Con l’arrivo della bella stagione, a Catania si ripropone il problema di verificare le condizioni di balneabilità del nostro mare. Una verifica da cui emergono, soprattutto a causa di una rete fognaria quantomeno inadeguata, molte ombre e poche luci. Iniziamo a discuterne ospitando le riflessioni di Andrea Abramo, formatore di immersione subacquea e appassionato della bellezza del mondo sommerso
Catania non è solo una città che guarda il mare; è una città che dal mare è nata, plasmata dal fuoco dell’Etna che si è fatto scoglio. Dalla scogliera frastagliata di Ognina, che custodisce il mito di Ulisse, fino all’abbraccio sabbioso della Playa, i nostri diciotto chilometri di costa sono un patrimonio che il mondo ci invidia. Ma dietro questa cartolina di basalto e salsedine si nasconde una realtà torbida che non possiamo più ignorare.
Mentre i catanesi cercano refrigerio tra le onde e la politica vende il brand ‘Catania’ ai flussi turistici internazionali, sotto il pelo dell’acqua si consuma un tradimento sistematico. Non sono solo i singoli borghi marinari a soffrire, ma l’intero ecosistema metropolitano: un litorale ostaggio di una rete fognaria colabrodo, di collettori mai completati e di un sistema di depurazione che, nel 2026, somiglia ancora a un’incompiuta d’altri tempi.
Immergersi oggi nelle acque catanesi significa fare i conti con un paradosso: un mare che ha la forza di rigenerarsi, ma che viene soffocato da chi dovrebbe proteggerlo. Siamo andati a cercare la verità tra i tubi che finiscono nell’abisso e i dati che le istituzioni preferirebbero non commentare.
L’opinione pubblica catanese è spesso rassicurata dal fatto che il depuratore di Pantano d’Arci sia “in funzione”. Tecnicamente è vero, ma è una verità parziale che nasconde un fallimento infrastrutturale. L’impianto soffre di un limite strutturale: la capacità di trattamento rispetto al carico organico effettivo della città. Il vero nodo è la rete di collettamento. Secondo i dati del Commissario Unico per la Depurazione, gran parte degli scarichi civili di Catania non raggiunge mai l’impianto a causa della frammentazione della rete fognaria.
Ad oggi, circa il 40% del carico potenziale della città scarica ancora illegalmente nel sottosuolo o tramite scarichi diretti a mare. Come evidenziato dalle relazioni della Corte dei Conti, il ritardo nel completamento dei collettori secondari rende il depuratore una “cattedrale nel deserto”.
Il problema della città è legato al sistema fognario unitario. A Catania, acque nere e acque bianche (piovane) scorrono negli stessi condotti. Durante eventi meteorologici intensi, entrano in funzione gli “scaricatori di piena” ovvero delle valvole di sicurezza che riversano il mix di pioggia e liquami direttamente a mare per evitare il rigurgito nelle strade e dentro le abitazioni.
I monitoraggi di ARPA Sicilia confermano che la balneabilità di San Giovanni Li Cuti e dell’intera costa è “fragile”: i campionamenti mostrano spesso picchi di contaminazione microbiologica (Escherichia coli e Enterococchi intestinali) in concomitanza con le piogge. Anche i report annuali di Goletta Verde (Legambiente) indicano regolarmente i punti critici della costa catanese, spesso classificati come “fortemente inquinati” a causa di questi scarichi non depurati.
Non è solo un danno ecologico, è un salasso economico. L’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per il mancato rispetto della Direttiva 91/271/CEE e l’agglomerato di Catania è uno dei principali responsabili della sanzione pecuniaria che lo Stato Italiano paga semestralmente alla Commissione Europea.
Finché la rete non sarà completata, i cittadini catanesi continueranno a pagare sanzioni milionarie tramite le tasse generali. Le risorse del PNRR, che nel 2026 dovrebbero essere in fase di rendicontazione finale, rappresentano l’ultima chiamata per evitare che il “mare di Catania” rimanga una risorsa solo sulla carta.
Guardare la costa catanese oggi significa osservare un gigante ferito che, nonostante tutto, non smette di mostrarci la sua bellezza. La denuncia è d’obbligo: non possiamo più accettare che la salute dei cittadini e l’integrità del nostro ecosistema siano ostaggio di tempi burocratici biblici e di una politica che preferisce l’effimero dell’asfalto alla sostanza delle infrastrutture invisibili.
È inaccettabile che nel 2026 i nostri soldi vengano bruciati in sanzioni europee invece di essere investiti in quegli scarichi che, in un silenzio colpevole, continuano a deturpare il nostro azzurro.
Eppure, in questo scenario grigio, c’è un conforto che risiede proprio nella forza del mare e nella riscoperta dei nostri ‘cento occhi’. Il conforto è sapere che il mare di Catania ha una resilienza straordinaria: se solo smettessimo di aggredirlo, tornerebbe a splendere in pochi anni, con una trasparenza che i nostri fondali lavici rendono unica al mondo. Il conforto è vedere una cittadinanza che non si accontenta più della cartolina, ma che inizia a pretendere risposte, a leggere i dati, a guardare sotto la superficie.
Catania non merita di voltare le spalle al suo orizzonte. Merita una politica che abbia il coraggio di scavare nel fango per restituirci l’azzurro. Perché finché ci sarà qualcuno pronto a guardare dove gli altri chiudono gli occhi, il nostro mare non sarà mai perduto.


Grazie per questo articolo e per le parole di ottimismo, affrontiamo un’altra stagione estiva nella speranza di concessioni balneari “moderate”, oggi forse mitigate dal ciclone Harry (a parte la raccolta di fondi dalla Regione) e cercando di indurre le persone a non abbandonare rifiuti e soprattutto plastica, che non lasci le cicche di sigaretta sulla spiaggia e che raccolga le deiezioni dei propri pet portati a mare sotto il sol leone e senza acqua da bere……