica …
altro è il ruolo dei tecnici e degli intellettuali rispetto a quello della politica e i due mondi non devono essere confusi …
secono me quando un tecnico si avvicina troppo alla politica perde di credibilità ….
Nessuno ha proposto di censurare Bisignani. Ha pieno diritto di scrivere. Altri hanno pieno diritto di criticare ciò che scrive. Scambiare la critica per censura è un trucco vecchio: trasforma chi esercita potere pubblico in vittima del dibattito pubblico.
Quanto al richiamo a chi sarebbe “libero da pregiudizi”, è un modo elegante per delegittimare il dissenso senza rispondere nel merito. Il punto non sono i pregiudizi. Il punto sono Cibali, Corso Martiri, San Cristoforo, via Palazzotto, il Porto, la Scogliera d’Armisi, le volumetrie, le convenzioni, le fideiussioni, gli standard, il verde, le scuole, i diritti di cittadinanza.
L’agorà vera comincia da qui. Non dalla nebbia del “sistema complesso in via di definizione”.
Inoltre, nessuno considera “disdicevole” discutere pubblicamente del ruolo di Catania nelle reti globali. Al contrario: il punto era proprio sottrarre quella discussione alla retorica e riportarla al governo concreto della città. Dire che il mercato digitale globale è concentrato nelle mani di pochi giganti non significa chiudere il dibattito; significa aprirlo sul serio. Perché un’agorà non nasce evocandola. Nasce se si indicano soggetti, interessi, benefici pubblici, regole, controlli democratici. Senza questo, l’agorà resta una bella parola, come “città-nodo”.
Quanto alla distinzione tra indirizzo politico e gestione amministrativa, è nota ma non chiude la questione. Un dirigente pubblico non è un passante, soprattutto se dirige da anni l’Urbanistica e interviene pubblicamente su PUG, data center, consumo di risorse, Digital Twin e trasformazioni urbane. Le sue parole non sono un innocuo esercizio letterario: pesano nel modo in cui la città viene pensata e governata.
Il punto è proprio questo: rinvangare, a torto o a ragione poco importa, il passato o anticipare il futuro da dirigente è fuorviante rispetto al merito trattato nell’articolo.
Credo che Argoabbia avuto modo di prenrre atto che mi sono spesso esposto in sintonia con le sue posizioni, in particolare su Cibali, Corso dei Martiri, San Cristoforo, il piano regolatore del porto, la scogliera dell’Armisi, il verde, le scuole, in particolare quella in corso di demolizione in via Plaia in duplice danno al patrimonio edilizio comunale e alla testimonianza etnoantropolocica della pure demolenda ex conceria. Mi spiace la replica piuttosto manichea al mio primo commento.
come vede lei parla ormai come un politico … non risponde nel merito ma dà giudizi personali …. io ho posto una questione di metodo generale, la sua risposta valida la mia ipotesi … avrei gradito che mi avesse citato per nome, invece di rifugiarsi nel “manicheo” …
Intercetto in rete un interessante articolo su Catania, scritto da Biagio Bisignani nel corso di un dibattito di cui si è fatto promotore il quotidiano online Sudpress di Catania. In estrema sintesi l’articolo riporta una notizia poco conosciuta dalla gran parte dei catanesi, cioè che Catania sia un’importante crocevia di flussi digitali perché proprio nel canale di Sicilia vi è la maggiore densità di cavi sottomarini in fibra ottica attraverso i quali passa oltre il novanta per cento del traffico internet globale. Questo dato che fa di Catania “un sistema- mondo delle reti globali” dovrebbe inorgoglirci e lenire quelle ferite aperte che da tempo occupano il dibattito locale e nazionale come “il traffico impossibile, la gestione dei rifiuti, l’abusivismo edilizio, la criminalità organizzata”. Questo sistema offre a Catania un inconsapevole ruolo strategico e notevoli correlate potenzialità sia in termini di flussi digitali presenti e futuri sia in termini di rivisitazione urbanistica a questi collegati. Tuttavia non posso esimermi da qualche riflessione personale. Innanzitutto non comprendo fino a quale punto i catanesi possono beneficiare di reti digitali prodotte e controllate da gruppi di potere esterno che si arricchiscono con il controllo ed il commercio di dati. In secondo luogo non vedo come nel breve e lungo termine possano esser guarite le piaghe che sanguinano in una delle più belle città d’Italia: cementificazione, diffusione di centri commerciali, assenza di asili nido, paucità e dismissione di verde, abusivismo, dispregio delle regole, ecc. Forse l’asso nella manica sta proprio in questo crocevia digitale? Ricordo come lo studio pubblicato su Sole 24h, relativo all’anno 2025, e sviluppato analizzando cinque macroaree di 107 comuni italiani (ricchezza e consumi, affari e lavoro, giustizia e sicurezza, ambiente e servizi ,cultura e tempo libero) pone Catania al 96° posto, con 13 punti persi dalla valutazione del 2024. Alla fine dell’articolo di Bisignani qualcuno potrebbe trovare una risposta: “il nodo e il vuoto”.